Con il voto finale di Strasburgo l’Unione ha equiparato le recenti biotecnologie vegetali agli Ogm transgenici
Il Parlamento europeo a giugno 2026 ha approvato una legge che consente di modificare geneticamente alcuni tipi di piante. Questo riapre il dibattito tra innovazione scientifica, diritti degli agricoltori e sovranità alimentare. La decisione, definita dalla relatrice Jessica Polfjärd (PPE, Svezia) una «vittoria storica per il futuro dell’Europa e per gli agricoltori», introduce un sistema a due binari che potrebbe sbloccare il potenziale della ricerca agronomica nel Vecchio Continente.
Le nuove norme dell’Ue segnano una svolta verso una regolamentazione delle piante basata sulle loro caratteristiche genetiche finali, piuttosto che sul modo in cui sono state ottenute. Le piante modificate tramite nuove tecniche genomiche (Ngt) saranno suddivise in due categorie con obblighi giuridici diversi.
Le due categorie Ngt-1 e Ngt-2
Le piante Ngt di categoria 1, ovvero quelle che presentano modifiche genetiche semplici,
come la sostituzione di una singola base del Dna, saranno trattate alla stregua delle varietà tradizionali. Questo significa che gli iter autorizzativi saranno notevolmente velocizzati con procedure semplificate. Il nuovo regolamento prevede comunque l’obbligo di etichettatura sulle confezioni di sementi e l’iscrizione in una banca dati pubblica, per garantire trasparenza agli agricoltori.
Le piante Ngt di categoria 2, caratterizzate da modifiche genetiche più complesse, resteranno invece soggette alla normativa vigente in materia di Ogm, con tutti i crismi della valutazione del rischio e della tracciabilità obbligatoria.
Come chiarito dalla comunicazione ufficiale del Parlamento, le piante modificate per resistere agli erbicidi o per produrre insetticidi non potranno beneficiare della procedura semplificata, rispondendo così ad alcune delle principali preoccupazioni ecologiste.
Trasparenza sui brevetti e divieto di monopolio
Uno dei fronti più caldi del confronto politico è stato quello della proprietà intellettuale. La maggioranza dei parlamentari ha respinto un emendamento che mirava a vietare i brevetti sulle nuove varietà ottenute con Ngt, una richiesta sostenuta da molte associazioni agricole e ambientaliste per timore di una concentrazione del mercato nelle mani di poche multinazionali.
L’eurodeputata dei Verdi Cristina Guarda ha lanciato l’allarme: «Vogliamo rendere gli agricoltori più liberi di autogestire la propria attività o vogliamo renderli più dipendenti dalle grandi multinazionali?». Per trovare un punto di equilibrio, il regolamento approvato impone alle aziende l’obbligo di dichiarare pubblicamente i brevetti esistenti coinvolti nella creazione delle nuove piante.
Questo meccanismo, spiegano i promotori, ha lo scopo di tutelare le piccole aziende sementiere, consentendo loro di orientarsi nel complesso labirinto della proprietà intellettuale ed evitare costose e paralizzanti cause legali per violazione accidentale di brevetto.
Il dibattito in Europa
La storica svolta ha diviso il mondo agricolo e scientifico, superando le posizioni intransigenti sui vecchi Ogm. Tra i favorevoli il mondo agricolo e i produttori di sementi che esultano per una ripresa di competitività e la possibilità di difendere le rese agricole dai mutamenti climatici. 
Tra i contrari le associazioni ambientaliste e i produttori di agricoltura biologica. Essi temono la privatizzazione delle nuove piante tramite brevetti, la perdita di biodiversità e l’impatto sul mercato biologico, che vieta l’uso di queste tecniche.
Ancora due anni prima della partenza operativa
Nonostante l’entusiasmo degli scienziati e di parte del mondo agricolo, la strada per vedere le prime piante modificate nei campi europei è ancora piuttosto lunga. Il regolamento prevede un periodo di due anni per la definizione dei dettagli operativi del nuovo sistema, prima che possano essere presentate le prime richieste di approvazione. Inoltre, ogni varietà dovrà comunque superare le prove agronomiche previste per qualsiasi nuovo seme, con tempi che si allungano inevitabilmente.
Il caso Italia
In questo scenario, l’Italia riveste un ruolo di primo piano. La ricerca nazionale potrebbe finalmente vedere applicazioni pratiche dopo anni di ostacoli normativi. Tuttavia, il dibattito nel Belpaese è particolarmente acceso.
Organizzazioni come Slow Food, Greenpeace e Legambiente hanno espresso una contrarietà radicale, definendo il provvedimento una “deregolamentazione che minaccia la sovranità alimentare e il principio di precauzione”. Il fronte del no teme che le Ngt possano inquinare le filiere biologiche e mettere a rischio il patrimonio di biodiversità che rende unica l’agricoltura italiana.
È davvero l’alba di una nuova era?
A guardare il bicchiere mezzo pieno, come fa l’europarlamentare Polfjärd, si intravede un futuro di colture più resilienti al clima, con meno pesticidi e maggiore sicurezza
alimentare. La scienza ha finalmente ottenuto un quadro normativo che, senza abbandonare le cautele, distingue tra diverse tecnologie.
Tuttavia, il compromesso raggiunto rimane fragile. La vera partita si giocherà nei prossimi anni, quando le prime richieste di autorizzazione metteranno alla prova la capacità dell’Europa di coniugare innovazione e sostenibilità, tutelando al contempo la propria identità agricola e il diritto di scelta dei consumatori.
Nicola Sparvieri
Foto © SocietàItalianadiGeneticaAgraria, FruitJournal, EFANews, ilSalvagente













