A Salisburgo “Tre sorelle” di Eötvös sul baratro dell’apocalisse

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Rileggendo Čechov il compositore ungherese riflette sulla nostra epoca e sui conflitti che la scuotono

In Tre sorelle, Anton Čechov introduce per la prima volta l’elemento corale nella sua esperienza teatrale. Egli cattura un momento di crisi particolarmente sensibile nella storia della Russia. Forse anche per questi motivi il compositore ungherese Peter Eötvös, scomparso lo scorso anno, decise di trarne un’opera intitolata appunto Drei Schwestern nella sua declinazione in lingua tedesca, una sorta di epicedio per un’umanità ferita e sull’orlo del baratro. Quando il lavoro venne rappresentato per la prima volta a Lione nel 1998, con la direzione di Kent Nagano, suscitò immediatamente grande scalpore. Si trattava della prima opera di ampio respiro confezionata dall’autore con cura meticolosa, oggi ripresa al Festival di Salisburgo con la regia di Eugeny Titov.

L’ elemento asiatico

Suggestioni del remoto oriente avevano già percorso l’ispirazione del compositore ungherese in precedenti lavori teatrali come As I crossed a bridge of dreams del 1989, o Lady Sarashina del 2007. In Tre sorelle, Eötvös conferma il suo amore per questo ambiente culturale destinando a uomini le parti femminili, come accade nel Kabuki giapponese o nell’opera cinese. I ruoli di Masha, Irina e Olga sono rispettivamente affidati a tre controtenori, Cameron Shahbazi, Dennis Orellana e Aryeh Nussbaum Cohen. Tutti giovani e bravissimi nel governare la difficile scrittura e le ardue tessiture. Nota a margine, Shahbazi è di origine persiana mentre Cohen ha radici ebraiche, quasi a indicare come la convivenza sia possibile nel segno dell’arte e della musica.

Dal dramma all’opera

Nel modellare il libretto insieme a Claus Hennenberg, Eötvös ha compreso di dover trovare una propria chiave interpretativa. L’opera è stata suddivisa in un prologo e tre sequenze, rispettivamente dedicate a Irina, Andrej e Masha. Il testo dunque non è stato solo accorciato, ma costituisce un qualcosa di totalmente nuovo rispetto al dramma dello scrittore russo. Per il musicista era decisivo descrivere gli eventi da diversi punti di vista, per costruire un caleidoscopio colmo di interrogativi. La vita è sempre più complessa di quel che sembra. In questa maniera l’autore rimanda ancora a un riferimento orientale, stavolta filmico. Pensiamo al Kurosawa di Rashomon, nel quale vengono fornite diverse versioni della medesima storia offrendo una riflessione di grande profondità sulla natura dell’uomo.

L’allestimento salisburghese

Il leit-motiv del dramma di Čechov è quello della nostalgia di Mosca, sorta di chimera e simbolo di un futuro radioso che nessuno vedrà. Il regista Eugeny Titov lo concretizza in un cartello stradale divelto, che i personaggi di volta in volta prendono e abbandonano, e in un binario ferroviario interrotto che non conduce ad alcun luogo. La scenografia costruita da Rufus Didwiszus, che riempie l’enorme palcoscenico della Felsenreitschule, mostra un paesaggio distrutto, come fosse stato appena bombardato, ancora solcato da lingue di fuoco che si accendono e si spengono (riferimento all’incendio che apre il terzo atto dell’opera dello scrittore russo). L’ambientazione militare dell’originale aiuta il regista a comporre un affresco di pura violenza e prevaricazione. La forza della messa in scena risiede nella capacità di evocare le catastrofi della contemporaneità, i conflitti che devastano il mondo, senza per questo perdere di vista i drammi individuali.

Un esempio su tutti: il monologo di Andrej, perno attorno al quale ruota la vicenda. Il ragazzo di belle speranze è ormai un uomo abbrutito dall’alcol e dal gioco d’azzardo, elefantiaco e ridicolo nel suo enorme costume. Un simbolo della vacuità dei destini umani. “Non possiamo avere la felicità, possiamo solo desiderarla“, scrive Čechov.

La musica

L’ambiente sonoro è particolarmente vario, sia nell’espressione strumentale quanto in quella vocale. Il “concertino” degli strumenti che definiscono i singoli personaggi, ad esempio il flauto per Olga, il clarinetto per Masha e via dicendo, è visibile, mentre l’orchestra si trova fuori scena. Per governare una tale materia occorre solida scienza musicale, della quale è fornito il direttore Maxime Pascal. Il Klangforum Wien Orchestra realizza il tutto con precisione e varietà timbrica. Un aroma del tutto peculiare caratterizza la partitura. Tutto appare presente e distante al tempo stesso, come filtrato attraverso il ricordo. Riguardo la scrittura vocale, si passa dal canto allo Sprechgesang, dal grido al fischio, in un ventaglio assolutamente vario.

Nel nutrito gruppo di cantanti, affiatato e organico, oltre ai già citati controtenori una menzione merita il bravo Jaques Imbrailo nei panni di Andrej. Un’ultima notazione: il cast internazionale si destreggia bene con la lingua russa anche se si sente che, in massima parte, non siamo in presenza di cantanti madrelingua.

L’opera è dunque più viva che mai, e non espressione obsoleta di un tempo trascorso. Il teatro musicale, in particolare con una messa in scena tanto pregnante, parla della nostra epoca, dei suoi drammi e delle sue contraddizioni. Il Festival di Salisburgo non ha rivali in questo ambito. Basti ricordare le recenti edizioni, gli allestimenti di The Idiot di Weinberg (2024), del Lear di Reimann (2017), di The exterminating angel di Adès in prima mondiale nel 2016.

 

Oksana Tumanova

Foto © SF/Monika Rittershaus

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