Oggetto di numerosi studi internazionali, ora al via anche la sperimentazione clinica in Italia per testare una versione “non psichedelica”
Nell’ultimo decennio gli esperti si sono concentrati sullo studio della psilocibina. Si tratta del principio attivo dei funghi allucinogeni, che potrebbe diventare un potenziale alleato contro la depressione, in particolare quella resistente ai farmaci tradizionali. Non appena viene assunta, tale sostanza si trasforma in psilocina. Questa agisce sui recettori della serotonina, neurotrasmettitore fondamentale per il benessere emotivo, provocando effetti allucinogeni. Ma non solo: modula anche la neurotrasmissione della dopamina e del glutammato, influenzando le aree cerebrali coinvolte nell’umore e nella percezione.
Secondo alcuni studi, l’effetto antidepressivo della psilocibina potrebbe derivare proprio dalla sua capacità di stimolare nuove connessioni neuronali e di favorire una ristrutturazione del pensiero. Questo fenomeno, chiamato neuroplasticità, potrebbe aiutare i pazienti a “riprogrammare” la propria risposta emotiva.
Proprio l’esperienza psichedelica potrebbe svolgere un ruolo fondamentale nella cura. Infatti, alcuni ricercatori ritengono che l’intensificazione della consapevolezza e dell’introspezione durante tale processo possa portare i pazienti a rivedere la propria vita e le proprie emozioni. Ciò favorendo una maggiore accettazione di sé e una riduzione dei sintomi depressivi. Il trattamento con psilocibina, quindi, non è solo una questione di somministrazione di un farmaco, ma un percorso che include anche un supporto psicologico e una guida esperta per integrare l’esperienza psichedelica.
Studi internazionali
L’utilizzo di piante e funghi psichedelici non è di certo una novità. Per millenni sono state il fulcro della medicina e dei riti religiosi nelle tradizioni indigene di tutto il Mondo. La ricerca moderna su tale sostanza risale al 1938, quando Albert Hofmann giunge alla sintesi dell’Lsd, da lui stesso sperimentata. Gli studi poi si sono interrotti negli anni ’70 per volontà dei Governi. Tale sostanza potrebbe essere utilizzata per contrastare le dipendenze, come terapia per l’ansia dovuta a malattie terminali nonché in casi di disturbo borderline e della personalità, depressione, epilessia o disregolazione emotiva. Allo stesso tempo, potrebbe però comportare psicosi, disturbo persistente della percezione da allucinogeni nonché ansia e paranoia in seguito all’assunzione.
Oggi sono numerosi gli studi internazionali che si sono dedicati all’utilizzo del composto psichedelico per ottenere progressi nel campo della psichiatria. Tra i più importanti non possiamo non nominare il lavoro svolto dai ricercatori della Johns Hopkins Medicine di Baltimora. Tale trial clinico ha coinvolto un gruppo di pazienti affetti da depressione grave e persistente, di età media di 39 anni. Ogni partecipante ha ricevuto due sole dosi di psilocibina, somministrate a distanza di due settimane. I risultati sono stati sorprendenti. Dopo poche settimane, i pazienti hanno mostrato una riduzione significativa dei sintomi depressivi, con oltre metà del campione che ha visto la malattia entrare in remissione. Questo effetto si è dimostrato ben quattro volte più potente rispetto a quanto osservato con gli antidepressivi tradizionali, che spesso richiedono settimane o mesi per dare risultati.
Non a caso uno dei principali vantaggi dell’utilizzo di tale sostanza risiede nella sua velocità di azione. Anche gli studi dell’Imperial College di Londra e dell’Università di Melbourne hanno sostenuto l’efficacia delle due somministrazioni di psilocibina che, affiancate da un adeguato supporto psicoterapeutico, possono portare a miglioramenti significativi.
Sperimentazione italiana
Dati gli effetti positivi riscontrati, alcuni Paesi hanno deciso di fare un passo avanti. Nel 2023 l’Australia è stata il primo Paese al Mondo ad autorizzare la psilocibina per curare la depressione. Sulla sua stessa scia, anche la Nuova Zelanda ha dato l’autorizzazione da quest’anno mentre in Repubblica Ceca è arrivato il consenso a tale tipo di terapia dal Parlamento. Durante l’estate, anche in Italia è stato dato il via a una sperimentazione clinica autorizzata dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) che mira a testare l’efficacia della psilocibina nel trattamento della depressione. Si tratta di un segno di trasformazione nel modo di concepire le terapie psichiatriche.
La sperimentazione che ha preso piede nell’Ospedale di Chieti, sotto la direzione di Giovanni Martinotti, coinvolge un totale di 68 pazienti, tutti affetti da depressione resistente ai trattamenti. Il progetto, finanziato dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), mira a testare l’efficacia della psilocibina in un contesto clinico rigorosamente controllato. A differenza di altri studi internazionali, una delle caratteristiche dello studio italiano è l’intenzione di testare una versione “non psichedelica” della psilocibina, privandola dei suoi effetti allucinogeni. Per ottenere questo risultato, i ricercatori somministreranno ai pazienti un farmaco che blocca l’effetto psichedelico. L’obiettivo di questo approccio è determinare se la sostanza in sé abbia effetti terapeutici sulla depressione. Ciò indipendentemente dalle esperienze psichedeliche che solitamente provoca.
La sperimentazione durerà due anni e utilizzerà tecniche avanzate di neuroimaging per monitorare gli effetti della psilocibina sul cervello e sulla depressione. Se questo approccio dovesse rivelarsi efficace, potrebbe rappresentare un’importante innovazione nel trattamento della depressione resistente, che colpisce circa il 30% dei pazienti.
Dallo studio al futuro
In Italia la depressione colpisce ben 3,5 milioni di persone. Nonostante vi sia stato l’allarme dell’Oms, per cui tale patologia sarà, entro il 2030, la principale causa di disabilità nel Mondo, tre italiani su quattro sono ancora convinti che non si tratti di una malattia. Questa viene difatti percepita come un mero stato temporaneo che, di tanto in tanto, sperimentiamo tutti. È anche in virtù di tale percezione che la ricerca assume ancora più importanza. Se i risultati dello studio italiano dovessero confermare l’efficacia della psilocibina, non sarebbe impensabile che, entro tre anni, possa essere disponibile un farmaco basato su questa molecola.
Tuttavia, come ha spiegato Giovanni Martinotti, il cammino per arrivare a un trattamento ufficiale potrebbe richiedere ancora tempo, seppur i risultati preliminari potrebbero arrivare in un anno. L’importanza di questo studio non si limita ai risultati clinici. Difatti si inserisce in un cambiamento di paradigma, scientifico e culturale, nell’approccio alla salute mentale.
Ottavia Scorpati
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