Il film Novecento rivive in una serie fotografica

0
29
Film Novecento

Ricordo di Rainer Werner Fassbinder a oltre quarant’anni dalla morte

In questo periodo estivo ricco di festival del cinema, è importante ricordare due cineasti ormai scomparsi, ma vivi nella cultura cinematografica internazionale: Bernardo Bertolucci e Rainer Werner Fassbinder.

Al palazzo Ducale di Guastalla in questi giorni è stata inaugurata la mostraCinquanta Novecento“, una rilettura del capolavoro di Bernardo Bertolucci attraverso le fotografie di scena di Angelo Novi. Un percorso tutto emiliano e che intreccia arte, cinema e memoria, restituendo l’identità storica della sua terra. Il rapporto con la poesia del padre Attilio Bertolucci e il connubio artistico con il fratello Giuseppe.

Un percorso fotografico fatto con la Polaroid, mosaici e ready-made che restituisce nuova vita alle immagini di Novecento realizzato da Bernardo Bertolucci nel 1976. Non un Film Novecentoomaggio o un atto celebrativo verso uno dei maggiori registi italiani del secondo Novecento, che con Prima della rivoluzione, espresse un nuovo linguaggio filmico. Siamo negli anni del ’68 e della contestazione dei valori tradizionali della società. Sono gli anni in cui un altro regista emiliano Marco Bellocchio diresse Pugni in tasca. Galimberti con le sue fotografie crea un dialogo con il film e con la sua memoria visiva.

Un progetto innovativo di Angelo Novi

Il progetto nasce dal ritrovamento dell’album delle fotografie di scena di Angelo Novi, realizzato per la troupe di Novecento su iniziativa dello stesso Bertolucci. Immagini che l’artista ha deciso di reinterpretare attraverso il proprio linguaggio, fatto di frammentazioni e ricomposizioni, restituendole in un bianco e nero intenso. Anche la scelta della location, il Palazzo Ducale di Guastalla è collegato come sede espositiva, al film, perchè qui vennero realizzate alcune scene di Novecento. Dunque le fotografie si collegano all’immaginario filmico, creando un cortocircuito tra cinema, storia e territorio.

“Novecento” rivive attraverso 90 scatti fotografici

La mostra con i novanta lavori esposti, mettono in luce i protagonisti del film, da Robert De Niro a Gerard Depardieu, Burt Lancaster, Stefania Sandrelli, Dominique Sanda e Donald Sutherland. Ma soprattutto i contadini, le campagne emiliane, le lotte sociali, la violenza del fascismo e la lotta per la conquista della libertà. In questi scatti emerge soprattutto il tema della fragilità, soprattutto nei bambini che diventano il simbolo di una vitalità che resiste alla durezza della storia.

In questa mostra che mette in dialogo arte e fotografia, vi è la principale funzione di rimettere in circolo le immagini. Il ready-made fotografico diventa così uno strumento per dare nuova vita a materiali esistenti, in un dialogo ideale con la storia dell’arte e della fotografia. A completare il progetto ci sono il celebre ritratto di Bernardo Bertolucci realizzato da Galimberti alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2003. Cinquantanovecento è una riflessione sulla capacità delle immagini di attraversare il tempo. Bertolucci aveva raccontato un secolo attraverso il cinema: Galimberti torna su quel racconto per ricordare che certi sguardi non appartengono al passato, ma continuano ad essere attuali.

Ricordare il cinema di Rainer Werner Fassbinder è un atto morale

Perchè è sempre attuale il cinema di Fassbinder? Perchè le sue riflessioni sul potere, desiderio, dipendenza, vivono ancora oggi nelle società moderne. Le relazioni umane sono intrecciate di potere, desiderio,dipendenza ed anche violenza. A oltre quarant’anni dalla sua morte Fassbinder continua a parlare al presente con una grande lucidità. Viviamo delle relazioni tossiche, dipendenze affettive, tutti elementi presenti nelle sue opere che conservano una straordinaria capacità di leggere le contraddizioni della vita sentimentale. Il cinema degli anni Settanta di Fassbinder non è provocatorio oggi, forse appariva allora per i ben pensanti, ma è attuale.

Le radici teoriche del cinema di Fassbinder

Nel suo cinema l’amore non coincide mai con la felicità o la redenzione. È un terreno di conflitti, in cui il desiderio, dominio e sottomissione si intrecciano indissolubilmente. Una delle matrici teoriche di questa visione è rintracciabile nell’opera di Henry de Montherlant, un autore amato e letto dal regista in gioventu’ e che lo influenzò nel suo iter creativo soprattutto per la rappresentazione delle relazioni umane. E nel corpus centrale della sua opera Montherlant elabora il concetto di “dolorismo”, cioè l’idea che la sofferenza costituisca la prova piu’ autentica del sentimento. Dunque l’amore è dipendente dal dolore. Fassbinder si sntì sempre in debito verso lo scrittore francese e soprattutto in Satansbraten del 1976, uno dei film più feroci del regista.

Il protagonista Walter Kranz, poeta fallito narcisista, esercita un potere distruttivo sulle donne che lo circondano. Un figura femminile Andree accetta per dolorismo il suo amore. In questo universo il desiderio coincide con il possesso e il sesso con l’esercizio del potere. È questo uno dei temi più forti, inquietanti e tremendamente moderni, l’impossibilità di separare completamente eros e dominio. Nel 1979 il regista va oltre: “Per me ogni arte è terapia. Invece di ammazzare qualcuno, giro una scena. Preferisco di gran lunga vedere belle scene piuttosto che gente morta”.

La dinamica tra dominio e dipendenza attraversa tutta la sua filmografia. Ne Il diritto del più forte (1975) interpretato dallo stesso regista, un operaio Fox arricchitosi con la lotteria, viene progressivamente sfruttato dall’ambiente borghese del compagno Eugen. Dunque l’amore si trasforma in un meccanismo di sfruttamento economico. Più conosciuto e acclamato dal pubblico è Le lacrime amare di Petra von Kant (1972) in cui chi ama soffre, chi è amato esercita il potere.

Il cinema di Fassbinder nega la redenzione

Ciò che rende Fassbinder attuale è la sua capacità di mostrare le strutture di potere che si nascondono dietro i sentimenti. I suoi personaggi sono incarnazioni di forze sociali ed economiche. L’amore non cancella la differenza di classe sociale e dunque Fassbinder non offre soluzioni consolatorie. Nel 1979 cosi si espresse: “liberarsi dal sistema restando dentro il sistema”. Dunque l’amore non è mai un territorio innocente, ma uno spazio di conflitto in cui vincitori e vinti si scambiano continuamente i ruoli.

 

Paolo Montanari

Foto © Exibart, Guastalla Cultura e Turismo, Stampa Reggiana

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui