La Commissione presenterà le proprie misure per accelerare il riconoscimento delle qualifiche mediche durante il terzo trimestre
La carenza di personale sanitario è una sfida cruciale che coinvolge l’intera Unione europea. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, attualmente la mancanza di operatori si aggira intorno ai 1,2 milioni ma si stima che tale deficit ammonterà a 4,1 milioni entro il 2030. Per via del forte calo che sta subendo tale settore, in tutta Europa si registrano casi di chiusure di reparti ospedalieri, liste d’attesa che sembrano infinite e dipendenti che se ne vanno. Eppure, come testimoniato dai dati delle ricerche Eurostat – Healthcare personnel statistic, in Ue non sono mai stati formati così tanti medici e infermieri come ad oggi.
Commissione europea e riconoscimento delle qualifiche
La Commissione europea è ormai conscia del fatto che tale mancanza sia da ricollocarsi all’interno di un sistema fin troppo frammentato e aggravato dal complesso riconoscimento dei titoli di studio. Per tale motivo la vicepresidente esecutiva per le Competenze e il lavoro di qualità, Roxana Minzatu, ha affermato che l’esecutivo europeo «sta valutando misure, anche attraverso la digitalizzazione, per modernizzare e accelerare le procedure di riconoscimento delle qualifiche necessarie per accedere alle professioni regolamentate, comprese quelle mediche».
La Corte dei conti ha analizzato la questione dei riconoscimenti, elaborando poi una relazione che mostra come tale faccenda risulti problematica per via dei limiti del mercato unico. Infatti sulla base di quanto stabilito nel Trattato sul Funzionamento dell’Ue, viene garantita la libera circolazione dei lavoratori e dei servizi, nonché la libertà di stabilimento all’interno del mercato unico europeo.
Allo stesso tempo però è previsto che gli Stati membri possono fissare norme per l’accesso alle professioni. Per tale motivo nel 2005 il Parlamento e il Consiglio europeo hanno adottato una direttiva sul riconoscimento delle qualifiche che mira a impedire che i Paesi impongano condizioni eccessive ai cittadini che vogliono far valere i propri diritti. La Corte ha esaminato l’efficacia con cui la Commissione garantisce la giusta applicazione di tale direttiva, mettendo in luce quanto questo meccanismo sia essenziale ma mal utilizzato. Nel rapporto si legge infatti che le norme Ue volte a facilitare la procedura di riconoscimento non sono applicate in maniera coerente, comportando così regole diverse, costi amministrativi e un’infinità di documenti richiesti.
Rilancio di un mercato unico funzionale
La Corte dei conti si è espressa sulla questione affinché l’Ue intervenga in maniera decisa per realizzare un mercato unico che sia funzionale e funzionante. L’europarlamentare Jan Farský ha rilanciato il caso all’interno della sua interrogazione, avanzata lo scorso 30 gennaio, focalizzandosi sulla mancanza di medici e personale sanitario. In tale documento ha sottolineato come molte Regioni europee stiano affrontando una crescente carenza di medici che minaccia l’accesso e la resilienza dei sistemi sanitari pubblici. Ha poi aggiunto che a tale situazione si aggiungano lunghe procedure di convalidazione, sistemi nazionali divisi e un accesso lento all’istruzione post-laurea che continuano a rallentare l’integrazione dei medici qualificati nei sistemi sanitari dell’Ue. Secondo l’europarlamentare ciò implicherebbe l’innalzamento di barriere strutturali alla mobilità della forza lavoro, limitando le capacità europee di rispondere tempestivamente e in modo coordinato alle carenze di personale sanitario.
Mentre si attendono aggiornamenti normativi rispetto la possibilità di riconoscimento dei titoli di studio e dei corsi di specializzazione a livello europeo, l’Ue sta lavorando a delle “soluzioni tampone” per rispondere all’emergenza. «La Commissione esamina varie iniziative politiche per attrarre e trattenere i medici, anche al di fuori dell’Europa, al fine di attenuare la carenza di personale sul mercato del lavoro». Il grande ostacolo della Commissione è che fattori quali salute e sanità rientrino nelle competenze esclusive degli Stati membri cui dunque spettano anche «il reclutamento e l’integrazione professionale, nonché la garanzia dell’accesso alla formazione post-laurea e ai percorsi di specializzazione». In virtù di ciò «l’obiettivo delle iniziative della Commissione è rimuovere gli ostacoli amministrativi alla libera mobilità dei medici, salvaguardando al contempo gli obiettivi di salute pubblica».
Possibili misure
Attualmente la Commissione sta lavorando sulle misure per accelerare il sistema di convalidazione che rientrano nell’ambito dell’iniziativa sulla portabilità delle competenze che dovrebbe essere presentata nel corso del terzo trimestre, dunque tra luglio e settembre. Non sappiamo cosa deciderà l’esecutivo europeo ma, dato l’attuale stato delle cose, l’Ue dovrebbe intraprendere delle riforme coraggiose per poterlo cambiare.
Un primo possibile passo in avanti potrebbe essere il superamento della competenza esclusiva nazionale, introducendo un sistema centralizzato che garantisca una distribuzione più equa delle risorse umane e finanziarie che riducano gli squilibri. Inoltre l’investimento in una rete sanitaria comune, affiancata da una maggiore armonizzazione delle politiche retributive e delle condizioni lavorative, rafforzerebbe le infrastrutture dei Paesi più vulnerabili. Ripensare la mobilità interna del personale sanitario non è solo un’opportunità per il mercato del lavoro ma anche uno strumento fondamentale per garantire il diritto universale alla salute ovunque nell’Ue, motivo per cui è importante promuovere incentivi che consentano di frenare la fuga di cervelli che impoveriscono ulteriormente Regioni già fragili.
Il caso italiano
Negli ultimi anni il sistema sanitario italiano è stato soggetto a crisi di diversa natura. Per colmare la mancanza di fondi sono stati stanziati ingenti investimenti: la legge di bilancio del 2025 ha difatti aumentato il fondo sanitario a quasi 137 miliardi di euro, comportando così un incremento di nove miliardi rispetto il 2024. Il Governo ha poi previsto il potenziamento delle Breast unit (centri altamente specializzati nella cura dei tumori al seno), il finanziamento dei test Ngs per le malattie rare (destinandovi un milione nel 2025) e articolato un piano pandemico quadriennale 2025-2029, stanziando 50 milioni per il 2025 e fino a 300 milioni annui dal 2027.
Al di là dei fondi, il nodo centrale resta la carenza di personale sanitario, problema strutturale legato a una serie di errori di programmazione passati e condizioni di lavoro attuali poco invitanti. Recentemente sono andati in pensione molti medici e infermieri ma, allo stesso tempo, il numero di posti per la formazione di nuovo personale nelle università è stato inferiore rispetto al fabbisogno reale, creando un vuoto difficile da colmare.
Nonostante l’elaborazione di un piano per l’assunzione di 1.000 medici e 6.300 infermieri, che ha anche introdotto incentivi economici come agevolazioni fiscali sulle indennità di specificità, molti giovani decidono di non intraprendere tali professioni. Ciò è dovuto al fatto che, per via del sottorganico, il lavoro divenga sempre più massacrante mentre aumentano le aggressioni verso gli operatori sanitari. Il governo ha cercato di colmare parte del deficit aumentando i posti disponibili nelle università ma il problema non si ferma esclusivamente alla formazione. Difatti il nostro Paese è soggetto al cosiddetto skill mismatch, in quanto il personale, una volta formatosi, non resta dove servirebbe ma fugge all’estero o nel privato dove le paghe sono più alte e i ritmi più sostenibili.
Ottavia Scorpati
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