La pratica di autoconservazione non medica degli ovociti attira sempre più un numero crescente di donne
A differenza del medical (egg) freezing, la crioconservazione degli ovociti per motivi terapeutici, come nel caso di malattie croniche autoimmuni, endometriosi severe, condizioni genetiche o diagnosi oncologiche (i trattamenti di chemio o radioterapia sono potenzialmente sterilizzanti), sempre più donne in salute stanno guardando a questa pratica del congelamento degli ovuli, social freezing, a scopo non medico, ma come a uno strumento precauzionale per poter posticipare il desiderio di maternità e l’interesse sociale sull’argomento è in costante aumento.
Grazie alla tecnica della vitrificazione, infatti, il congelamento ovocitario ultrarapido che garantisce la sopravvivenza degli ovociti all’85-90% dopo lo scongelamento, questa recente tecnologia, 10-15 anni, è ormai lo standard clinico sicuro.

Un motivo di “sicurezza” accarezzato non solo da donne in carriera che pensano a “ritardare la fertilità” e poter posticipare la decisione e la gestione di una gravidanza, ma una scelta che coinvolge anche quelle con aspirazioni molto tradizionali che sperano ancora di fondare una famiglia in modo naturale, in attesa del partner giusto, di una relazione stabile e affidabile o, per quelle coppie che, pianificando una famiglia più numerosa, desiderano di poter avere poi più figli.
Per questi motivi, e non solo, il social freezing si prospetta sempre più come un vero e proprio argomento per la società del prossimo, recente, futuro e certamente anche come un argomento delicato, essendo infatti un processo impegnativo a livello emotivo, fisico oltreché economico.
In Italia la pratica del congelamento degli ovuli è completamente a carico del Sistema sanitario nazionale (Ssn) nei centri pubblici e legata a una documentata motivazione medica. È invece a pagamento (eccezion fatta per la Regione Puglia) e “lasciata” presso centri privati quando è ricercata per motivi prettamente personali, visti anche gli elevati costi di gestione e per non gravare il canale ospedaliero.
Un potenziale di valore
Conservare il proprio potenziale riproduttivo può infatti costare nel mercato privato, tra un ciclo di stimolazione (potrebbe non bastarne solo uno) e il prelievo, ben più di 7.000 euro per persona. A questi si aggiungono i farmaci, da acquistare a prezzo pieno e non nella farmacia ospedaliera a costo zero, e “l’affitto” per la custodia nel tempo degli ovociti nei contenitori di azoto liquido. In media, quindi, ricorrere al settore privato costa circa 3.500 euro in più dati dagli ovvi costi e le spese vive del centro privato o della clinica, dalle tecnologie di screening usate alle equipe chirurgiche dedicate che vi lavorano passando per le stanze di degenza spesso alquanto esclusive.
Da notare però che i dati discussi nei congressi medici e quelli delle cliniche private hanno evidenziato tra il 2023 e il 2024, un incremento prossimo al +50% delle procedure di social freezing, cioè quelle eseguite per la conservazione degli ovociti per motivi non medici.
Negli ultimi anni poi, il quadro normativo, l’accesso e la diffusione di questa pratica hanno naturalmente evidenziato profonde discrepanze geografiche ed economiche sia all’interno del contesto europeo che nazionale italiano. Ma si tratta comunque di una pratica recente destinata a crescere e svilupparsi nel tempo toccando dibattiti etici e biologici attuali oltre che, probabilmente, a spingere altre amministrazioni regionali o il Governo centrale stesso a ripensare l’accesso alla medicina riproduttiva.
La rivoluzione d’avanguardia pugliese
Ma se molte amministrazioni locali non dispongono, ad oggi, delle risorse necessarie per finanziare servizi extra, detti Lea (Livelli essenziali di assistenza) rispetto a quelli strettamente imposti dallo Stato, a causa dei bilanci sanitari in deficit e altre, per riserve di natura etico-politica, frenano la questione, la Regione Puglia la fa da pioniere, divenendo la prima e unica amministrazione sul territorio nazionale a finanziare, con un fondo pubblico, il social freezing. Un percorso iniziato ufficialmente nel 2024 con l’approvazione della legge e che ha avviato un progetto in grado di mettere a disposizione delle donne pugliesi (soddisfacenti precisi requisiti) un contributo economico concreto per l’erogazione di un bonus una tantum fino a 3.000 euro per coprire sia le spese mediche documentate dell’intervento che i primi dodici mesi di custodia in laboratorio.
Una svolta radicale in un Paese dove, eccezion fatta per i casi medici sopra visti, il congelamento preventivo dei gameti, è da sempre un percorso confinato esclusivamente al settore privato, e quindi, dai costi limitanti per la maggior parte delle donne. Per il triennio 2025-2027, la Regione Puglia ha infatti stanziato un budget iniziale di 900.000 euro e poichè le Regioni, godendo di autonomia finanziaria, possono scegliere le prestazioni extra Lea da erogare attingendo dai propri bilanci, ha scelto di investire le proprie risorse per trasformare questa tecnica medica in uno strumento strategico di welfare, con il dichiarato obiettivo di contrastare il drammatico calo delle nascite che ultimamente colpisce il Mezzogiorno.
Utilizzo all’estero e utilizzo reale
Un “piccolo” modello francese, in un certo senso. Infatti qui le spese associate al prelievo e alla raccolta degli ovociti sono coperte dall’assicurazione sanitaria del sistema pubblico per donne tra i 29 e i 37 anni, tranne la conservazione che rimane a carico dell’assicurato per circa poco più di 40 € all’anno. Per il resto il contesto europeo è alquanto frammentato.
La Spagna ha una procedura quasi interamente privata e anche la Germania non offre coperture pubbliche per motivi personali. Tuttavia le conservazioni a scopo non medico rappresentano a oggi circa il 10%, ma la domanda crescente interroga soprattutto perchè non è né una soluzione miracolosa né indolore, dato che in ultima analisi le possibilità di gravidanza futura dipendono fortemente dall’età, dal numero e dalla qualità di ovociti prelevati. Insomma, conservare gli ovociti non garantisce di certo un figlio.
Il fattore tempo gioca un ruolo davvero cruciale nella biologia della riproduzione. Infatti essendo la cosa che l’essere umano, dopo la vita, ha di più prezioso, risulta il vincolo principale per la sana conservazione sia delle uova che degli spermatozoi.

Venti ovociti congelati a 35 anni, ad esempio, danno una probabilità di ottenere una gravidanza stimata al 77,6%. Questa scende al 49,6% dopo i 36 anni, per diminuire poi più drasticamente. Inoltre se si hanno a disposizione meno di dieci ovuli le probabilità si riducono ancor più sensibilmente, specialmente con prelievi dopo il 36/37 anni. Inoltre, statistiche internazionali fornite dalle società di medicina riproduttiva come la britannica Hfea o l’europea Eshre dimostrano che solo il 10% – 15% delle donne torna effettivamente a scongelare i propri ovociti per una gravidanza. Il restante 85-90% resta inutilizzato. Le motivazioni possono essere il concepimento naturale; un cambiamento di idea sulla maternità o la rinuncia.
Verso la giusta tecnica
Uno scenario che comporta ovvie importanti conseguenze per il sistema pubblico tra saturazione di biobanche, spreco economico e il vuoto normativo sulla destinazione ultima degli ovociti non usati. Quel che sembra però certo è che se la tecnica apre a delle possibilità non può da sola risolvere le contraddizioni di una società che da un lato incoraggia la natalità ma dall’altro rimanda sempre oltre l’età della maternità.
Adamo De Palma
Foto © poliambulatoriosangaetano, megaridefertility, quotidiano.net, invitra.













