Una scuola a colori: il libro di Sara Rossetti

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Una scuola a colori

Una ricerca sul campo ascolta studenti, docenti e genitori della classe multiculturale, per superare slogan e pregiudizi e ripensare l’insegnamento

In questo inizio anno scolastico dal clima surriscaldato per il decreto scuola del Governo Meloni – incentrato sul tetto del 30% per gli studenti “stranieri” oltre al divieto e multe per chi indossa il burqa e il niqab in classe, il libro – ricerca a firma di Sara Rossetti, “Una scuola a colori. Per un’educazione femminista e decoloniale“, rappresenta davvero una boccata di ossigeno, un antidoto agli slogan urlati e divisivi. Perché questo libro è il frutto di anni di studio e lavoro sul campo, all’università e tra i banchi di scuola, facendoci entrare nella scuola multiculturale italiana di oggi, per andare oltre proclami politici, ideologia, pregiudizi e stereotipi fuorvianti e pericolosi, creando spazi per dare voce ai diretti protagonisti: studenti, docenti e genitori.

«Ho scritto questo libro da insegnante e da madre di figli razzializzati, non ho mai o quasi scisso le due cose mentre facevo ricerca e scrivevo. Perché come ricercatori non possiamo non fare i conti con quello che siamo nella nostra vita, il nostro posizionamento nel Mondo è fondamentale nel nostro lavoro. L’ho scritto perché in classe vedevo che qualcosa non andava: ragazzi con storia familiari internazionali spesso in silenzio, messi al margine, che venivano bocciati o dopo qualche mese non si facevano vedere più a scuola. Vedevo madri in difficoltà nei colloqui con gli insegnanti, insegnanti in difficoltà a gestire classi così eterogenee. Volevo non solo delle risposte, ma volevo capire quali fossero le ragioni reali di tanto malessere per i ragazzi e le ragazze, ma anche quali fossero le esperienze positive e le modalità di resistenza a tutto questo».

Perché queste ricerche

A parlare con Eurocomunicazione è Sara Rossetti, che ci spiega i motivi che l’hanno spinta a scrivere questo testo, qualche anno dopo l’uscita di due libri di sociologia e studi di genere sulle donne immigrate in Italia, firmati con un’altra studiosa, Katiuscia Carnà, intitolati “Kotha. Donne bangladesi nella Roma che cambia” (Futura Editrice, 2018) e “Corpi e identità. Donne dal Subcontinente indiano all’Italia” (Villaggio Maori Edizioni, 2021).

«Così ho iniziato a leggere libri che parlavano di scuola, di dispersione scolastica, al fianco dei classici del femminismo intersezionale e degli studi decoloniali, ma non solo. La mia biblioteca si è arricchita con la letteratura postcoloniale italiana, ossia tutti quegli autori figli e figlie della migrazione che scrivono romanzi, autobiografie», ci racconta l’insegnante.

Urgente e attuale

“Questo libro è necessario. Non solo importante nel senso accademico – necessario nel senso fisico, urgente. Necessario per chi insegna, per chi forma insegnanti, per chi fa politica scolastica, per chi pensa che il problema sia solo la lingua e non capisce che la lingua è solo la punta dell’iceberg”, scrive nella prefazione Rahma Nur, docente di lungo corso e poeta somalo-italiana.

«In un presente in cui vediamo che la scuola diventa spesso un luogo di scontro (in senso tanto metaforico quanto duramente fisico), riteniamo che il libro di Sara Rossetti sia tremendamente urgente e attuale, non perché ideologico, ma al contrario perché capace di raccontare un “mondo scuola” che già esiste e che spesso non si è in grado di gestire e valorizzare. L’invisibilizzazione a cui sono soggetti gli e le studenti con background migratorio talvolta non è frutto di una precisa scelta dei e delle docenti, ma – ed è forse più doloroso – derivata solamente da una scarsa riflessione su temi come l’inclusione e la multiculturalità. Per questo ci auguriamo che questo libro possa diventare uno strumento utile per tutte le persone che ruotano intorno al mondo dell’educazione», sottolinea Anita Paolicchi della Astarte Edizioni.

I temi affrontati dal libro

In “Una Scuola a colori” Sara Rossetti tocca una serie di punti focali sulla doppia tematica del femminismo e del multiculturalismo, ponendo domande fondamentali, interrogandosi sui limiti e sulle presunte certezze del sistema scolastico, illustrando i punti di vista dei diversi protagonisti della scuola. Le loro voci si incrociano e si arricchiscono da una serie di riferimenti teorici ben consolidati e testi noti della letteratura nei campi toccati dal suo studio. La ricerca come pratica femminista, le aspettative e i pregiudizi nell’orientamento scolastico, le gerarchie linguistiche e il plurilinguismo, colonialismo, colonialità e razzismi nella scuola (e nella società) italiana sono alcuni degli ambiti approfonditi dalla ricercatrice. Il libro, basato su un rigoroso metodo scientifico, presenta nel dettaglio le fonti utilizzate, le testimonianze raccolte oltre al questionario sottoposto ai docenti e una ricca bibliografia.

Le voci delle ragazze e dei ragazzi con background migratorio

Una parte centrale del testo è quella che dà voce alle ragazze e ai ragazzi con background migratorio, non come numeri o corpi invisibili, ma come esseri umani pensanti, dotati di capacità analitica, non come soggetti/oggetti strumentalizzati ma come protagonisti del loro presente e del futuro che stanno cercando di costruire in questo Paese. Non a caso, la dedica iniziale di Rossetti cita il brano “Cara Italia” di Ghali, “Oh eh oh, quando mi dicon “Va’ a casa” Oh eh oh, rispondo “Sono già qua” Oh eh oh, io T.V.B. cara Italia. Oh eh oh, sei la mia dolce metà.

Secondo Nowrin, «la maggior parte delle ragazze e dei ragazzi che vanno a scuola hanno sempre un pensiero o una paura che ci fanno pensare: “I compagni parleranno con me? Mi faranno sentire come loro? Posso diventare come loro? Se faccio quello che fanno loro forse così posso diventare loro amica”. Tutte queste cose pensano le ragazze/ragazzi stranieri quando iniziano ad andare a scuola».

Layla testimonia invece che «durante il periodo scolastico, mi veniva spesso chiesto: “Perché indossi il velo?” o “Perché hai scelto di metterlo?”. Le domande non mi davano fastidio; al contrario, rispondevo con tranquillità e orgoglio. Per me il velo è una parte importante della mia religione e della mia identità, e mi divertivo a raccontare il perché della mia scelta, parlando anche della mia fede. […] Per me, indossare il velo e osservare il Ramadan non è solo una pratica religiosa: è una parte di chi sono, della mia identità e del mio orgoglio».

Discriminazione

Pungente il racconto di S., di nove anni, che ricostruisce una discriminazione subita Una scuola a colorisulla propria pelle: «Quando avevo cinque anni un mio compagno di classe ha iniziato a dirmi delle cose brutte, tipo: che dovevo prendere il colore per ultimo perché io ero marrone, oppure che non ero capace a disegnare e a fare molte altre cose perché ero marrone. Me lo diceva molte volte. Allora io l’ho detto a mamma e papà e l’hanno detto alla maestra. Io mi sentivo escluso. Dopo che l’hanno saputo la maestra e sua madre, lui mi ha chiesto scusa. Ma io non l’ho ancora perdonato».

La domanda posta da R. 15 anni, offre invece uno spunto interessante che capovolge la storia dell’umanità: «Prof, ma tu ci pensi se gli schiavi fossero stati i bianchi?» .

Adnan ci fa riflettere sul significato e sul patrimonio rappresentato dalla lingua madre, di cui spesso i figli di migranti si vergognano: «La mia lingua madre, il bengalese, è forse una delle ricchezze che ho. Sinceramente non mi ero reso tanto conto, lo vedevo come un ostacolo per la mia integrazione, e così ho dato così tanto di me per essere perfetto in italiano che ho dimenticato di custodire la mia lingua madre. Adesso infatti non so più scrivere o leggere, solo parlare, a volte con errori e soprattutto nel dialetto della città dei miei genitori. Da poco ho capito quanto fosse importante e adesso provo del mio meglio a migliorare. […] Il bengalese poi per me è perfetto per mostrare emozioni, e così dolce ed elegante, basta sentire l’inno, una lingua poetica che dovrebbe essere più conosciuta».

Genitori

Aisha, infine, porta nel libro-testimonianza il punto di vista dei genitori quando devono confrontarsi con gli insegnanti e con il mondo della scuola: «Secondo me alcuni genitori stranieri hanno paura di andare a scuola. Perché quando si trovano davanti agli insegnanti loro li trattano in modo distaccato, diverso per esempio da come trattano noi figli. Per esempio gli danno del tu, cosa che non farebbero mai con un genitore italiano. Oppure, se ci siamo noi figli al colloquio si rivolgono a noi e non alla madre o al padre. Una volta una docente mi ha chiesto, con mia madre davanti: “Ma parla italiano?”. Non ho detto nulla in quel momento, ma ho pensato: “Perché non lo chiedi a lei?”. Quindi hanno paura, e poi sono stanchi. Sono stanchi di dover sempre “combattere” contro il razzismo, per i loro diritti… I miei stanno in Italia da quasi trent’anni, sono stanchi».

Decostruire la mentalità coloniale

«Il messaggio che arriva è che quelli che chiamiamo ritardo e dispersione scolastica non sono fenomeni che possiamo collegare ai soli vissuti individuali. Non si va male a scuola perché tua madre e tuo padre non parlano italiano o perché vogliono che tu vada subito a lavorare. Le ragioni sono altre e molte e stanno per esempio nell’idea ottocentesca che la Nazione sia una e una sola, con una lingua e una “etnia” e che quelle siano le uniche degne di essere insegnate a scuola, relegando tutte le altre a minoritarie e inutili», analizza Rossetti.

«Le ragioni sono che, queste modalità coloniali, di pensare che ci siano culture ed esperienze migliori e superiori è introiettato negli adulti di riferimento, che pensano ed elaborano le strategie didattiche, che impostano e dirigono le relazioni in classe. Tutto questo mina l’autostima dei ragazzi e delle ragazze con background migratorio che, quindi, possono avere più difficoltà nel percorso scolastico. Prima di tutto si tratta di decostruire, decostruire la nostra mentalità coloniale», sintetizza l’insegnante-ricercatrice.

Aprirci alle altre culture e moltiplicare le voci

Un altro suggerimento di Rossetti è quello di «aprirci all’altro, ma non solo retoricamente, partecipando a qualche festicciola con cibi africani o asiatici. Aprirsi alle epistemologie, alle culture, comprendere che dietro alla presunta superiorità della società occidentale c’è la volontà di dominare le altre, di lasciarle in silenzio, in quello che si chiama razzismo sistemico. Questo lavoro dovremmo farlo tutti, in primis gli insegnanti ed è un lavoro duro, un percorso lungo, che non sempre arriva a un punto». Mentre in classe, da insegnante l’autrice auspica di «moltiplicare le voci, far parlare i ragazzi. Rivedere i “programmi” di storia e letteratura, mettere in discussione i canoni. Ad esempio in campo letterario, inserendo autori e autrici di origini diverse, che raccontano storie diverse da diversi punti di vista».

L’autrice e la sua metodologia

Sara Rossetti si occupa di educazione, studi di genere, migrazioni e didattica. Da anni affianca all’insegnamento un percorso di ricerca e formazione sui temi del razzismo, della colonialità e delle disuguaglianze educative. Il suo sguardo è attraversato dalla dimensione professionale, ma anche personale: è moglie di un uomo del Bangladesh e quindi madre di figli razzializzati, esperienze che hanno plasmato il suo modo di interrogare la scuola, le relazioni educative e di osservare le dinamiche di razzismo e discriminazioni.

L’autrice, seguendo la lezione del femminismo intersezionale, è consapevole delle caratteristiche, dei privilegi e dei rischi del suo posizionamento di donna bianca. Il suo sguardo è situato, ma non intende sostituirsi a quello dei suoi figli e di suo marito, ed è a conoscenza di come le loro esperienze non potranno mai essere le sue. Per questo, sia con la sua famiglia, che con gli e le studenti l’obiettivo non è quello di “dare voce“, ma piuttosto di favorire l’emergere di spazi d’ascolto, affinché quelle voci possano essere riconosciute e ascoltate senza essere sostituite dalla sua. L’approccio utilizzato segue quindi un percorso, sia biografico che di pratica didattica, di decostruzione di prassi e epistemologie occidentali e mette al centro l’ascolto e la relazione, con l’obiettivo di contribuire a una scuola e a una società più giuste, plurali e capaci di interrogarsi criticamente.

 

Véronique Viriglio

Foto © Sara Rossetti, Astarte, Cristina Mantis

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