Il Mondo sull’orlo di una crisi di nervi e senza una bussola

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Il conflitto in Medio Oriente ha assunto i contorni dello scontro più strano, immotivato e senza senso apparente dalla Prima guerra mondiale a oggi

Da quando a febbraio scorso gli Usa e Israele hanno deciso ed effettuato, l’attacco congiunto all’Iran, abbiamo assistito ai cambi di una narrazione che le due potenze tentano di imporre al resto del Mondo. Un’evoluzione con livelli di incomprensione e incertezza che lasciano tutti incapaci di produrre la benché minima previsione, perché per capire una direzione servono dei punti fermi attraverso i quali far passare un ragionamento, altrimenti è solo un tiro ai dadi. Una Bussola è quello che servirebbe per orientarsi su questo mare in tempesta e insieme a questa diventano mandatori, obbligatori, i quattro punti cardinali.

Nord: Trump, interessi personali e legacy

Da quando gli elettori lo hanno portato a capo della Casa Bianca, il presidente Trump non ha fatto molto mistero delle sue decisioni mosse in linea con i suoi interessi personali. Gli obbiettivi principali che egli persegue sono due: lo scudo contro azioni legali, che potrebbero addirittura costringerlo a finire i suoi giorni a guardare il sole a scacchi e il recupero di una fortuna economica quasi azzerata dalle sentenze della corte di New York nel processo per frode fiscale.

La nomina di Pam Bondi a procuratore generale degli Stati Uniti (equivalente del ministro della giustizia) realizza il primo obiettivo. Trump colloca strategicamente la sua fedelissima seguace alla guida di una scrivania che gestisce i casi più rilevanti e che può indirizzare gli esiti degli stessi in un modo o in un altro. Salita alla ribalta nel 2016 durante un discorso alla Convention nazionale repubblicana, nella quale ha guidato i cori “Lock her up” (lett. “rinchiudetela”) diretti alla candidata democratica Hillary Clinton, Pam Bondi cade però in “disgrazia” quando, nell’aprile 2026, il presidente decide che il suo operato non è stato sufficiente a proteggerlo, specialmente nel caso degli Epstein file.

Al suo posto Trump nomina Tod Blanche, ex avvocato del suo team, il quale pur avendo ottenuto la carica solo ad interim, riesce a promuovere un atto che, scavalcando completamente il Congresso, garantisce al presidente e a tutti i membri della sua famiglia un’immunità civile e fiscale per azioni passate e anche future.

Il Nord funzionale degli obiettivi (personali)

Il secondo obbiettivo (il recupero della sua fortuna economica) è perseguito attraverso i nebbiosi affari di famiglia attuati attraverso le società dei figli e la Trump Foundation. Quest’ultima è passata da 51 milioni di dollari di introiti del 2024 a oltre 800 milioni solo nel primo trimestre 2025. Un elenco completo di tutte le iniziative richiederebbe un fascicolo enorme ma per avere una buona visione di insieme basta guardare il rapporto Reuters che quantifica in oltre 1,5 miliardi di dollari gli introiti della famiglia Trump oltre che alle indagini in atto volte a capire, e scoprire, come alcune mosse finanziarie su petrolio e su altri asset strategici precedano, casualmente, le decisioni del presidente.

Inoltre, la Trump Legacy, ovvero l’eredità del presidente intesa come il ricordo da lasciare ai posteri, preoccupa fortemente The Donald. Un susseguirsi di iniziative bizzarre e al limite del ridicolo scandisce quindi il percorso di un presidente Usa alla ricerca dell’immortal memoria e così Trump promuove una banconota da 250 dollari con la sua effige e firma, inserisce il suo volto sul passaporto Usa (per quanto in edizione limitata) e appone il suo nome sul Memorial dedicato a JF Kennedy. Inoltre ha pure approvato i progetti architettonici per un arco di trionfo e ha proposto addirittura di aggiungere, scolpire, il proprio volto sul monte Rushmore al fianco dei quattro presidenti più famosi della storia americana.

La direzione dell’ego sempre a Nord

L’ego di questo uomo è riconosciuto essere senza misura e la guerra in Medio Oriente diventa la perfetta occasione per essere ricordato come il presidente Usa che ha messo fine ai conflitti in quella zona del Mondo e finalmente determinato la posizione di Israele, in un’area con mille problemi e dalle molteplici sfaccettature culturali e religiose.

E così ecco che gli obbiettivi di una guerra apparentemente insensata nulla hanno a che vedere con la sicurezza nazionale, o la bomba atomica, o il benessere del popolo americano, altresì possono essere molto ben identificati tra gli interessi personali e di Legacy di un presidente che la maggioranza degli americani definisce “unfit”, ovvero inappropriato. Trecento miliardi di dollari che gli Usa dovrebbero dare all’Iran per la ricostruzione diventano un accordo sensato se chi firma fa attuare la spesa dal popolo americano e poi la intasca tramite le sue (o della famiglia) società con interessi nell’edilizia, nelle forniture civili e nella tecnologia.

Sud: Netanyahu, legacy e interessi personali

Anche il leader israeliano Netanyahu è concentrato sulla propria Legacy. Essere ricordato come il presidente che ha finalmente eradicato ogni minaccia esistenziale per lo stato di Israele e per il popolo ebraico è il suo obiettivo finale. Uno scopo non nuovo per il Paese in quanto ogni leader del passato ha lavorato e condotto la politica interna ed estera con questa meta in cima alla lista delle priorità. Sappiamo che dal momento della sua creazione lo Stato di Israele ha ottenuto il riconoscimento internazionale e ha dato finalmente la terra promessa al popolo ebraico, ma allo stesso tempo ha dovuto affrontare attacchi dalle Nazioni vicine che mal hanno sopportato, e sempre osteggiato, la sua nascita. Doveroso ricordare il fatto cruciale che i Paesi arabi abbandonarono l’assemblea ONnuquando fu approvata la risoluzione della creazione di Israele a cui non diedero mai il loro benestare.

Nasce qui il destino di una Nazione che attraverso un alternarsi di guerre e accordi cerca di creare il proprio “spazio vitale” fino a quando nel 2020 gli sforzi diplomatici hanno portato a una serie di intese nominate “Accordi di Abramo” con l’obiettivo di normalizzare le relazioni tra Israele e i diversi Paesi arabi. Gli Usa mediarono gli accordi durante la prima presidenza di Donald Trump, purtroppo l’escalation in Medio Oriente degli ultimi anni ha più volte fatto vacillare questi accordi.

Il Sud della grazia

In una situazione quindi molto fluida Netanyahu gioca la carta della “Grande Israele”, una “missione storica e spirituale” che reclama per lo Stato ebraico il ruolo di dominante potenza regionale. In questa logica ogni allargamento dei confini, si tratti di Gaza e della sempre più ampia “linea gialla” che la divide dalla Cisgiordania, o al Golan siriano occupato, è funzionale a quell’obiettivo. Così, l’ideologia del Grande Israele, nelle sue diverse varianti, secolari e religiose, dilata e reinterpreta la logica amico-nemico e quella di legittimazione della guerra.

Se raggiungerà questo obiettivo Netanyahu conquisterà una posizione da eroe della Patria e sicuramente questo successo potrebbe aiutare il primo ministro a risolvere un problema che lo affligge dal 2019 anno in cui i giudici lo hanno formalmente incriminato di corruzione, frode e abuso d’ufficio. Sono sei anni che questo processo sta proseguendo con continui rinvii a causa della complicata situazione internazionale che Israele si trova ad affrontare. E tra un passaggio e l’altro Netanyahu ha anche consegnato una domanda di grazia per i suoi reati.

Ed ecco che anche in questo “punto cardinale” si può cominciare a capire il vero obiettivo, quello non detto. Più la Regione rimane instabile, più i giudici rimandano il processo e più la guerra soddisfa l’obiettivo della Grande Israele, più ci saranno gli elementi per una grazia, con buona pace del popolo ebraico e delle sue sofferenze.

Est: Iran, ovvero l’Impero Persiano

L’atteggiamento che ha accompagnato gli americani dalla Seconda guerra mondiale in avanti è quello di non valutare cultura, radici e usanze dei Paesi in cui decidono di intervenire militarmente o economicamente. Genuinamente convinti che il loro modello sia l’unico giusto, sono anche incredibilmente certi che tutto il resto del Mondo aneli aderire al loro modus vivendi. Tuttavia Vietnam, Corea, Iran, Iraq e Afghanistan, rappresentano tutti fallimenti allineati come buche mancate su un campo da golf al modello dell’esportazione americana. Sappiamo che con l’inizio della Guerra Fredda, l’Europa si ritrovò divisa in due sfere d’influenza: l’Occidente si legò agli Stati Uniti accettando gli aiuti economici del Piano Marshall (1948) e unendosi nella Nato (1949) per la difesa comune; l’Oriente venne invece integrato stabilmente nel blocco sovietico, che ne coordinò l’economia con il Comecon (1949) e ne sanzionò il controllo militare attraverso il Patto di Varsavia (1955).

Oggi si arriva nuovamente allo scontro, ma l’Iran non è un Paese ma un ex Impero che dura da oltre 2.000 anni. Tutto l’orgoglio, la storia, la tradizione, la forza che compone un Impero, che ha dominato il Mondo fino a conquistare persino la Grecia delle polis come Atene e Sparta, non è solo sulle pagine dei libri di storia ma ben dentro il Dna e l’anima di ogni iraniano e che ha portato questi a sviluppare un senso di odio verso gli Usa colpevoli di aver appoggiato la dittatura di Reza Pahlavi. Oggi quel ricordo è ancora ben vivo in una generazione che ha visto i propri padri e nonni torturati e massacrati.

L’Est dalla storia millenaria

Prendiamo allora i fasti di un impero millenario, la cultura antisemita che l’Iran coltiva fin dalla nascita di Israele, la religione di Stato e un dittatore che fuggì dal Paese con un aereo carico di ricchezze e che l’America accolse. Lasciamo marinare il tutto per qualche decina di anni ed ecco che l’Iran appare già sotto un’altra luce, inoltre, occorre tener presente che l’Iran occupa una superficie pari a tutta l’Europa occidentale, supera l’Iraq di ben quattro volte, presenta terreni impervi e conta 92 milioni di abitanti.

Gli Stati uniti schierarono fino a 175.000 soldati per invadere l’Iraq, perchè solo un’invasione può piegare una Nazione determinata a difendere la propria indipendenza. Per lanciare un’offensiva simile contro l’Iran Washington avrebbe bisogno di quasi un milione di soldati, senza contare che l’impero iraniano non rappresenta un ventre molle come la controparte irachena. Inoltre chi ha millenni di storia alle spalle vede il tempo con una scansione diversa da chi ha solo 250 anni di storia come gli Usa.

Gli analisti geopolitici definiscono “la guerra della pazienza” la strategia con cui Teheran, negli ultimi 20 anni, ha assorbito provocazioni, embarghi, attacchi mirati mentre intanto si preparava costituendo enormi scorte militari e strutturando un apparato di comando e bellico flessibile, pronto a reggere ogni tipo di decapitazione nei vertici o attacco offensivo su larga scala. Studi di azioni preventive e di reazioni di ritorsione come quella allo stretto di Hormuz e gli attacchi ai Paesi vicini della Regione. Questo l’Iran che nessuno racconta a Donald Trump o che, nel migliore dei casi, il presidente Usa (e il suo alleato Netanyahu), non ha o non ha voluto, tenere in considerazione.

Ovest: Israele e il popolo eletto

Alla voce giudaismo l’enciclopedia dei ragazzi Treccani riporta questa definizione: «il Mondo ospita pastori e letterati, pescatori e contadini. Secondo la tradizione, gli ebrei custodiscono e studiano la parola divina, questo il loro compito mentre attendono l’arrivo del Messia. L’espressione “popolo eletto” esprime proprio questo significato e questa natura».

Secondo la Torah (l’insegnamento fondamentale del giudaismo trasmesso da Dio a Mosè) la parola eletto significa innanzitutto “scelto” e questo non prevede una superiorità del popolo ebraico rispetto agli altri popoli perché è in realtà una scelta per, a favore di. Ma se il popolo ebraico è scelto da Dio per “custodire la parola divina e studiarla, in attesa che venga il Messia”, questo popolo non può certo scomparire o essere cancellato dalla faccia della terra. Saltando vari millenni di storia, l’equazione “popolo scelto = popolo che dovrà sempre esistere” appare abbastanza ovvia e lo stesso Netanyahu l’ha catalizzata il 18 luglio 2018 con l’approvazione di una legge da parte del Knesset (il Parlamento israeliano) che definisce Israele “Stato Nazione del popolo ebraico”.

Per comprendere l’attuale scenario geopolitico occorre abbandonare le lenti teologiche e identitarie, le cui storiche e pericolose derive antisemite vanno sempre fermamente condannate e applicare un criterio laico e strategico. Le alleanze odierne si basano infatti sulla reciprocità, su vantaggi concreti e su un dialogo costante volto a preservare l’efficacia degli accordi diplomatici. Diventa così semplice capire il metro di giudizio che il Governo israeliano utilizza per valutare quanto aderire alle richieste del suo più prezioso alleato. Un’alleanza militare nasce sempre dalla necessità di essere più forti verso una minaccia comune ma se poi questa vacilla il nemico ne prende atto e si perde il potere deterrente della stessa.

La rotta che prenderà il Mondo

punti cardinaliCon la bussola, i punti cardinali definiti e una buona carta geografica sembra più facile capire che rotta si andrà a percorrere. Ma la si può sempre aggiustare, modificare o addirittura cambiare del tutto e poi non esistono solo i quattro punti di Nord, Sud, Est e Ovest, ma anche tutte le posizioni intermedia come il nord-est o il sud-ovest o addirittura il sud-sud-est. Qui non basterebbe l’Ulisse o il Magellano dei tempi migliori a darci una vera interpretazione del futuro. Rimane però la speranza di non essere andati troppo lontani nel capire come si muove il mare, ma se la speranza nasce dall’ignoranza intesa come mancanza di informazioni certo è che più sappiamo più capiamo e meno sapendo più speriamo. Ognuno di noi ha la libertà di scegliere tra una rotta o l’altra e di navigare sapendo oppure sperando.

 

Adamo De Palma

Foto © nauticando.net, ilpoliticoweb.it, veja.abril, consilium.eu, tempi.it

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