Conferenza Polare al Cnr: strategie per Artico, Antartide, Terzo Polo

0
32

Roma ospita il vertice scientifico nazionale. Focus su clima, ghiacciai, sicurezza e ricerca italiana nelle Regioni estreme del Pianeta

Artico, Antartide e Terzo Polo non sono territori remoti e isolati: sono veri e propri “termostati” del sistema climatico globale. Le Regioni polari regolano i meccanismi di circolazione atmosferica e oceanica, influenzano l’albedo (la capacità della superficie terrestre di riflettere la radiazione solare) e custodiscono enormi riserve di carbonio nel permafrost (strato di terreno o roccia che rimane a una temperatura inferiore o uguale a 0 °C per almeno due anni consecutivi). Il rilascio di questo carbonio sotto forma di CO₂ e metano può accelerare il riscaldamento globale con effetti a catena su tutto il Pianeta.

Secondo i rapporti internazionali sul clima, i cambiamenti in atto nelle Regioni polari hanno ripercussioni sull’intero sistema: lo scioglimento dei ghiacci marini e delle calotte contribuisce all’innalzamento del livello dei mari, altera la salinità e la densità delle acque oceaniche e, di conseguenza, indebolisce o sposta le grandi correnti che distribuiscono calore tra i Continenti. Il permafrost, in particolare, contiene centinaia di miliardi di tonnellate di carbonio organico; il suo degrado potrebbe rilasciare nell’atmosfera grandi quantità di gas serra, in parte sotto forma di metano, con un potenziale di riscaldamento molto superiore a quello della CO₂.

Artico: il minimo storico del 2026 e il riscaldamento accelerato

I dati più recenti confermano la rapidità di queste trasformazioni. Nel settembre 2026, la banchisa artica ha raggiunto il suo minimo annuale con un’estensione di circa 4,6 milioni di km², posizionandosi al decimo posto più basso nella serie satellitare iniziata nel 1979. Gli ultimi 20 anni registrano i 20 minimi estivi più bassi mai osservati, segno di un trend di lungo periodo in cui l’Artico si sta riscaldando fino a quattro volte più velocemente della media globale.

Anche il massimo invernale mostra segnali preoccupanti: nel marzo 2026, l’estensione massima della banchisa artica ha toccato il valore più basso dell’era satellitare, in continuità con il record negativo del 2025. Questi dati evidenziano una tendenza strutturale che va oltre la variabilità annuale.

Antartide: terzo minimo invernale in 48 anni

In Antartide, la situazione è altrettanto critica. Nel 2026, la banchisa antartica ha registrato il terzo minimo invernale più basso degli ultimi 48 anni, confermando una fase di forte riduzione dopo decenni di relativa stabilità. Parallelamente, studi recenti indicano un’accelerazione dello scioglimento della calotta antartica occidentale, con implicazioni dirette sull’innalzamento globale del livello del mare. Il minimo storico di estensione del ghiaccio marino in Antartide (febbraio 2023) era stato di 2,06 milioni di km², un’area inferiore di quasi il 40% rispetto alla media storica. La riduzione del ghiaccio marino antartico ha effetti sulla circolazione oceanica globale e sulla capacità dell’Oceano Meridionale di assorbire calore e CO₂ dall’atmosfera.

Terzo Polo: 54.000 ghiacciai e 2 miliardi di persone a rischio

Nel “Terzo Polo”, la situazione non è meno drammatica. La Regione dell’Hindu Kush Himalaya (HKH) ospita oltre 54.000 ghiacciai, pari al 9% del totale mondiale, e fornisce acqua a quasi due miliardi di persone. Tra il 2010 e il 2019, la perdita di massa glaciale nella Regione è aumentata del 65% rispetto al decennio precedente. Il ritiro dei ghiacciai modifica la disponibilità idrica stagionale nei grandi bacini fluviali asiatici, con rischi per l’agricoltura, la produzione idroelettrica e l’approvvigionamento potabile di intere Nazioni.

GLOF: le inondazioni glaciali cinque volte più frequenti

Il ritiro glaciale porta alla formazione e all’espansione di laghi glaciali, spesso sbarrati da morene instabili. Quando queste dighe naturali cedono, si verificano le cosiddette GLOF (Glacial Lake Outburst Floods), inondazioni catastrofiche che rilasciano milioni di metri cubi di acqua e detriti in poche ore. La frequenza delle GLOF nell’Himalaya è oggi quasi cinque volte superiore rispetto al periodo precedente il 1950. Solo in Nepal sono stati individuati 21 laghi glaciali potenzialmente pericolosi; nella Regione del bacino del Koshi, 42 dei 47 laghi a rischio si concentrano in un’unica area. A livello regionale, si stima che circa 2 miliardi di persone vivano nell’area montana o a valle dei grandi fiumi alimentati dai ghiacciai himalayani, esposte a rischi diretti o indiretti legati a questi eventi.

Gli impatti delle GLOF e del ritiro glaciale non si limitano ai danni immediati (perdita di vite umane, distruzione di infrastrutture, erosione dei suoli). Essi minacciano la sicurezza alimentare e idrica di intere Nazioni, compromettendo l’agricoltura irrigua, la produzione idroelettrica e l’approvvigionamento potabile. In un contesto di crescita demografica e di aumento della domanda di acqua, la riduzione della “riserva solida” rappresentata dai ghiacciai rende i sistemi idrografici più vulnerabili alla variabilità delle precipitazioni e agli estremi climatici.

Queste dinamiche hanno anche ripercussioni geopolitiche. La competizione per le risorse idriche transfrontaliere, combinata con eventi estremi più frequenti, può alimentare tensioni regionali, migrazioni interne e spostamenti di popolazione verso aree urbane già sotto pressione. A catena, questi fattori possono influenzare i flussi migratori verso l’Europa, la stabilità di Regioni strategiche e i prezzi delle commodity agricole ed energetiche, con effetti indiretti ma significativi anche sul continente europeo.

La prima conferenza nazionale Polare al Cnr

Si è conclusa presso la sede del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) la prima Conferenza nazionale polare, tre giorni di lavori che hanno riunito oltre 200 partecipanti e 15 coordinatori senior della comunità scientifica italiana. Promossa e coordinata dal Cnr in collaborazione con Enea, Ingv e Ogs, e con il patrocinio dei Ministeri della Difesa e dell’Università e della Ricerca, l’iniziativa ha prodotto un White Paper strategico per orientare le future politiche nazionali dedicate ad Artico, Antartide e Terzo Polo (Himalaya–Karakorum–Altopiano del Tibet).

«Il lavoro di questi tre giorni segna un passo importante verso una visione condivisa della ricerca pubblica italiana nelle Regioni polari», ha dichiarato il presidente del Cnr Andrea Lenzi. «L’impegno del Cnr nelle scienze polari affonda le proprie radici in decenni di ricerca, dati e conoscenze, sviluppati nell’ambito dei programmi per l’Artico e per l’Antartide sostenuti dal Ministero dell’Università e della Ricerca. Un patrimonio costruito sulla collaborazione, sul dialogo con le comunità indigene e sulla responsabilità di offrire risposte solide alle sfide ambientali e climatiche del presente e del futuro».

Competenze multidisciplinari

«I profondi cambiamenti che stanno interessando l’Artico, l’Antartide e il cosiddetto Terzo Polo himalayano – la più vasta riserva di ghiaccio del Pianeta al di fuori delle Regioni polari – hanno ripercussioni sempre più rilevanti sugli equilibri climatici, sugli ecosistemi e sulla società a livello globale», ha commentato la presidente Enea Francesca Mariotti. «In questo scenario, la ricerca svolta dall’Italia e dall’Enea negli ambienti più estremi della Terra assume un ruolo cruciale. Un’attività di questo tipo richiede competenze scientifiche, come quelle che mettiamo in campo in Artico, ma nulla sarebbe possibile senza le infrastrutture e il supporto logistico che Enea garantisce, con un’efficiente macchina organizzativa, da oltre 40 anni in Antartide».

«Studiare ciò che accade nelle Regioni polari significa comprendere processi che hanno effetti sul clima, sull’ambiente e sulle nostre società. La Conferenza ha mostrato quanto sia importante il confronto tra conoscenze, competenze e prospettive per affrontare le sfide della ricerca, anche in vista del prossimo International Polar Year», ha osservato il presidente dell’Ingv Fabio Florindo.

«L’Ogs ha partecipato all’organizzazione della Conferenza nazionale polare, contribuendo alla costruzione di un importante momento di confronto tra comunità scientifica e istituzioni. I nostri ricercatori mettono a disposizione competenze multidisciplinari nello studio degli ambienti polari ed estremi, in particolare nei campi dell’oceanografia, della geofisica e della sismologia» ha sostenuto Nicola Casagli, presidente dell’Ogs. «Il loro contributo rafforza il dialogo interdisciplinare indispensabile per comprendere le trasformazioni in atto ai Poli e le loro conseguenze sull’intero Pianeta».

IceCube e il Nobel per la Fisica 2026: l’Antartide laboratorio dell’Universo

Il ministro dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, ha dichiarato: «Una piccolissima bolla d’aria intrappolata nel ghiaccio può custodire l’atmosfera della Terra di centinaia di migliaia di anni fa. È un’immagine che racconta bene che cosa sia la ricerca: trovare l’immenso nel piccolissimo, trasformare una traccia in conoscenza e quella conoscenza in possibilità. E proprio in queste ore il Nobel per la Fisica ci ricorda quanto i Poli siano veri laboratori scientifici: la ricerca sui neutrini condotta attraverso l’osservatorio IceCube, nel ghiaccio dell’Antartide, ci permette di studiare fenomeni che arrivano dalle profondità dell’Universo. Studiare i Poli significa conoscere la storia del nostro Pianeta, ma anche comprendere meglio i cambiamenti che stanno interessando il clima, l’acqua, i mari».

Il riferimento della ministra Bernini al Nobel per la Fisica riguarda l’osservatorio IceCube, situato nel ghiaccio antartico. Nel 2026, il fisico Francis Halzen ha ricevuto il Premio Nobel per la Fisica per i contributi decisivi all’osservatorio IceCube e per la scoperta di neutrini ad alta energia di origine astrofisica. IceCube è un telescopio per neutrini costruito in un chilometro cubo di ghiaccio antartico, dotato di migliaia di sensori ottici sepolti a grandi profondità.

Italia sempre più protagonista

«Artico e Antartide sono sempre più centrali per il nostro futuro. Vogliamo rafforzare la presenza italiana in entrambe le regioni, valorizzando la nostra ricerca, le nostre competenze e il nostro saper fare. Il nostro deve essere un grande gioco di squadra tra istituzioni, imprese, università e ricerca per rendere l’Italia sempre più protagonista in entrambe le regioni polari», ha scritto nel proprio messaggio di saluto Antonio Tajani, ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha evidenziato: «È cambiata anche la geografia della sicurezza. Oggi è sempre più difficile individuare un interesse nazionale che non sia collegato, direttamente o indirettamente, a ciò che accade anche molto lontano dai nostri confini. Le Regioni polari ne sono un esempio. Sono territori estremi e lontani, ma rappresentano luoghi nei quali stanno avvenendo trasformazioni destinate ad avere conseguenze globali: sul clima, sulla ricerca scientifica, sulle tecnologie, sull’economia e, soprattutto nell’Artico, sugli equilibri strategici e sulla sicurezza euro-atlantica».

Attività italiane ed europee nel Terzo Polo

L’Italia partecipa attivamente allo studio del Terzo Polo attraverso progetti di ricerca coordinati o sostenuti da istituzioni come il Cnr, le università e organismi internazionali. In particolare, ricercatori italiani sono impegnati in studi sulla criosfera d’alta quota, sul monitoraggio dei ghiacciai himalayani e tibetani, sulla modellizzazione idrologica e sui rischi naturali legati al clima.

A livello europeo, la cooperazione si sviluppa nell’ambito di programmi di ricerca dell’Ue, di iniziative delle agenzie spaziali (per il monitoraggio satellitare dei ghiacciai e dei laghi glaciali) e di progetti congiunti con organizzazioni regionali. Questi programmi includono campagne di rilevamento in situ di ghiacciai e laghi glaciali, sviluppo di sistemi di early warning per le GLOF, modelli idrologici e climatici per valutare gli scenari futuri di disponibilità idrica, e progetti di capacity building con le comunità locali e le istituzioni nazionali dei Paesi himalayani. La partecipazione italiana a queste reti di ricerca rafforza il ruolo del Paese come attore scientifico e diplomatico in una Regione cruciale per la sicurezza climatica e idrica globale, coerentemente con gli obiettivi emersi dalla Prima Conferenza Nazionale Polare.

Il White Paper e il prossimo Anno Polare Internazionale

Il documento strategico prodotto dalla Conferenza costituirà uno strumento di indirizzo per le future politiche italiane dedicate alle Regioni polari e agli ambienti estremi, in continuità con la Strategia nazionale per l’Artico sottoscritta a gennaio 2026 dai Ministeri degli Affari Esteri, della Difesa e dell’Università e della Ricerca. Il White Paper confluirà nei preparativi per il quinto Anno polare internazionale (2032-2033), rafforzando il ruolo dell’Italia come attore scientifico e diplomatico in una Regione cruciale per la sicurezza climatica e idrica globale.

Comprendere i processi che governano il cambiamento climatico per anticiparne gli effetti e fornire strumenti concreti a supporto delle decisioni politiche e delle strategie di adattamento: è questo il messaggio che la prima conferenza nazionale polare lascia alla comunità scientifica, alle istituzioni e alla società civile.

 

Ginevra Larosa

Foto © LiveSicilia, Wikipedia, Un viaggio infinite emozioni, Research Gate, Nicola Sparvieri
Video © Eurocomunicazione

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui