Roma, Belfast, Bruxelles: il filo conduttore delle destre estreme

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Tra proteste, scontri e nuove norme europee, l’ondata sovranista ridefinisce il dibattito su migrazione, sicurezza e diritti nel Continente

A giugno 2026 si sono sovrapposti tre fenomeni nel giro di pochi giorni, su tre Paesi europei diversi. A Roma quattro cortei hanno diviso la Capitale fra sostenitori e oppositori della remigrazione; a Belfast le rivolte antiimmigrati hanno lasciato case in fiamme, auto bruciate e famiglie senza tetto; a Bruxelles, il nuovo patto Ue su migrazione e asilo è entrato in vigore, ridisegnando le regole per 450 milioni di europei. Un filo conduttore lega questi eventi l’uno con l’altro, che si tesse attraverso la retorica populista delle destre estreme.

La piazza di Roma e il partito del Generale

La manifestazione di “Remigrazione e Riconquista” nella Capitale ha portato in corteo circa quattromila partecipanti, tra militanti di Casa Pound, gruppi neofascisti e skinheads, a sostegno di una proposta popolare che, secondo gli organizzatori, avrebbe già raccolto 150 mila firme. Lungo il percorso per Piazza della Libertà, cori che inneggiano al Duce, saluti romani e insulti diretti a persone di fede musulmana, contornati da slogan con partecipazione ideologica “Italia, Nazione, Remigrazione!”. Nel frattempo, circa 20 mila persone hanno sfilato in senso opposto con la presenza di Cgil, Amnesty International, Oxfam e partiti di opposizione.

Nelle stesse ore, all’Auditorium della Conciliazione, Roberto Vannacci inaugura ufficialmente Futuro Nazionale davanti a 1700 delegati. Il programma presentato include un tetto del 4% agli immigrati e lo stop al decreto flussi. Uno dei deputati si è rivolto alla platea chiamandoli “camerati”, elogiando a “Dio, patria e famiglia” ed esclamando «Vincere, e Vinceremo» chiudendo con il saluto romano. Mentre secondo i sondaggi di Youtrend il partito si attesta al 4,4%, i principali leader del centrodestra si sono assentati – inviando solo delegazioni locali – segnando una distanza netta che la costituente non ha sanato.

Che la remigrazione come termine sia già nel vocabolario istituzionale lo conferma Treccani, che nel 2025 lo ha inserito tra i neologismi definendolo “eufemismo per ritorno forzato di persone immigrate nel loro Paese d’origine“. Personaggi del calibro di Roberto Saviano si sono espressi a riguardo «la parole remigrazione non esiste. La parola è deportazione», suggerendo di smontare questo termine ogni qual volta venga enunciato. Tuttavia, l’uso spropositato di questo termine nei dibattiti politici sta facendo sì che venga normalizzato.

I dati ignorati dalla narrazione

Vannacci dichiara che negli ultimi 10 anni sono entrati illegalmente 850,000 stranieri e che di questi solo 320.000 hanno ricevuto protezione internazionale, lasciando quindi sul territorio «530.000 clandestini». Oltre a utilizzare una metodologia fuorviante per quantificare la presenza attuale di persone irregolari sul territorio – la diffusione “shock” con gli “stock”, ignora la mobilità e i rimpatri – i dati parlano diversamente. Infatti, molti migranti non hanno presentato domanda d’asilo in Italia, sono stati respinti, rimpatriati o si sono spostati in altri Paesi europei, lasciando di fatto una stima di oltre 300,000 persone irregolari presenti in Italia.

Secondo l’Istat, risiedono in Italia circa 5,3 milioni di cittadini stranieri, l’8,9% della popolazione, concentrati per l’83,2% nel CentroNord della Penisola. Nell’ambito dei contributi fiscali, il generale sostiene che «gli immigrati non contribuiscono a quello che è lo stato sociale». I dati Inps 2024 fotografano una presenza in larghissima parte attiva: l’86,3% degli immigrati sono lavoratori, e solo il 5,5% percettori di sostegno al reddito. I 4,9 milioni di contribuenti immigrati hanno dichiarato nel 2024 redditi per 80,4 miliardi di euro, versando 11,6 miliardi di Irpef.

Gli imprenditori stranieri sono 787mila. Il contributo al Pil si attesta attorno al 9% (Fondazione Leone Moressa, Rapporto 2025), con incidenza alta in edilizia (16,4%) e ristorazione (12,5%). Sul fronte previdenziale, il presidente dell’Inps ha ricordato che senza i contribuenti stranieri il rapporto lavoratori/pensionati tenderà verso 1 a 1 dopo il 2040 – con conseguenze dirette sulla sostenibilità del sistema pensionistico. La ricerca scientifica, infine, non individua legami causali tra intensificazione dei flussi e aumento dei tassi di criminalità, al contrario, il rapporto è strettamente legato a condizioni socioeconomiche e giuridiche, ovvero, condizioni di emarginazione, mancanza di status legale e povertà.

Belfast: la narrazione tramutatasi in violenza

Nella Capitale dell’Irlanda del Nord un cittadino sudanese con permesso regolare ha aggredito con un coltello un uomo per strada. La reazione delle destre estreme locali ha superato ogni protesta, sfociando in rivolte violente: nelle notti successive case di migranti sono state incendiate, negozi distrutti, famiglie rese senza tetto da soggetti che andavano porta a porta. Il Times ha definito la violenza «un moderno pogrom»; l’Irish Times ha usato le stesse parole. L’escalation era prevedibile: Amnesty International aveva già documentato per il 2025 oltre 2.048 episodi razzisti e 1.280 crimini d’odio in Irlanda del Nord. Liste di indirizzi di abitazioni di migranti, generate con l’IA e diffuse online da figure come Tommy Robinson ed Elon Muskfigure chiave nella diffusione e promozione della propaganda delle destre estreme – circolavano dall’agosto 2025.

Il 13 giugno massicce manifestazioni si sono tenute a Belfast e Derry. Ma il punto non è la risposta civile, bensì la catena causale: una singola notizia di cronaca, amplificata tramite un algoritmo sui social, ha prodotto violenza con spedizioni punitive di massa contro una collettività che non aveva alcuna responsabilità nell’episodio. Questo meccanismo è parte di una profezia che si auto adempie: la narrazione della minaccia costruisce essa stessa la minaccia. Così come la narrazione della deportazione costruisce essa stessa la deportazioneesplicitamente o implicitamente.

Il patto Ue sulla migrazione: tramonta il diritto d’asilo?

Il 12 giugno, un giorno prima dei cortei di Roma, il nuovo Patto Ue su migrazione e asilo è entrato in vigore, diventando applicabile nei 27 Stati membri. Consiste in nove regolamenti e una direttiva che sostituisce il Regolamento di Dublino III, introducendo procedure accelerate alle frontiere, liste comuni di Paesi sicuri e un meccanismo di solidarietà vincolante.

La riforma, una delle più significative degli ultimi 30 anni, è considerata una grande vittoria per le destre estreme, approvata dalla Commissione Libe con una maggioranza Ppe. Festeggiano AfD in Germania, Rassemblement National in Francia, e il Pvv nei Paesi Bassi. Per la Commissione europea il Patto «segna un nuovo inizio», mentre per le organizzazione umanitarie, il cosiddetto “Regolamento rimpatri” è motivo di forte preoccupazione, aprendo le porte a deportazioni in centri di detenzione in Paesi terzi –  così detti Return hubs“.

Se da un lato la riforma viene vista come un accelerazione delle procedure di ingresso e di uscita, dall’altro il rischio concreto è che valutazioni affrettate neghino la protezione internazionale a persone che sono realmente in fuga da persecuzioni o guerra.

Rischi e scenari per una nuova Europa

La politicizzazione della migrazione come strumento di consenso in una fase di crisi demografica, economica e identitaria rischia di tramutare l’Unione in un’antitesi degli stessi ideali su cui è fondata: pace, dignità umana, diritti fondamentali e democrazia.

In Italia, Futuro Nazionale, al 4,4%, sta già strappando consensi al centrodestra, che si trova ora al 27,7%, attraendo un elettorato deluso dalle promesse non mantenute sui flussi migratori. Qualora il Governo Meloni non riuscisse a tenere questo fianco, vi è il rischio di una doppia pressione: dal centrosinistra sull’agenda sociale, e dall’estrema desta sulla migrazione.

La domanda più complessa, sia a livello nazionale che a livello europeo, è se l’ascesa strutturale delle destre estreme nei diversi Paesi europei aumenterà i fenomeni di protesta e violenza verso persone con background migratorio producendo episodi come quelli di Belfast o li sanerà incorporando queste istanze nelle politiche istituzionali?

La storia suggerisce uno scenario che include entrambi gli scenari: l’istituzionalizzazione tende a moderare il linguaggio dei partiti che entrano nei Parlamenti, ma ciò non riduce necessariamente la violenza dei movimenti che restano fuori, al contrario, talvolta li giustifica. Belfast sotto un Governo laburista ne è l’esempio. Fermare il fenomeno delle migrazioni – tratto distinto dell’esistenza umana – è impossibile. Gestirlo è possibile e necessario. Ignorare questa distinzione è il rischio principale che corre in questo momento nel Vecchio Continente.

 

Ammir El-Mehrat

Foto © DALL·E 3, Corriere della Sera, Wall Street Journal, Bloomberg, Melting Pot Europa, Facebook

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