Come lo sguardo critico dello storico, tra tempi lunghi e memorie costruite, aiuta a decifrare guerre, crisi globali e narrazioni mediatiche
Quando le immagini della cattura di Nicolás Maduro o della striscia di Gaza distrutta invadono i nostri schermi la domanda che echeggia tra talk show, editoriali e feed dei social è sempre la medesima: cosa sta succedendo? È una domanda legittima, che asseconda un’esigenza puramente umana. A questo quesito, però, se ne associa un altro più scomodo: perché sta succedendo? È proprio nello scarto velato tra il cosa e il perché che si apre il terreno d’indagine dello storico, un professionista che non lavora sulla notizia ma sulle cause, non sull’evento ma sulla dinamica del processo.
Mestieri diversi, verità parziali
Per capire cosa fa lo storico, conviene partire da ciò che non fa, o almeno da ciò che non è chiamato a fare con la stessa urgenza degli altri interpreti del reale. Il giornalista racconta l’evento, così come il sociologo osserva le strutture del presente, i media costruiscono narrazioni che orientano l’opinione pubblica. Lo storico, che Marc Bloch ha precisamente definito lo scienziato degli uomini nel tempo, risponde a un’esigenza diversa. Il suo compito non è quello di studiare eventi isolati, ma le condizioni materiali e culturali che li rendono possibili, le scelte umane che li hanno orientati, fino ai vincoli storici entro cui quelle scelte si sono esercitate. Il suo mestiere è per questo chiamato per natura a dialogare con tutte le discipline.
A partire da questa premessa Fernand Braudel compie il passo successivo, quello che
trasforma un’intuizione metodologica in un vero sistema di lettura della realtà. Bloch sostiene che lo storico osserva gli uomini nel tempo, Braudel ci dice che il tempo stesso non è una grandezza omogenea: è stratificato, molteplice, composto di livelli che scorrono a velocità diverse. Il tempo breve degli eventi è quello dei cronisti, dei feed social. Il tempo medio è quello delle congiunture economico-politiche e si estende su decenni. Ma è il tempo lungo della longue durée – il ritmo lentissimo delle strutture geografiche, demografiche, culturali – a determinare le condizioni entro cui tutti gli altri tempi si dispiegano. Applicare questa griglia alle dinamiche contemporanee non è un esercizio accademico: è la precondizione per capire perché certi scenari sembrano non risolversi mai, come se ogni soluzione proposta ignorasse il livello profondo in cui il problema realmente risiede.
Il fuoco dell’Ucraina e le radici dell’Impero
Quando nel febbraio del 2022 i carri armati russi entrano in Ucraina, la narrazione dominante inquadra l’evento come un’aggressione improvvisa. Lo storico non nega il fatto, ma rifiuta la natura improvvisa. Il 21 febbraio 2022 Vladimir Putin tiene un discorso in cui critica esplicitamente una decisione risalente a un secolo prima: la scelta di Lenin di strutturare l’Unione Sovietica, al momento della sua fondazione, in Repubbliche dotate di una propria identità nazionale anziché annetterle direttamente alla Russia. Per il presidente russo quella scelta aveva “creato” una Ucraina artificiale.
È un dettaglio rivelatore: un capo di Stato giustifica una guerra anche con una disputa storiografica del secolo precedente. Sta attivando una memoria lunga, quella che Hobsbawm probabilmente avrebbe riconosciuto come meccanismo proprio delle tradizioni inventate: ricostruire il passato per legittimare il presente. Le identità nazionali che si fronteggiano nel conflitto, quella russa imperiale e quella ucraina emancipata, non sono dati eterni ma costruzioni storiche, forgiate nell’Ottocento e riattivate dalla politica. Risalire al crollo dell’Urss nel 1991, alle promesse non formalizzate sull’espanzione dellla Nato, alla frattura del Donbass nel 2014, non significa giustificare l’invasione: significa capire perché sviscerare queste narrazioni identitarie è la precondizione di qualsiasi comprensione autentica del conflitto.
Gaza e la memoria coloniale
Un altro caso esemplare per ragionare sul metodo storico è rappresentato dal conflitto israeliano–palestinese. Nei media esplode e si spegne a più ondate, come se ogni volta ricominciasse da zero, spogliato della sua storia. Il conflitto ha delle radici profondissime, che possiamo iniziare a intercettare nell’Europa di fine Ottocento. Nel 1896 Theodor Herzl pubblica “Lo stato ebraico”, testo fondativo del sionismo politico: non una risposta al conflitto con i palestinesi, che allora quasi non esisteva come tale, ma una risposta all’antisemitismo europeo. Il progetto di uno Stato per gli ebrei nasce dentro la crisi dell’Europa, non dentro quella del Medio Oriente.
È già qui, in questo spostamento di una questione europea su un territorio abitato da un’altra popolazione, che Marx avrebbe probabilmente individuato la struttura materiale del problema: le condizioni dentro cui tutto ciò che segue diventerà possibile non sono scelte dai protagonisti locali ma imposte da dinamiche di potere esterne. Il regime dei mandati post prima guerra mondiale radicalizza questa asimmetria.
La Palestina affidata alla gestione britannica diventa il terreno su cui la Dichiarazione Balfour del 1917, che prometteva un focolare ebraico senza chiarire a spese di chi, si traduce in politica concreta.
Gli insediamenti ebraici vengono favoriti e accelerati dall’amministrazione inglese, mentre la popolazione araba vede restringersi progressivamente le proprie possibilità di autodeterminazione. La Nakba del 1948, l’occupazione del 1967, il fallimento degli Accordi di Oslo non sono tappe di un racconto lineare ma strati di condizioni che si sono depositati l’uno sull’altro. Nessun attore politico, né israeliano né palestinese, agisce nel vuoto: agisce dentro questa struttura, che lo storico non può ignorare senza rinunciare a capire.
Venezuela, Iran e la grammatica dell’ingerenza
Venendo a questioni più recenti, il 3 gennaio 2026, forze speciali statunitensi catturano Nicolás Maduro nel cuore della notte a Caracas e lo trasferiscono a New York per sottoporlo a processo. Il 28 febbraio 2026, raid congiunti di Stati Uniti e Israele uccidono a Teheran la Guida Suprema Ali Khamenei, al potere dal 1989. Due eventi distanti, separati da poche settimane, che i media trattano come scosse improvvise. Lo storico li riconosce invece come i punti di arrivo, o in itinere, di traiettorie lunghe, che Braudel definirebbe probabilmente congiunture di lungo periodo. Ovvero la tendenza delle grandi potenze a ridefinire con la forza gli equilibri degli Stati più deboli, attraverso strumenti che cambiano forma ma non logica.
Nel caso venezuelano, la cattura di Maduro è stata presentata come un’azione di polizia contro il narcotraffico. Lo storico non può fare a meno di tenere in considerazione anche i decenni di pressione americana su un Paese che detiene le più grandi riserve petrolifere al Mondo. Una storia di ingerenza che risale almeno agli anni Venti del Novecento e che ha attraversato golpe, sanzioni e tentativi di cambio di regime con geometria quasi invariata. Anche nel caso iraniano, l’uccisione di Khamenei non nasce dal nulla: si inserisce in una spirale che passa per la guerra dei Dodici Giorni del giugno 2025, per le proteste interne, per anni di negoziati falliti sul nucleare. Ma soprattutto affonda le sue radici nel 1953, quando CIA e MI6 rovesciarono il premier Mossadegh per proteggere interessi petroliferi.
Fu proprio quella ferita irrisolta a rendere possibile nel 1979 la rivoluzione khomeinista, intesa non solo come una svolta religiosa, ma la risposta di una società che aveva visto la propria sovranità violata e cercava nell’islam politico un argine all’influenza occidentale.
Da quella frattura nasce la Repubblica islamica, e con essa il regime degli ayatollah che dura fino ai nostri giorni. È questa profondità di campo che lo sguardo storico porta al dibattito pubblico: senza di essa, entrambi gli eventi appaiono come esplosioni imprevedibili invece di ciò che sono, l’esito di processi sedimentati nel tempo.
La storia non si ripete: contro il mito della ciclicità
Tra i principali errori interpretativi, c’è una tentazione diffusa, quasi innata, di leggere i conflitti contemporanei attraverso analogie storiche: Putin come Stalin, Gaza come il ghetto di Varsavia. Queste analogie sono quasi sempre pericolose se usate come strumenti di comprensione invece che come semplici suggestioni retoriche. Proprio l’analisi storica ci suggerisce che la storia non si ripete: due situazioni possono sembrare analoghe in superficie, ma le dinamiche che le producono sono cronologicamente diverse e quindi segnate da fattori di altra natura. Confondere la somiglianza dei sintomi con l’identità delle cause è un errore che la velocità mediatica favorisce e che il mestiere dello storico è chiamato a correggere.
Dentro il proprio tempo: il paradosso dello storico
È tuttavia importante ricordare che, come scrive Bloch, lo storico non è un giudice: è un cercatore di cause. Non gli è chiesto di schierarsi, di prendere una parte. Gli è chiesto di capire come si è arrivati fin qui. Questa neutralità metodologica, però, non va confusa con una neutralità esistenziale. Lo storico è un essere umano calato nel suo tempo, con le sue appartenenze e le sue esperienze. In tal senso è prezioso il contributo di Edward Hallett Carr che nel suo Sei lezioni sulla storia pone l’attenzione proprio sull’attività dello storico in termini di selezione. Operazione apparentemente tecnica ma che è sempre mediata dalla posizione che lo storico occupa nella sua contemporaneità. Egli sceglie quali fatti sono rilevanti, quali fonti privilegiare, quali connessioni tracciare.
Questa scelta avviene all’interno di una biografia, non nel vuoto. È questo il sigillo più autentico dell’inesattezza della scienza storica: per quanto la teoria sia affinata, la realtà resterà sempre più complessa e inarrivabile nella sua totalità. Uno storico che riconosce i propri limiti epistemologici è più affidabile di chi finge di non averne. D’altronde il ruolo dello storico nel dibattito pubblico non è quello di giungere a risposte rapide, ma di fornire domande migliori.
Un sapere necessario, non urgente
In conclusione, lo scenario contemporaneo, con i suoi conflitti sovrapposti e le sue crisi simultanee,
sembra progettato per sfidare il limite della comprensione umana. In un contesto simile, la tentazione di ridurre tutto a schemi semplici appare una necessità comprensibile ma al contempo intellettualmente pericolosa. La storiografia ci fornisce gli strumenti per resistere a tale semplificazione: le strutture profonde del potere, il metodo critico, i tempi multipli della storia, la consapevolezza del soggetto che la interpreta. La storia non offre certezze né previsioni. Offre complessità, profondità, la consapevolezza che ogni presente è il risultato di forze accumulate nel tempo. E questo, ad oggi, è un contributo raro e necessario. Non perché la storia si ripeta, ma perché senza di essa siamo condannati a interpretare il presente come se fosse nato dal nulla.
Alfio Faro
Foto © Le Grand Continent, Springer, PBS, Hindustan Times, Artforum













