Le strategie europee per educare i giovani all’uso responsabile dei social e proteggere la salute mentale nell’era digitale
La tutela dei minori nello spazio digitale è ormai una priorità nell’agenda europea. Dalle iniziative della Commissione europea nell’ambito del Digital Services Act (DSA) fino alle strategie per un internet più sicuro, il tema non riguarda più soltanto l’accesso a contenuti dannosi, ma l’intero ecosistema delle piattaforme digitali.
Sempre più spesso, infatti, si evidenzia come i social media siano progettati per massimizzare il tempo di permanenza online, con effetti documentati su ansia, autostima e qualità del sonno degli adolescenti. In questo contesto, le sole politiche restrittive non appaiono sufficienti: emerge la necessità di un approccio educativo e sistemico, condiviso a livello europeo.
La media education si configura così come una delle sfide chiave del nostro tempo, capace di incidere non solo sulle competenze digitali, ma anche sulla costruzione di una nuova cittadinanza europea consapevole.
È un tema che gli Stati membri stanno gradualmente declinando all’interno dei loro ordinamenti. Anche attraverso maggiore responsabilizzazione degli operatori del web e mediante l’introduzione di limitazioni di accesso alle piattaforme social. Sul tema dell’introduzione di un limite minimo di età per l’iscrizione e l’utilizzo dei social network il Parlamento italiano, in particolare, sta esaminando una serie di proposte e disegni di legge che recepiscono in parte una tendenza sempre più diffusa negli ordinamenti degli Stati Membri e della comunità internazionale in generale.
Ma mirano anche a dare risposte alla preoccupante emergenza di fenomeni sociali di violenza all’interno delle scuole, spesso veicolati o indotti proprio dai social network. Si tratta di un percorso non privo di ostacoli, ma considerato necessario da una gran parte dell’opinione pubblica. Preoccupata per una società che risente negli ultimi anni delle dinamiche dell’invasività di questi strumenti di comunicazione. Considerati per certi versi alienanti rispetto alla realtà. E che hanno visto accrescere la forte preoccupazione in relazione anche agli episodi di violenza all’interno delle scuole, di cui sono autori proprio i più giovani.
Della media education e di molto altro parliamo con Laura Scalfi, direttrice del Polo Steam Giuseppe Veronesi di Rovereto, realtà d’eccellenza nel panorama italiano con un’impostazione internazionale.
Dott.ssa Scalfi, quali sono oggi le principali sfide per il sistema educativo, anche in una prospettiva europea?
«Le sfide sono molteplici e sempre più interconnesse. A livello europeo, l’integrazione delle tecnologie nei percorsi formativi non è più un’opzione, ma una necessità strutturale. Non si tratta solo di trasmettere conoscenze teoriche, ma di sviluppare competenze operative e trasversali, in linea con i framework europei sulle competenze digitali. In questo scenario, i social media introducono una complessità ulteriore: da un lato rappresentano strumenti di accesso alla conoscenza, dall’altro costituiscono una fonte costante di distrazione. Gli studenti vivono immersi in ambienti digitali che competono direttamente con i processi di apprendimento tradizionali».
Qual è il suo punto di vista sull’impatto dei social media sulla salute mentale degli adolescenti?
«I social media hanno una natura ambivalente. Possono favorire collaborazione, condivisione e accesso alle informazioni, ma allo stesso tempo espongono i giovani a dinamiche potenzialmente dannose. Uno degli aspetti più critici è la costruzione dell’identità personale attraverso metriche sociali – like, follower, visualizzazioni – che possono alimentare fragilità psicologiche. Questo fenomeno è sempre più oggetto di attenzione anche da parte delle istituzioni europee, proprio per le implicazioni sul benessere delle nuove generazioni».
Come valuta le iniziative europee e internazionali, anche con riferimento a quelle in corso di esame dal Parlamento italiano che sono a esse ispirate, volte a limitare l’accesso dei minori ai social media?
«Sono interventi necessari e, in molti casi, urgenti. La protezione dei minori è un principio fondamentale anche nelle politiche europee digitali. Tuttavia, il rischio è pensare che la regolazione possa bastare da sola. Le restrizioni devono essere accompagnate da un investimento strutturale in educazione digitale. Le scuole sono chiamate a svolgere un ruolo cruciale: non solo limitare, ma formare cittadini digitali consapevoli, capaci di interpretare criticamente gli strumenti che utilizzano».
Una recentissima sentenza emessa nell’ambito di un processo a Los Angeles ha stabilito, creando un precedente storico, che alcuni social media creano dipendenza tra i giovani. E sono quindi responsabili degli effetti negativi sulla salute mentale. Qual è la sua opinione al riguardo?
«È essenziale considerare che i social media possono avere un impatto profondo sulla salute mentale dei giovani. La dipendenza da questi strumenti digitali può portare a una serie di problemi, tra cui ansia, depressione e isolamento sociale. La costante esposizione a contenuti curati e idealizzati può influenzare l’autostima e la percezione di sé, creando un ciclo dannoso di confronto e insoddisfazione. In secondo luogo, è fondamentale che le istituzioni, le famiglie e gli educatori lavorino insieme per sviluppare strategie di prevenzione e intervento. Dobbiamo educare i giovani all’uso responsabile dei social media, promuovendo una maggiore consapevolezza sui rischi e sull’importanza di un equilibrio sano tra vita online e offline».
«Infine, la responsabilità non ricade solo sugli utenti, ma anche sulle aziende che gestiscono queste piattaforme. È cruciale che le politiche aziendali evolvano per proteggere gli utenti più vulnerabili, implementando misure che limitino l’impatto negativo dei contenuti e promuovano esperienze positive. In conclusione, la sentenza di Los Angeles è un invito all’azione. Dobbiamo lavorare insieme per garantire che i social media possano essere strumenti di connessione e crescita, piuttosto che fonti di dipendenza e disagio».
In che modo il Polo Steam Giuseppe Veronesi affronta queste sfide?
«Abbiamo sviluppato un approccio integrato che riflette le linee guida europee sull’educazione digitale. I nostri programmi includono non solo competenze tecniche, ma anche aspetti legati alla sicurezza online, al benessere digitale e alla consapevolezza nell’uso dei social media. Collaboriamo con esperti di psicologia e pedagogia e coinvolgiamo attivamente le famiglie, perché la sfida educativa è necessariamente condivisa. L’obiettivo è costruire un ecosistema educativo coerente, in cui scuola e contesto familiare dialoghino».
Qual è la sua visione per il futuro dell’educazione STEAM in relazione ai social media?
«Il futuro dell’educazione Steam è profondamente legato alla capacità di governare il rapporto tra tecnologia e apprendimento. In Europa, questo significa anche rafforzare la dimensione internazionale dei percorsi formativi. Nel nostro polo, integriamo l’uso consapevole dell’intelligenza artificiale, la lingua inglese e le competenze di comunicazione, come il public speaking. Questo approccio consente ai nostri studenti di competere a livello globale: non a caso, una quota significativa dei diplomati accede alle università più selettive nel Mondo».
Il tema del rapporto tra adolescenti e social media si conferma dunque una questione strategica per l’Europa: non solo in termini di regolazione, ma anche – e soprattutto – di educazione. La costruzione di una cittadinanza digitale europea passa dalla scuola, dalla famiglia e dalle istituzioni, in un equilibrio complesso tra libertà, tutela e responsabilità.
Francesca Agostino













