Il silenzio come comunicazione: arma giusta ma scomoda

0
249
Il silenzio come comunicazione

Politica, sport, negoziazioni, gestione di crisi comunicative: perché è un’arma usata pochissimo

C’è un paradosso che attraversa politica, sport, diritto e persino relazioni private: spesso la reazione più istintiva è anche la peggiore. Di fronte a una provocazione, il riflesso più naturale e ovvio è rispondere, attaccare, smentire. Ma in molti casi, questa reazione diventa un modo per dare forza a chi la provoca.

Il caso più recente arriva dalla politica italiana. Nei giorni scorsi, Pier Ferdinando Casini ha commentato l’ascesa nei sondaggi di Futuro Nazionale, il neonato partito del generale Roberto Vannacci. Parlando al Corriere della Sera, ha suggerito una tecnica di comunicazione utilizzata molto raramente. Sintetizzando il problema con la frase netta «chi lo attacca, o addirittura chi ne parla, lo favorisce», ha affermato che l’unica strategia sensata sarebbe ignorarlo. Utilizzare, cioè, il silenzio come comunicazione. Una linea che Fratelli d’Italia pare aver in parte adottato – fonti vicine a Palazzo Chigi hanno fatto trapelare la priorità di “non fargli campagna elettorale”. Da sinistra sembrano invece essere arrivati a una conclusione simile ma per vie opposte. Ogni provocazione rincorsa è un punto regalato all’avversario, perché si atterra dove lui ti richiama, cioè a discutere sui suoi temi e con il suo linguaggio.

Il problema, però, è la nonmediaticità del silenzio come comunicazione, specie in politica. Si tratta di una scelta che ha un costo enorme: non produce titoli, non mobilita elettori, non genera clip da condividere. È una strategia che funziona solo se collettiva e prolungata, ed è sufficiente una sola voce fuori dal coro perché il meccanismo si inceppi. È questa la ragione per cui è così raro vederla applicata con coerenza, anche quando tutti, in teoria, ne riconoscono l’efficacia.

Il fischio che alimenta il bersaglio

Pensiamo al calcio, che come al solito offre un parallelo quasi perfetto e totalmente sovrapponibile alla politica. Quando un giocatore torna da ex in uno stadio che lo ha amato, il pubblico ha quasi sempre un solo copione: il fischio. È un gesto che comunica rabbia verso il tradimento, fedeltà verso il passato. Ma dal punto di vista strategico è quasi sempre un autogol: dà al giocatore un palcoscenico, un’iniezione di adrenalina, un motivo per “punire” chi lo critica.

Per ovvie ragioni di fede viene in mente Gonzalo Higuain, accolto da fischi assordanti dal pubblico dell’allora San Paolo, quando (aprile 2017) per la prima volta tornò a Napoli con la Il silenzio come comunicazionemaglia della Juve nella sua prima partita contro gli azzurri. Quella sera non segnò, cosa che invece ha ripetutamente fatto negli anni successivi, silenziando puntualmente bordate di fischi. Ma il copione — il bersaglio, la provocazione, l’ex che deve “pagare” — si ripete pressoché identico ogni volta che un giocatore che è stato amato torna da avversario. Un copione già scritto, a cui è veramente complicato derogare. L’indifferenza, il silenzio come comunicazione, toglierebbero ossigeno alla narrazione. Senza un nemico da fischiare, la partita perde la sua drammaturgia.

Oltretutto, come in politica, appunto, anche nel calcio e nel tifo restare in silenzio richiede una disciplina collettiva ferrea. Che non si può certo richiedere di sostenere a un pubblico emotivo come quello del pallone.

Il silenzio nei tribunali e nei negoziati

Il diritto conosce da sempre il valore del non rispondere. Il diritto al silenzio dell’imputato non è solo una garanzia processuale. È anche, spesso, la mossa più efficace, perché ogni dichiarazione può essere usata contro chi la pronuncia. Allo stesso modo, nei negoziati — commerciali, diplomatici, sindacali — chi parla per primo o troppo rivela margini e priorità che l’altra parte può sfruttare. Una pausa di silenzio dopo un’offerta costringe spesso la controparte a muoversi prima, per disagio verso il vuoto comunicativo. È una delle tecniche più insegnate nei corsi di negoziazione, dalla trattativa salariale alla compravendita immobiliare.

Quando il silenzio è stato scelto (e quando no)

Un caso istruttivo arriva dalla Rai, ed è datato aprile 2024. L’azienda cancellò all’ultimo momento un monologo dello scrittore Antonio Scurati sul 25 aprile, previsto nel programma Che sarà condotto da Serena Bortone. I vertici dell’emittente scelsero inizialmente, appunto, il silenzio come comunicazione. Un comunicato scarno, nessuna spiegazione articolata se non “ragioni contrattuali” e “nessuna censura”. Ma ciò non bastò a chiudere la vicenda. La conduttrice denunciò pubblicamente l’episodio su Instagram. Il testo del monologo diventò virale in poche ore, condiviso anche dalla stessa Giorgia Meloni sui suoi profili social, e finì letto integralmente in piazze e teatri italiani il giorno della Liberazione. Il tentativo di gestire la cosa con il minimo rumore possibile produsse l’effetto opposto: esplosione di attenzione e viralizzazione del contenuto.

È lo stesso meccanismo, ma all’inverso, dell’“effetto Streisand”, che prende il nome da un episodio del 2003. L’attrice Barbra Streisand fece causa a un fotografo, che documentava l’erosione costiera della California. L’obiettivo era far rimuovere un’immagine aerea della sua villa di Malibù, scaricata fino ad allora pochissime volte. Al contrario, la causa portò l’immagine a centinaia di migliaia di visualizzazioni nei mesi successivi.

Lo stesso schema si è ripetuto altre volte: nel 2008 Scientology tentò di far rimuovere dal web un video dell’attore Tom Cruise giudicato imbarazzante per l’organizzazione, ottenendo come unico risultato la nascita di un movimento online di opposizione (il “Progetto Chanology”) che ne moltiplicò la diffusione.

Un’arma scomoda

Il filo che lega questi esempi è lo stesso. Il silenzio funziona quando rifiuta di fornire all’avversario — o al pubblico — ciò di cui ha necessità, che si tratti di un bersaglio, di una reazione, di un copione da seguire. Ma è anche la strategia più difficile da applicare, perché va contro un bisogno umano molto concreto: quello di reagire, di marcare una posizione, di non lasciar correre. Tacere non dà soddisfazione immediata a chi tace. Per questo, paradossalmente, resta l’arma meno usata anche quando tutti, in teoria, sanno che è la più efficace.

 

Domenico Bonaventura

Foto © Musicedu.it, Pierferdinandocasini, Sportface

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui