Francia e Spagna, la protesta sociale diventa una sfida politica

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Francia Spagna

Studenti e inquilini contestano scuola e caro-affitti, mentre l’instabilità politica rafforza la sfida delle destre radicali

Due crisi diverse, in due Paesi diversi, ma con un elemento comune: la protesta sociale sta rapidamente assumendo un peso politico, in una fase nella quale la scena europea appare sempre più condizionata dalla prospettiva elettorale. In Francia, gli studenti delle scuole superiori occupano gli istituti e scendono in strada chiedendo più insegnanti, maggiori risorse e condizioni di studio migliori. In Spagna, decine di migliaia di persone manifestano per il diritto a un’abitazione accessibile, mentre il Parlamento respinge le misure del Governo a tutela degli inquilini.

Nei due Paesi la tensione sociale si intreccia con una situazione politica fragile. L’estrema destra continua a rafforzarsi e a puntare alla conquista del potere, mentre la rabbia, soprattutto tra i giovani, mette in evidenza la difficoltà dei Governi nel fornire risposte rapide e concrete. La questione non riguarda più soltanto la capacità delle autorità di disinnescare le mobilitazioni, ma anche il modo in cui questo malcontento potrebbe tradursi in consenso elettorale.

Spagna, Sánchez sotto pressione dopo il voto sull’emergenza abitativa

La domanda che ha tenuto con il fiato sospeso la politica spagnola è stata: Pedro Sánchez convocherà elezioni anticipate? La risposta è arrivata dopo che il Parlamento ha Francia Spagnarespinto le misure d’emergenza presentate dal Governo per affrontare la crisi abitativa e appena due ore dopo le grandi manifestazioni organizzate a Madrid e in altre Città dall’Associazione degli Inquilini Spagnoli. Il provvedimento era stato bocciato anche dal Partito Popolare di Alberto Núñez Feijóo, da Vox e dai nazionalisti catalani di Junts. Feijóo ha accusato Sánchez di «imperdonabile superficialità», sostenendo che il primo ministro stesse cercando di «risolvere in tre giorni ciò che non è riuscito a fare in otto anni». Il leader del PP ha quindi chiesto agli spagnoli di poter decidere attraverso il voto, affermando che il Paese «non ce la fa più».

Anche il leader di Vox, Santiago Abascal, si è detto «pronto per le elezioni». Secondo quanto riferito da El País, la maggior parte dei dirigenti socialisti e dei ministri del Governo sarebbe arrivata alla stessa conclusione, seppure per motivazioni differenti: andare rapidamente alle urne, con il 29 novembre indicato come prima data disponibile.

«Era la scossa di cui avevamo bisogno»

Ancora prima di una decisione definitiva di Sánchez, El País riferiva che numerosi interlocutori del premier lo avrebbero spinto verso le elezioni, considerando il voto parlamentare un’opportunità politica. Alla base di questa valutazione c’è soprattutto la reazione dell’opinione pubblica al no del PP, di Vox e di Junts al cosiddetto “decreto Maricarmen”. «La destra ha commesso un disastroso errore politico. La gente è molto arrabbiata per quello che ha fatto. Dobbiamo costruire su questo con una campagna elettorale che non parli solo di alloggi, ma dell’intera agenda sociale», ha dichiarato un ministro socialista.

Un segretario generale regionale del Psoe ha parlato invece di una svolta inattesa: «Due settimane fa eravamo finiti, intrappolati nella crisi di Ceuta, e ora abbiamo una possibilità. Era la scossa di cui avevamo bisogno per rimetterci in piedi». Per il Governo, tuttavia, la situazione parlamentare resta estremamente difficile. Negoziare il bilancio, portare avanti la riforma del sistema di finanziamento delle Comunità autonome e approvare altri provvedimenti appare sempre più complicato. Junts, che aveva avuto un ruolo decisivo nel garantire a Sánchez il secondo mandato, ha infatti continuato a negoziare il proprio sostegno provvedimento per provvedimento e questa volta ha votato contro anche una misura considerata fondamentale: il decreto sulla protezione dagli sfratti, proprio mentre il tema gode di un forte sostegno nell’opinione pubblica.

Il caso di Maricarmen diventa il simbolo della crisi abitativa

La nuova crisi è esplosa dopo lo sfratto di una donna di 87 anni, Maricarmen Abascal, dall’appartamento nel quale aveva vissuto per circa settant’anni. La società immobiliare proprietaria dell’immobile aveva deciso di aumentare l’affitto del 275%. La vicenda ha provocato un’ondata di indignazione. Maricarmen, trasferita in ospedale dopo lo sfratto in condizioni di forte prostrazione, è diventata in poche ore il simbolo della crisi abitativa che attraversa la Spagna, dove il costo medio degli affitti è aumentato di quasi il 90% nell’ultimo decennio.

Dopo le proteste, la nuova proprietaria dell’abitazione ha fatto marcia indietro e Maricarmen potrà tornare nella sua casa. Ma la vicenda non ha fermato la mobilitazione. Centinaia di manifestanti sono rimasti nella Puerta del Sol, nel cuore di Madrid, mantenendo alta la pressione sul Governo.

I due decreti respinti dal Parlamento prevedevano, tra l’altro, la proroga fino al 2030 della protezione delle famiglie vulnerabili dagli sfratti, norme più severe per i contratti stagionali e per le locazioni delle stanze, restrizioni all’acquisto di abitazioni da parte dei fondi di investimento e la proroga di alcuni contratti di affitto. Il voto ha evidenziato ancora una volta quanto sia ristretto il margine di manovra di Sánchez, alla guida di un Governo privo di una maggioranza parlamentare stabile e già indebolito da una serie di scandali legati alla corruzione.

Francia, scuole superiori occupate e protesta sotto accusa

Dalla Spagna alla Francia, la protesta sociale cambia tema ma non intensità. «Cari studenti, posso dirvi che vi ascoltiamo, che teniamo conto di ciò che dite e che vi crediamo». È il messaggio che il ministro dell’Istruzione francese, Édouard Zeffre, ha voluto rivolgere agli studenti dopo dieci giorni di mobilitazioni nelle scuole superiori. Secondo Le Monde, il Governo avrebbe affrontato inizialmente le proteste soprattutto attraverso un approccio repressivo e di polizia, classificando alcuni episodi come forme di «violenza urbana».

Zeffre ha incontrato i rappresentanti delle organizzazioni studentesche, i sindacati degli insegnanti e le federazioni delle associazioni dei genitori. Successivamente ha annunciato una serie di misure, tra cui una “piattaforma di consultazione” destinata agli studenti delle scuole superiori, chiamati a rispondere a due domande: quali sono le difficoltà che stanno affrontando e che cosa si aspettano dal Governo. Le organizzazioni studentesche, però, non sono state convinte dagli annunci e hanno confermato il proseguimento della mobilitazione, annunciando per domani quello che hanno definito il «Terzo Atto» della protesta.

Il movimento era iniziato a metà settembre nelle scuole superiori della periferia parigina con richieste precise: colmare le carenze di personale, aumentare le risorse, ristrutturare gli edifici scolastici e garantire condizioni di apprendimento considerate «decenti».

Migliaia di arresti e centinaia di scuole coinvolte

Il ruolo assunto dalla violenza nell’escalation della protesta resta oggetto di contestazione. Tuttavia, tra lunedì e venerdì più di 5.000 persone sono state fermate nell’ambito degli incidenti, l’86% delle quali minorenni. Almeno 170 studenti sono rimasti feriti. Anche tra le forze dell’ordine e il personale scolastico si contano numerosi feriti: circa 600 agenti di polizia e 78 operatori dell’istruzione. «Una cosa del genere non è mai successa prima», ha affermato Zeffre, denunciando attacchi deliberati contro il personale dell’istruzione nazionale. Il ministro ha inoltre accusato alcuni militanti, soprattutto dell’estrema sinistra, di essersi infiltrati nel movimento studentesco, sottraendone di fatto il controllo agli studenti e favorendo comportamenti violenti.

Per oggi era prevista la chiusura di 400-500 scuole superiori, sia per ragioni di sicurezza sia perché alcuni membri del personale sarebbero stati direttamente presi di mira. Un numero analogo di istituti era rimasto chiuso venerdì. Complessivamente, 735 scuole superiori erano interessate dalle mobilitazioni, mentre episodi di «violenza urbana» erano registrati in 158 istituti. Secondo Zeffre, 24 scuole «bruciate o saccheggiate» dall’inizio della protesta.

Sullo sfondo Mélenchon e la sfida elettorale

La tensione politica è cresciuta anche a Parigi. In una lettera aperta pubblicata su X, il comandante della polizia parigina, Patrice Faure, ha sostenuto che coloro che avevano dato origine al movimento non sarebbero più in grado di controllarlo. Ha quindi invitato a tornare a forme pacifiche di protesta, chiedendo anche ai genitori di tenere i propri figli lontani dall’influenza di quelli che ha definito «professionisti dell’insurrezione». Il riferimento politico è soprattutto a France Insoumise, il partito di Jean-Luc Mélenchon. Un collaboratore del primo ministro francese aveva già affermato che i servizi segreti avrebbero considerato le occupazioni come una «operazione organizzata» da LFI e da organizzazioni dell’estrema sinistra. Il leader dei Repubblicani, Bruno Retailleau, ha inoltre ipotizzato il divieto del partito.

A sette mesi dalle elezioni presidenziali, la protesta diventa così anche un terreno di confronto elettorale. Mélenchon continua a sostenere le mobilitazioni, ma allo stesso tempo condanna gli episodi di violenza, respingendo le accuse secondo cui i suoi sostenitori li incoraggerebbero.

Il risultato politico potrebbe essere ambivalente. «Rabbia e paura, quando sono legate a questioni sociali, giocano a favore di Jean-Luc Mélenchon», sostiene il politologo Antoine Briziel. Ma una parte dell’elettorato di sinistra potrebbe utilizzare proprio le immagini degli scontri come motivo per non sostenerlo.

Un elemento appare invece più chiaro: le immagini di violenza e caos rischiano di alimentare il messaggio di Marine Le Pen e della destra radicale sulla necessità di ristabilire sicurezza e ordine.

Francia e Spagna si trovano dunque davanti a due crisi apparentemente distinte, ma accomunate dalla stessa domanda politica: come trasformare una crescente protesta sociale in una risposta istituzionale prima che siano gli elettori, attraverso il voto, a presentare il conto ai Governi.

 

George Labrinopoulos

Foto © Euronews, VD News, Cnn

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George Labrinopoulos
Sono quasi 52 anni che vivo in Italia, originario di Vitina, nel Peloponneso, Sono nato a Vrilissia, 13 km dal centro di Atene, dove ho vissuto i primi 20 anni della mia vita, finché non sono arrivato a Roma dove ho lavorato come corrispondente per la Grecia e a una Agenzia Onu. Ho cominciato a lavorare in Italia nel '78, come secondo corrispondente di un importante giornale greco. Nel 1980 sono entrato nella stampa estera in Italia, della quale tuttora sono membro effettivo e per la quale negli anni Ottanta ho ricoperto per tre volte la carica di consigliere nel direttivo dell'associazione. Nell'arco di questi anni ho lavorato per vari quotidiani greci, oltre che per un'emittente radiofonica, Da Roma riuscii a portare tra il 1984, fino gli anni Novanta, politici del calibro di Pertini e Cossiga, i primi ministri Andreotti e Craxi, il Papa Giovanni Paolo II, Prodi, e altri uomini politici che attraverso il loro operato scrivevano la storia dell'Italia in quegli anni, poi messi in un libro "L'Italia dei giganti", due anni fa. Sono arrivato in Italia nel 1972, iscritto all'Università per Stranieri in Perugia per imparare la lingua italiana. Sono stato iscritto all'Università di Roma nella facoltà di Lettere e Filosofia indirizzo lingue straniere (inglese). Durante le lezioni il mio professore all'epoca Agostino Lombardo, ci insegnava analisi di testo e di poesia, e gia mi è arrivata la voglia di cominciare di fare il mestiere che dovevo fare nella mia vita. Giornalista...vorrei ricordare che negli anni '70 non c'erano scuole di giornalismo, e il mio mestiere l'ho imparato facendo la gavetta dopo l'Università, ero andato ad Atene e facevo praticantato a un giornale ellenico...erano gli anni del sequestro Moro, e un'agenzia ellenica chiedeva un secondo per l'Italia, e cosi sono tornato come professionista giornalista a Roma

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