L’ex ambasciatore britannico evidenzia squilibri tra Teheran e Washington e dubbi sull’accordo economico per la stabilità regionale
«Il vero game changer di questa situazione è che ora gli iraniani hanno de facto il controllo sullo Stretto di Hormuz, controllo che non avevano prima del 28 febbraio 2026. Questo è un cambiamento epocale: non hanno più bisogno dell’arma nucleare per minacciare il Mondo quando qualcosa non va come loro vogliono i Pasdaran. Gli basterà bloccare di nuovo lo Stretto di Hormuz, azione che ha avuto un impatto sull’economia globale tra i più grandi mai registrati per un evento verificatosi nel Medioriente».
Così Nicholas Hopton nell’ambito dell’incontro “Iran: what next” organizzato dal Guarini Institute for Public Affairs della John Cabot University. L’ex ambasciatore britannico in Libia, Iran, Qatar e Yemen, nonché parte del gabinetto del Dipartimento degli affari esteri che ha scritto la prima National Security Strategy del Regno Unito nel 2008, ha svolto una lecture con studenti e professori seguita da una sessione di Q&A (Question and Answer).
Nel corso dell’incontro, il presidente Franco Pavoncello ha ricordato Frank Guarini, storico rappresentante nel Congresso degli Usa, veterano decorato della Seconda guerra mondiale e influente sostenitore della cultura italo-americana, deceduto lo scorso 20 giugno all’età di 101 anni: «Un leader di altissimo spessore che ha ispirato per decenni la John Cabot, dando nome alla realtà di eccellenza che è il Guarini Institute for Public Affairs».
Livelli di capacità differenti
«La prima cosa che salta all’occhio nelle negoziazioni iniziate a febbraio» – ha spiegato Hopton – «è la disparità di spessore e capacità tra la parte iraniana e quella americana. Abbas Araghchi, diplomatico di lungo corso, è un vero osso duro, un ottimo negoziatore che ha rappresentato il suo Paese presso gli occidentali più volte. Dall’altro lato abbiamo Witkoff, un abilissimo immobiliarista senza esperienze nel campo delle relazioni internazionali precedenti al 2024, e Jared Kushner, il genero di Trump. Persone con evidente influenza nella Casa Bianca, ma indubbiamente su un altro livello di capacità specifica rispetto ad Araghchi».
Non sono mancate considerazioni sull’aspetto che ha irritato significativamente l’opinione pubblica americana e stupito tutti gli osservatori, quei 300 miliardi di dollari all’Iran per garantire la cessazione delle ostilità: «Riguardo la questione dei 300 miliardi che secondo l’amministrazione Trump dovrebbero arrivare all’Iran per la ricostruzione da altri Paesi del Golfo» – ha sottolineato Hopton – «la situazione non si risolverà veramente fino a che non ci sarà un accordo economicamente e politicamente sostenibile nel tempo. L’economia iraniana andrà reintegrata veramente in quella del Golfo e in quella mondiale, nel fare ciò dovrà cambiare essa stessa internamente: attualmente il 40% dell’economia è gestito dalle Guardie della Rivoluzione, in un mix letale di corruzione e interesse personale».
«Questa integrazione non sembra essere l’intenzione principale dei Paesi del Golfo, che» – ha puntualizzato l’ex ambasciatore – «cercano tutte le rotte alternative ad Hormuz possibili, dal Mar Rosso fino alla ferrovia Arabia Saudita-Turchia. Tuttavia quelle sono soluzioni che richiedono anni, mentre una soluzione per far ripartire un choke point cruciale per l’economia globale serve ora».
Ripercussioni
Le conclusioni sono state affidate alla professoressa Silvia Scarpa, Chair del Dipartimento di Scienze Politiche e Affari Internazionali della JCU: «Centrale la questione dei fertilizzanti, prodotti in larghissima scala in Iran. Lo stop al commercio causato dalla guerra avrà un impatto devastante sui popoli più deboli dal punto di vista della povertà alimentare».
«Per quanto riguarda i negoziati in corso» – ha aggiunto Scarpa – «un memorandum of understanding, che è ciò che al momento hanno siglato Iran e Usa, non è un trattato internazionale e non impone perciò obblighi sugli Stati ma solo dichiarazioni d’intenti, valide solo fino al momento in cui i firmatari reputano possibile farle valere».
Andrea Catalini













