In un momento in cui Papa Leone rafforza il dialogo con il Mondo musulmano, la Comunità Musulmana Ahmadiyya in Italia richiama la lunga tradizione islamica dell’incontro tra le fedi
Mentre Papa Leone XIV intraprende un viaggio cruciale tra Turchia e Libano nell’intento di rilanciare il dialogo con il mondo musulmano e connettersi con le comunità cristiane della Regione, contemporaneamente in Italia si rafforza un fronte religioso che guarda con attenzione a questa stagione di apertura.
La Comunità Musulmana Ahmadiyya – presente nel Paese dal 1999 e storicamente impegnata nella diplomazia interreligiosa e nella promozione della pace – ricorda che il confronto tra Islam e Cristianesimo affonda le sue radici in una tradizione secolare di incontro, accoglienza e confronto teologico.
Amore per tutti, Odio per Nessuno
Negli ultimi anni, la comunità italiana ha intensificato il suo impegno attraverso eventi e iniziative che hanno contribuito a consolidare la sua presenza nel panorama interreligioso del Paese. Tra questi, l’annuale Simposio per la Pace, che raccoglie rappresentanti di diverse confessioni, e l’incontro con Papa Francesco, durante il quale la leadership della comunità ha ribadito il ruolo dell’Ahmadiyya nel promuovere un Islam che si fonda sui suoi valori cardini di pace, giustizia e dialogo.
Inoltre, la Comunità ha promosso un evento insieme a rappresentanti del mondo cattolico
e istituzionale, nel segno del motto “Love for All, Hatred for None – Amore per Tutti, Odio per Nessuno”, che ha visto la presenza del cardinal Matteo Zuppi, oggi una delle figure più importanti della Chiesa italiana nel dialogo interreligioso e nella diplomazia di pace. Di particolare rilievo è stato anche l’incontro con il cardinale George Koovakod presso il Dicastero per il Dialogo Interreligioso, occasione che ha confermato la volontà della Santa Sede di mantenere un dialogo aperto, costruttivo e continuativo con le comunità musulmane.
Pietre miliari del pluralismo religioso
Sul fronte istituzionale, la Comunità Ahmadiyya è intervenuta presso la Sala Zuccari del Senato della Repubblica, durante il convegno organizzato da LIREC, contribuendo all’analisi del pluralismo religioso in Italia.
A questi, si è aggiunto il recente incontro con Papa Leone XIV, su invito della Santa Sede,
in occasione della 60ª edizione della Nostra Aetate, documento promulgato dal Concilio Vaticano II che ha inaugurato una svolta epocale nelle “relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane”. Pubblicata il 28 ottobre 1965, la Nostra Aetate pone le basi teologiche per un dialogo fondato sul rispetto reciproco, sul riconoscimento dei valori condivisi e sulla condanna di ogni forma di discriminazione religiosa. In particolare, il passaggio dedicato ai musulmani sottolinea che “la Chiesa guarda anche con stima i musulmani che adorano l’unico Dio”, ed esorta tutti “a dimenticare il passato e a esercitare sinceramente la mutua comprensione”.
Intervista al rappresenante della Comunità Musulmana Ahmadiyya
In una recente intervista, l’Imam dell’Ahmadiyya Muslim Jamaat Italy, Atual Wasih Tariq, ha condiviso alcune riflessioni sul ruolo dell’Islam nel dialogo interreligioso in un’Europa contemporanea e sulle prospettive future del rapporto fra le fedi.
Imam Tariq, negli ultimi anni la Comunità Musulmana Ahmadiyya è stata protagonista di diversi incontri e iniziative di dialogo interreligioso, in Italia e all’estero. Quali tappe considera più significative di questo percorso e quali valori guidano l’impegno della Comunità nel promuovere queste occasioni di confronto?
«Sin dalla sua fondazione, avvenuta più di cento anni fa nel subcontinente indiano – un contesto dove convivevano lingue, culture e religioni fra le più diverse al Mondo – la nostra Comunità ha fatto del dialogo (interreligioso) una parte costitutiva della sua identità. Il fondatore dell’Ahmadiyya Muslim Jamaat, Hazrat Mirza Ghulam Ahmad, aprì la sua missione con un libro emblematico, Un Messaggio di Pace, in cui affermava che nessuna società plurale può prosperare se le religioni si insultano o feriscono vicendevolmente la sensibilità dell’altra. Proponendo invece un’etica del rispetto: parlare della bellezza della propria fede senza mai ledere la dignità dell’altrui tradizione».

«Questo spirito continua ad animarci. Gli incontri con il Cardinale Matteo Zuppi, il dialogo con istituzioni, accademici e rappresentanti del mondo cattolico, e le tre udienze con Papa Francesco, non sono episodi isolati, ma capitoli di una stessa storia: l’idea che la pace nasce quando si ha il coraggio morale di parlare con chiarezza, ma con rispetto, e di costruire spazi comuni non solo di parola, ma di servizio all’umanità».
Uno dei cardini del dialogo interreligioso contemporaneo in Italia è la dichiarazione Nostra Aetate. Dal suo punto di vista, in che modo questo documento ha influenzato l’evoluzione dei rapporti tra comunità musulmane e cristiane, e quali aspetti della visione islamica – in particolare dell’Ahmadiyya – ritiene in sintonia con lo spirito di questo testo?
«Nostra Aetate è un momento storico nella coscienza religiosa dell’Europa.
Ha riconosciuto che la diversità religiosa non è una minaccia, ma un invito alla collaborazione».
«Nel Corano questa prospettiva è presente da più di quattordici secoli. Il Libro Santo
ha rivolto ai “Popoli della Scrittura” un appello chiaro: “Collaboriamo nel bene”. Non solo: il Corano ha difeso la santità di figure centrali per il cristianesimo anche in un’epoca in cui, storicamente, molti popoli accusavano ingiustamente la Vergine Maria di indegnità. Il Corano invece la proclama pura, eletta e onorata da Dio. Allo stesso modo l’Islam riconosce in Mosè, Abramo e nei Profeti di ogni Nazione – inclusi figure come Buddha e Lao–Tze, secondo la prospettiva Ahmadi – un’unica catena di guida divina che accompagna l’umanità secondo le sue necessità storiche».
In questo senso, lo spirito di Nostra Aetate trova nell’Islam, e in particolare nella nostra tradizione, un terreno naturale:
- riconoscimento reciproco;
- dignità del diverso;
- invito alla cooperazione;
- consapevolezza che la verità non è monopolio di una sola civiltà.
«Se, nei secoli passati, questo spirito fosse stato accolto, molta dell’incomprensione – e molta della sofferenza – fra mondo cristiano e mondo musulmano sarebbe stata evitata».
Guardando al futuro, quali opportunità vede per sviluppare un dialogo sempre più stabile e strutturato tra la Comunità Ahmadiyya e le diverse istituzioni religiose?
«Al di là della nostra storia di oltre un secolo nel dialogo interreligioso, la solidità dell’Ahmadiyya risiede anche nella sua organizzazione: unità sotto una guida spirituale globale, indipendente, radicata sul volontariato e capace di sostenere – con mezzi forse umili, ma con straordinaria dedizione – scuole, ospedali, villaggi modello e interventi umanitari in tutto il Mondo. Per noi il dialogo non è un atto cerimoniale: è il primo passo per lavorare insieme. Viviamo in un tempo in cui persino le democrazie scoprono che i soli meccanismi istituzionali non sono sufficienti senza un tessuto morale fatto di sincerità, compassione e senso di giustizia».
«Le nostre udienze con Papa Francesco hanno avuto esattamente questo spirito: non solo un confronto cordiale, ma una volontà di collaborazione pratica. Quando il Cardinale Koovakad ci ha chiesto disponibilità per iniziative congiunte, abbiamo immediatamente informato la nostra guida internazionale e nel giro di pochi giorni le nostre moschee – da Londra alle Ande, dall’Africa ai grandi centri urbani – si sono messe in moto».
Le opportunità future sono quindi concrete:
- progetti sociali condivisi;
- testimonianza pubblica di pace;
- educazione morale dei giovani;
- Iniziative culturali e accademiche congiunte.
«Il dialogo è reale quando diventa servizio all’umanità».
Durante la recente visita di Papa Leone nella Moschea Blu di Istanbul, il gesto di “togliersi le scarpe e non pregare” ha attirato l’attenzione mediatica, suscitando polemiche. Come vede questo atto?
«Il gesto di entrare scalzi in una moschea ha un significato profondo. Nel Corano, al profeta Mosè viene detto: “Togliti i sandali, perché ti trovi nella valle sacra”. Questo gesto lega insieme le tre grandi religioni abramitiche: è un simbolo di rispetto universale davanti al sacro».

«Per quanto riguarda il dibattito mediatico sul fatto che il Papa abbia o non abbia pregato, confesso che mi rattrista vedere la preghiera trasformata in un argomento da talk show.
Nella tradizione del Profeta Muhammad (pace su di lui) le moschee venivano aperte ai cristiani affinché potessero pregare secondo il loro rito. Ma la preghiera è un atto intimo: nasce nel momento in cui il cuore è pronto».
«Alcuni Papi hanno pregato nelle moschee; Papa Leone non lo ha fatto. Non c’è nulla che autorizzi a mettere in dubbio la sua spiritualità. Se vogliamo davvero favorire il dialogo, dobbiamo evitare le polemiche e imparare a leggere i gesti per quello che sono: un’offerta di rispetto, non un campo di battaglia ideologico».
Ammir Stefan El-Mehrat
Foto © Al Hakam, Facebook, Reuters













