Tre giorni di dialogo interreligioso e riflessione civile a Bologna per promuovere pace, integrazione e responsabilità sociale nel Mondo contemporaneo
In un piccolo Comune della pianura bolognese, a circa 25 kilometri a nord del capoluogo emiliano, circa 500 persone si sono riunite per 3 giorni nel nome della pace e del dialogo interreligioso. Dal 19 al 21 giugno 2026, presso il Bait-ul-Tauhid di San Pietro in Casale, si è tenuta la Jalsa Salana Italia 2026, il convegno annuale della Comunità Musulmana Ahmadiyya in Italia. Un evento che, nell’anno in cui il dibattito europeo sull’immigrazione tocca i toni più accesi, sceglie deliberatamente di portare in scena un messaggio controcorrente: “Amore per Tutti, Odio per Nessuno“.
Una tradizione centenaria
La Jalsa Salana – in urdu “riunione annuale” – nasce nel 1891 a Qadian, nella Regione del Punjab in India, per volontà di Hazrat Mirza Ghulam Ahmad, fondatore del movimento Ahmadiyya. Al primo raduno parteciparono settantacinque persone. Successivamente alla ripartizione di India e Pakistan nel 1947, e l’inizio delle persecuzioni nei confronti degli Ahmadi con le leggi anti–blasfemia del 1974 – anti-blasphemy law – in cui vengono dichiarati “non musulmani” dando inizio alle restrizioni legali verso la pratica religiosa e le persecuzioni, la comunità emigra in Inghilterra, a Londra. Qui stabiliscono il proprio quartier generale, oggi a Islamabad, un piccolo villaggio che si erge nei pressi di Tilford, Surrey.

Oggi il raduno si replica ogni anno in centinaia di Paesi del Mondo, con decine di migliaia di fedeli che convergono verso le sedi nazionali delle rispettive comunità. La Jalsa del Regno Unito, considerata l’evento internazionale che riunisce fedeli da tutto il Mondo, ha visto nel 2025 la partecipazione di circa 50,000 persone. La delegazione italiana che ha preso parte all’evento dell’anno passato comprende l’on. RacheleMussolini, consigliere capitolina del municipio V di Roma, Michel Emi Maritato, docente, professore e giornalista, e lo staff di Eurocomunicazione che ha riportato interviste a diverse figure di rilievo e coperto i momenti chiave dell’evento.
In Italia la Jalsa si svolge al Bait–ul–Tauhid di San Pietro in Casale, sede nazionale dell’Ahmadiyya Muslim Jama’at Italia: una struttura che ospita non solo i momenti di preghiera collettiva, ma anche la vita ordinaria di una comunità radicata nel territorio emiliano da oltre trent’anni.
Molteplici nazionalità sotto un’unica bandiera
L’evento Jalsa Salana Italia 2026, trasmesso in diretta streaming da Eurocomunicazione, ha registrato 457 partecipanti, suddivisi tra le diverse organizzazioni interne alla comunità: 123 Khuddam (giovani uomini), 52 Ansar (uomini adulti), 101 Lajna (donne adulte), 39 Atfal (ragazzi), 32 Nasirat (ragazze), 31 bambini, e 49 ospiti esterni. La presenza delle diverse fasce d’età – dai più piccoli agli anziani – rappresenta l’immagine di una comunità multigenerazionale e multiculturale: i fedeli Ahmadi in Italia sono circa 600 e provengono da Algeria, Marocco, Tunisia, Egitto, Palestina, Ghana, Pakistan, Bangladesh, Nigeria, Togo, Somalia, Svizzera, Germania, Regno Unito, oltre a includere diversi convertiti italiani.
In verità prospererà davvero chi purifica sé stesso
Il programma si è articolato in sei sessioni distribuite nell’arco di tre giorni, con un’impostazione che intreccia momento spirituale e riflessione civile. Il tema centrale di quest’anno è stato quello della purificazione spirituale come mezzo per la prosperità. Venerdì 19 giugno si è aperto con il messaggio del quinto Califfo Hazrat Mirza Masroor Ahmad, e il discorso inaugurale dell’imam Ataul Wasih Tariq, missionario in carica dell’Ahmadiyya Muslim Jama’at Italia, sul tema della misericordia divina e dell’istighfaar (la richiesta di perdono) nei tempi di incertezza.

Sabato 20 giugno le sessioni si sono moltiplicate. La mattina ha affrontato il ruolo dei giovani nella società contemporanea, con un intervento del presidente Paama Italia, Abdul Rehman Nimely e il significato dell’Ahmadiyya come fonte di unità e progresso spirituale. Nel pomeriggio, la sessione dedicata agli ospiti istituzionali ha visto saluti e messaggi di rappresentanti del Mondo religioso, accademico e istituzionale. La sessione Lajna – riservata alle donne della comunità – ha affrontato i temi dell’identità spirituale, del benessere della donna credente e del suo ruolo nell’istruzione e nella costruzione del futuro.
Domenica 21 giugno, la sessione conclusiva ha visto l’intervento del presidente nazionale della comunità Abdul Fatir Malik con un discorso sul tema “Dal sacrificio al servizio: le responsabilità pratiche di un Ahmadi nella società contemporanea”. Un titolo che sintetizza la filosofia della comunità: la fede come impegno concreto e contributo alla pace nel Mondo.
Gli ospiti istituzionali
La sessione ospiti di sabato pomeriggio ha raccolto adesioni di rilievo, molte delle quali trasmesse in forma scritta o audio a causa di impegni istituzionali pregressi. Il Cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana, ha fatto pervenire una lettera letta da un suo rappresentante, Don Andres Bergamini. Il cardinale, che aveva già visitato Bait at–Tauhid l’8 novembre 2025 durante un precedente incontro organizzato dalla comunità insieme a rappresentati del Mondo cattolico, ha richiamato nel suo messaggio il tema della purificazione del cuore come fondamento di un Mondo più umano e fraterno: «Gesù ci insegna che la vera purezza non è solo all’esterno, ma nasce dentro di noi; nel cuore», sottolineando il valore del dialogo tra religioni diverse nel combattere la paura e costruire la pace.

Ha fatto pervenire il proprio saluto anche l’on. Emanuela Del Re, sottosegretaria di Stato agli affari esteri e alla cooperazione internazionale, l’on. Stefania Pezzopane, e il maresciallo Gianfranco Passacantando. Il Sindaco di San Pietro in Casale, Alessandro Poluzzi, non ha potuto presenziare, ma ha fatto pervenire la sua vicinanza con i rappresentanti Mauro Camarrato (assessore) e Federico Pulga (consigliere comunale).
Cammino di pace nonostante le oppressioni
Tra i presenti figura anche Massimo Introvigne, sociologo delle religioni e fondatore del Cesnur, con la moglie Rosita Šorytė, anch’essa ricercatrice sulla libertà religiosa. La loro presenza richiama un tema ricorrente nella storia della comunità Ahmadiyya: la necessità di documentare e denunciare le persecuzioni subite in Pakistan e in altri Paesi a maggioranza musulmana. Stefano Stefani e altri membri della Fondazione delle famiglie per l’unità e la pace nel Mondo hanno presenziato l’evento, sottolineando l’esigenza del dialogo interreligioso come strumento per sovrastare le ostilità e combattere le ostilità, tema che segna una ferita profonda per entrambe le comunità.
Il Centro Studi sulla libertà di religione credo e coscienza (Lirec) di Roma ha inviato una lettera firmata dalla direttrice Raffaella di Marzio, in cui riconosce il ruolo della comunità Ahmadiyya nella promozione del dialogo interreligioso e ricorda come il motto “Amore per Tutti, Odio per Nessuno” sintetizzi l’essenza di un movimento che continua il suo cammino di pace nonostante le oppressioni.
Dal palco di San Pietro in Casale
Centrale è stato il discorso tenuto durante la sessione ospiti, dall’imam Ataul Wasih Tariq “Dio nella modernità: tra progresso, sofferenza e i legami che rendono umani”, le cui parole sono state motivo di profonda riflessione, richiamando al bisogno di tornare a Dio, e sottolineando che scienza e religione non sono distinte, indicando che la prima serve per spiegare la seconda.

Parte del discorso sostenuto ha anche trattato il tema della guerra e l’apatia morale che pervade gran parte della classe politica: «La tragedia di Gaza è davanti agli occhi del Mondo intero. Questioni come la fame, la punizione collettiva e la violenza indiscriminata non possono più esser nascoste dietro il linguaggio geopolitico». L’Imam ha affermato che non è Dio ad aver abbandonato l’uomo; ciò che rende gli essere umani fragili, pericolosi e soli accade quando questi perdono la misericordia di Dio e la capacità di vedere nel prossimo un essere umano. «Non è più soltanto una questione politica; è diventata una questione morale» un appello che ha risuonato nell’intero perimetro della struttura e oltre i confini degli schermi luminosi, esortando l’intera collettività ad agire con moralità e giustizia, elargendo gentilezza, empatia e carità verso il prossimo, adempiendo ai diritti del Creatore e della sua creazione.
Nel discorso conclusivo, il presidente Abdul Fatir Malik ha richiamato la responsabilità pratica di ogni Ahmadi nella società in cui vive: non solo verso la propria fede, ma anche nel servizio attivo alla comunità civile, alle istituzioni, e al territorio. Un messaggio che trova conferma nella presenza stessa degli ospiti: la Jalsa Salana Italia non è un evento chiuso su sè stesso, ma un momento di apertura deliberata verso il Mondo esterno.
Amore per Tutti, Odio per Nessuno
Mentre in Europa è aperto il dibattito sulle deportazioni e si registrano episodi di violenza contro comunità di origine straniera, la Jalsa Salana Italia 2026 porta in scena un’Islam che predica la via del dialogo e la costruzione di ponti come unica soluzione per lo stabilimento di una pace duratura fra popoli.
I temi scelti – dalla misericordia alla responsabilità civile, dall’identità giovanile al ruolo della donna, dal dialogo interreligioso alla riforma interiore – sono testimonianza di una comunità che si interroga incessantemente su come stare nel Mondo contemporaneo con apertura mentale e una guida spirituale che richiama all’unità. Da Nord a Sud, durante questi tre giorni, la comunità Ahmadi d’Italia ha risposto a quella domanda con anima e corpo, uniti in preghiera e nella fratellanza.
Ammir Stefan El-Mehrat













