Fotografia e arte orientale in mostra in Toscana

0
434
Fotografia e arte orientale

Una rassegna culturale che intreccia scatti storici italiani e linguaggi artistici nipponici, creando un ponte tra due mondi diversi

Con la recente scomparsa del fotografo Gianni Berengo Gardin, si chiude un cerchio fantastico dei grandi fotografi italiani – Giacomelli, Dondero e Berengo Gardin – che hanno documentato la realtà italiana.

Gianni Berengo Gardin non amava essere chiamato artista, ma narratore di una realtà sociale mutevole in un’Italia post-fascista, legata alla ricostruzione economica. Con la sua Leica e un rigoroso bianco e nero, ha raccontato per decenni il cambiamento nel Belpaese: dai manicomi alle fabbriche, dalle strade di Venezia alle architetture industriali di Olivetti.

Per Berengo Gardin la fotografia doveva essere documento e non arte. «L’impegno del fotografo è civile, non estetico», ripeteva frequentemente.

“Morire di classe” e il rinnovamento psichiatrico degli anni Sessanta

Negli anni Sessanta, insieme a Carla Cerati, realizzò Morire di classe, un reportage sugli ospedali psichiatrici che scosse l’opinione pubblica con immagini crude e dirette. Una realtà poco conosciuta, che contribuì alla riforma di Franco Basaglia. Sono gli anni della denuncia anche tramite la poesia di Alda Merini. Per Berengo Gardin la fotografia doveva essere in pellicola: rifiutava il digitale e il ritocco. La sua passione per il bianco e nero era radicata nella storia della fotografia, da Dorothea Lange, W. Eugene Smith, Henri Cartier-Bresson – con quest’ultimo ebbe un legame speciale.

Il trasferimento a Milano e le collaborazioni editoriali

Nel 1965 Berengo si trasferì a Milano e collaborò con riviste come Il Mondo e istituzioni come il Touring Club italiano, diventando un punto di riferimento per il fotogiornalismo.

Nel suo lungo percorso ha realizzato oltre 200 mostre personali in tutto il Mondo e, già nel 1963, fu premiato con il World Press Photo. Le sue fotografie sono oggi presenti nei principali musei d’arte contemporanea.

Berengo lascia una lezione semplice e profonda: la fotografia deve essere onesta. Le sue immagini senza filtri raccontano un’Italia che non c’è più, ma che non va dimenticata.

Gli artisti giapponesi contemporanei in Toscana

Se la fotografia di Berengo valorizza il bianco e nero di un neo-realismo che non va perso, nonostante le sirene multimediali e gli effetti dell’intelligenza artificiale sull’arte, l’Italia – e in particolare la Toscana – dagli anni Sessanta è stata una terra di attrazione per tanti artisti del Sol Levante.

A Carrara e Pietrasanta hanno appreso le tecniche della scultura occidentale, creando un dialogo tra tradizioni orientali e occidentali. Questo fenomeno di migrazione artistica affonda le sue radici nella seconda metà del Novecento, quando il Giappone con i suoi scultori ha dato vita a un ponte culturale. Il pioniere fu Hidetoshi Nagasawa, che giunse in Italia nel 1967 in bicicletta attraverso l’Asia e l’Europa. In Toscana ha realizzato alcune delle opere più significative, come il suggestivo Giardino della Casa del Tè (2001), che trasforma lo spazio espositivo in un luogo di contemplazione a Palazzo Pretorio di Certaldo.

La scuola di Carrara e il marmo come linguaggio universale

Ricordiamo anche Isamu Noguchi, scultore e designer che, pur essendo americano di nascita, mantenne un forte legame con le sue origini giapponesi.

Due esempi di artisti che, con le loro installazioni e sculture, hanno creato spazi in cui la meditazione orientale si confronta con la storia e l’arte europea. Se la fotografia narra, l’arte penetra in una preghiera universale.

 

Paolo Montanari

Foto © Pinterest, Liveauctioneers, The Noguchi Museum

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui