Trump ha perso la guerra in Iran

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Il presidente degli Stati Uniti ha sondato più opzioni: dal dialogo alle bombe. Sembra che gli eventi stiano andando nella direzione della seconda eventualità

In Iran, l’America di Trump è davanti a un bivio. Tra la vita e la morte. A metà strada fra l’avvio di colloqui diplomatici e l’invasione via terra. 

Il Mondo paga gli errori degli Stati Uniti

Nell’intimità delle proprie quattro mura – dagli attici di Washington D.C ai ranch dell’Iowa – le famiglie statunitensi versano lacrime e si interrogano nella medesima maniera: fino a quando il sangue dei nostri figli continuerà a essere versato vanamente. A Parigi come a Tokyo, invece, si riflette sul rincaro della benzina e del gas. Le istituzioni europee e asiatiche non sembrano sufficientemente attrezzate per dare una risposta alle proprie comunità – vincolate più di tutti nella loro quotidianità dall’esportazione energetica via Hormuz. 

Nel giro di poco meno di cinque settimane, da Von der Leyen a Takaichi, si trovano a dover valutare risposte straordinarie e immediate per fronteggiare un’incipiente stagflazione – termine ormai scomparso dal vocabolario d’uso comune (l’ultimo shock petrolifero risale agli anni 1979-1982).

Gli Usa peccano di una visione

Eppure, a Washington regna la confusione. Le decisioni sono affidate all’ingovernabilità del momento, non seguono roadmap ben delineate, ma umori, impressioni e condizionamenti.

Il presidente statunitense ha parlato alla Nazione e ha svelato al Globo tutte le falle del sistema America. Col suo teatrale discorso ha incensato l’operazione Epic Fury – da molti rinominata ironicamente Epic Fail -, provando a coprirne limiti e vistose incongruenze. Ma ottenendo effetti indesiderati: le contraddizioni sono ora più visibili e denunciano in pompa magna l’inaffidabilità degli Stati Uniti come potenza in grado di gestire parte degli equilibri mondiali. 

Da tempo, Washington ha smesso di voler recitare la parte di gendarme del Mondo, proiettando e ricalibrando risorse verso il proprio cortile di casa (backyard). Il quadrante mediorientale non vi rientra più come un tempo. «La ragione storica per cui gli Stati Uniti si concentrano sul Medio Oriente verrà meno» si legge nel National security strategy di dicembre 2025.

Gli Usa non ne dipendono come durante gli anni del confronto con l’Unione sovietica e intrattengono ottimi rapporti con quasi tutti gli attori dell’area – Israele, Turchia e le monarchie del Golfo. Quelle terre sono destinate a trasformarsi da costante polveriera a luoghi «di collaborazione, amicizia, e investimenti» multimiliardari. A patto di abbandonare una volta per tutte «il malinteso esperimento americano che costringe a rinunciare alle proprie tradizioni e […] forme storiche di Governo. La chiave per relazioni di successo […] è accettare la Regione, i suoi leader e le sue Nazioni così come sono».

Ogni singola parola dell’estratto del Nss qui di sopra riportato è stata contraddetta

Nessun obbiettivo conseguito

Secondo la narrazione dell’inquilino della Casa Bianca, Washington avrebbe raggiunto tutti gli intenti che si era prefissata: dalle scorte di uranio sopravvissute alla Guerra dei 12 giorni alle capacità balistiche di Teheran. Eppure, i missili iraniani continuano a sconvolgere i Paesi arabi del Golfo e sul programma atomico le stesse intelligence occidentali ammettono di saper poco. Mentre le teste decapitate – da Khamenei a Ali Larijani – sono state rapidamente sostituite

Il regime che Trump ha dichiarato di non aver mai voluto “rovesciare” è più resiliente del previsto. Il vecchio Ayatollah ha passato mesi (quelli intercorsi tra giugno 2025 e febbraio 2026) a delegare decisioni e operatività a più centri di potere: una ristretta cerchia di funzionari a coordinare e i potentati di medio livello ad agire – con larga autonomia in caso di desincronizzazione. 

Oggi se ne pagano le conseguenze. Teheran assomiglia più che mai a un hydra cui è complicatissimo mozzare ogni testa. La frettolosa sortita che Israele ha imposto a Trump in giugno ha condannato gli Usa all’odierna paralisi: i pasdaran si sono riorganizzati e sono in vantaggio.

Una via d’uscita tramite colloqui montati ad arte

Per questo, il capo della Casa Bianca cerca una exit strategy, mentendo all’America intera e cercando di convincere i cittadini della necessità della guerra. Ma non potrà farlo per sempre, il blocco di Hormuz glielo impedisce: se è vero che una parte degli americani potrebbe credere alle sue “verità alternative”, i totem nelle stazioni di rifornimento parlano chiaro al resto del Mondo. E allora ecco il bivio di cui si parlava in apertura. 

Dal 23 marzo gli States hanno lavorato sottotraccia per imbastire dei colloqui con la controparte iraniana. Sull’andamento delle – presunte – trattative si rincorrono voci contrastanti – alimentate dalla propaganda di entrambe le parti. 

Gli iraniani hanno più volte negato pubblicamente contatti. Trump racconta che Teheran avrebbe chiesto in ginocchio un cessate il fuoco. Al netto delle retoriche bipartisan, il tavolo pare già saltato. E il manico del coltello scivola pericolosamente nelle mani dei pasdaran, ormai ben consci del proprio vantaggio asimmetrico: hanno meno fretta di trattare rispetto a quanta non ne abbia Washington, finchè Hormuz rimane serrato e circondato da mine.

In questo primo scenario (già naufragato), il massimo a cui l’amministrazione Usa potrebbe aspirare è la riapertura dello Stretto in cambio della cessazione delle ostilità: una disfatta totale.

Un’operazione di terra non è contradditoria, ma rimane inattuabile

È allora solo tramite un suicidio politicomilitare che Trump potrebbe provare a raggiungere i poco plausibili propositi iniziali. Le scorte di uranio superstiti si trovano con tutta probabilità a Isfahan (3 milioni di abitanti) e il centro nevralgico dell’economia iraniana è l’isola di Kharg. Come pretendere di mettere un punto all’annosa questione del nucleare iraniano o paralizzare ogni movimento del regime senza stivali sul campo? C’è un filo di coerenza in questa follia.

Andamento del conflitto e condizionamenti esterni hanno già imposto in che direzione andare. Tutti, ma proprio tutti, dagli Emirati Arabi Uniti al Bahrain e Kuwait pretendono che The Donald colpisca duramente e invada l’Iran – lo rivelano conversazioni segrete tra funzionari riportate dalla Associated PressMentre a Tel Aviv si tira un sospiro di sollievo: l’avvio dei colloqui aveva fatto sobbalzare dalla sedia il premier israeliano; a tal punto da ordinare di colpire tutto il possibile prima che la via dei negoziati si fosse imposta.

Oggi Trump torna a parlare di bombardamenti sulle centrali elettriche di Teheran.
Più di 50.000 unità americane, tra cui Marines, paracadutisti e truppe aviotrasportate, sono nell’area, con piani e tattiche – irrealistici – per lo sbarco e il mantenimento di posizioni

Ancora una volta si ha l’impressione che i negoziati siano serviti per prendere tempo. Casa Bianca e Pentagono hanno già deciso. Le pressioni del Golfo e di Israele hanno vinto. 

La guerra si prolungherà e altri soldati americani moriranno, nel facile mirino dell’isola di Kharg o disorientati fra i gran quartieri di Isfahan.

 

Fabio Sinisi

Foto © Huffington Post, Startmag, Il Messaggero, Reddit

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