Le tensioni in Medio Oriente continuano a crescere, tra minacce dirette, escalation militare e un confronto sempre più esteso sul piano strategico
Le Guardie della Rivoluzione hanno lanciato un avvertimento esplicito agli Usa, minacciando possibili attacchi contro università americane presenti nella Regione.
La dichiarazione, diffusa dai media iraniani, collega la minaccia alla distruzione di due atenei iraniani colpiti nei recenti bombardamenti attribuiti a Stati Uniti e Israele.
Teheran ha chiesto una presa di posizione ufficiale da parte di Washington entro il 30 marzo, invitando al contempo studenti, docenti e personale delle università americane nei Paesi del Golfo ad allontanarsi dai campus, ritenuti potenziali obiettivi.
Nella Regione operano infatti sedi distaccate di atenei statunitensi, tra cui la New York University negli Emirati Arabi Uniti e la Texas A&M University in Qatar.
Nella notte tra venerdì e sabato, nuovi attacchi hanno colpito Teheran, danneggiando gravemente l’Università di Scienza e Tecnologia nella zona nord-orientale della capitale.
Secondo fonti locali, non si registrano vittime.
Escalation
Il conflitto si intensifica anche sul fronte libanese. Secondo il ministero della Salute di Beirut, i bombardamenti israeliani hanno causato almeno 1.238 morti dall’inizio delle ostilità tra Israele e Hezbollah, lo scorso 2 marzo, tra cui 124 minori. Solo nell’ultimo fine settimana si contano 49 vittime, tra cui soccorritori e giornalisti.
La crisi umanitaria si aggrava: oltre un milione di persone sono state costrette a lasciare le proprie case a causa dei raid e degli ordini di evacuazione.
Sul piano politico, il presidente Donald Trump ha dichiarato, attraverso il social Truth e poi su X, che l’Iran avrebbe avanzato una richiesta di cessate il fuoco. Washington, tuttavia, non intende prendere decisioni immediate: ogni valutazione, ha precisato Trump, sarà subordinata alla riapertura dello Stretto di Hormuz.
Il presidente ha ribadito che le operazioni militari continueranno finché Teheran non rispetterà le condizioni poste, definendo comunque il nuovo presidente iraniano «meno radicale» rispetto ai predecessori, pur in un contesto che resta altamente instabile.
La replica iraniana
La risposta iraniana è arrivata per voce di Ebrahim Azizi, presidente della Commissione Sicurezza nazionale del Parlamento, secondo cui «lo Stretto di Hormuz tornerà operativo ma non per gli Usa». Teheran ha inoltre ipotizzato nuove regole per il transito navale, incluso il pagamento di pedaggi per le navi straniere.
Sul terreno, i Pasdaran hanno annunciato una nuova ondata di attacchi, l’89ª dall’inizio del conflitto. Secondo la televisione di Stato iraniana, nel mirino sarebbero finiti obiettivi legati agli Stati Uniti nella Regione del Golfo, inclusa l’area della Quinta Flotta in Bahrein, colpita con droni e missili balistici.
Rivendicati anche attacchi contro sistemi radar negli Emirati Arabi Uniti, una petroliera israeliana nel Golfo Persico e la base americana di Al–Udeid in Qatar.
Altre operazioni avrebbero preso di mira unità navali statunitensi nell’Oceano indiano.
Analisi sul programma missilistico iraniano
Nonostante l’intensità degli attacchi, il programma missilistico iraniano resta operativo.
Secondo un’analisi del Washington Post, nelle prime settimane dell’offensiva congiunta di Stati Uniti e Israele sono stati colpiti quattro importanti impianti di produzione e almeno 29 basi di lancio.
I raid hanno danneggiato infrastrutture chiave, rallentando la produzione e limitando
temporaneamente l’accesso ai sistemi missilistici, ma non ne hanno determinato la neutralizzazione. Esperti citati dal quotidiano sottolineano come Teheran continui a lanciare missili e mantenga capacità significative, grazie anche all’utilizzo di piattaforme mobili e alla ricostruzione rapida delle infrastrutture danneggiate.
«I missili restano il principale strumento di deterrenza», osservano gli analisti, evidenziando come una completa eliminazione del programma sia difficilmente realizzabile.
Obiettivi di Washington e Israele
Gli Usa hanno indicato proprio la distruzione delle capacità missilistiche iraniane come uno degli obiettivi centrali del conflitto. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha dichiarato che gli attacchi hanno colpito fabbriche e linee produttive legate ai programmi missilistici e ai droni, mentre il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha parlato di un significativo indebolimento degli arsenali iraniani.
Tuttavia, la capacità offensiva di Teheran non risulta azzerata. Lo confermano anche episodi recenti, come il lancio di missili balistici a medio raggio contro la base congiunta anglo–americana di Diego Garcia, a circa 4.000 chilometri di distanza, segnale della portata ancora rilevante del sistema missilistico iraniano.
Le basi colpite e i danni riportati
Sul piano operativo, i bombardamenti hanno colpito in particolare i complessi militari di Khojir, Shahrud, Parchin e Hakimiye, dove si producono combustibili e componenti essenziali per i missili balistici. Le immagini satellitari mostrano danni estesi a decine di strutture, con effetti significativi ma probabilmente temporanei sulla capacità produttiva.
Anche le basi di lancio sono state bersaglio di raid: almeno 29 installazioni risultano danneggiate, spesso attraverso il colpo agli ingressi di tunnel sotterranei utilizzati per lo stoccaggio dei missili. Un’azione che rallenta le operazioni, ma che – secondo gli analisti – difficilmente potrà impedire nel lungo periodo la ripresa delle attività.
Il conflitto resta dunque aperto e in continua evoluzione, con un equilibrio instabile tra capacità militari ancora intatte e pressioni crescenti sul piano politico e strategico.
George Labrinopoulos
Foto © AI, Vatican News, Euronews, Global Defence Corp













