«Possiamo sempre fare qualcosa: massima che andrebbe scolpita sullo scranno di ogni magistrato e di ogni poliziotto»
Autostrada di Capaci, la quiete di un normale pomeriggio di maggio viene scossa da un boato che distrugge la strada colpendo mortalmente un mezzo.
Al suo interno il giudice Giovanni Falcone con la moglie, il magistrato Francesca Morvillo e gli uomini della scorta Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani.
Si salverà solo l’autista Giuseppe Costanza che era sui sedili posteriori.
Era il 23 maggio 1992 quando Giovanni Brusca azionò il telecomando che fece esplodere la bomba piazzata per uccidere l’uomo che con le sue inchieste riuscì a ricostruire la struttura e i meccanismi della mafia diventando il simbolo della lotta a Cosa nostra.
Nascita e inizio della carriera
Terzo figlio di Arturo direttore del Laboratorio chimico provinciale e Luisa Bentivegna, casalinga, Giovanni Falcone nasce a Palermo il 18 maggio 1939. Cresce nel quartiere arabo della Kalsa, in cui entra a contatto con diverse realtà. Ma i valori che ne plasmano il carattere li apprende dai racconti familiari della madre.
Dopo una breve parentesi all’Accademia navale si iscrive a Giurisprudenza con l’obiettivo di diventare magistrato.
Nel ’67 mentre si trovava come giudice di sorveglianza nel carcere di Favignana, fu preso in ostaggio da un esponente dei nuclei armati proletari che chiedeva in cambio della vita del giudice la scarcerazione e di poter parlare alla radio.
Trasferito al Palazzo di Giustizia di Palermo lavora all’Ufficio Istruzione col magistrato Rocco Chinnici e affina il suo metodo investigativo col caso Spatola. Capisce subito di trovarsi davanti a un mondo sommerso fatto di legami ambigui tra mafia, politica, finanza. E decide che per scoprire i movimenti di capitali dubbi, bisognava percorrere la strada delle indagini patrimoniali superando quindi il segreto bancario. L’inchiesta si concluderà con un durissimo attacco a Cosa nostra e delle condanne esemplari che porteranno alla morte di Chinnici.
Pool antimafia e maxi processo
Negli anni ’80 in Sicilia imperversava la guerra di mafia e per cercare di contrastarla il neo direttore dell’Ufficio Istruzione Antonio Caponnetto con Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta crea il pool antimafia.
Grazie al sistema investigativo messo a punto da Falcone si arriverà all’imputazione in primo grado di 460 persone condannate al massimo della pena. Questo ingente lavoro fu grazie all’arresto in Brasile del mafioso Tommaso Buscetta. Diventato un pentito consegnò agli investigatori dettagli dell’organizzazione verticistica e su mandanti ed esecutori di molte stragi fornendo anche i dettagli sui forti legami tra Cosa nostra e la politica.
Dirà in merito «Prima di lui non avevo, non avevamo, che un’idea superficiale del fenomeno mafioso. Con lui abbiamo cominciato a guardarvi dentro. Ci ha fornito numerosissime conferme sulla struttura, sulle tecniche di reclutamento, sulle funzioni di Cosa nostra. Ma soprattutto ci ha dato una visione globale, ampia, a largo raggio del fenomeno. Ci ha dato una chiave di lettura essenziale, un linguaggio, un codice. È stato per noi come un professore di lingue che ti permette di andare dai turchi senza parlare a gesti».
Per studiare le carte del maxi processo, Falcone, Borsellino e le rispettive famiglie furono mandati nella Casetta rossa del carcere di massima sicurezza dell’Asinara, protetti dall’inviolabilità del luogo e dalle guardie in borghese.
Lo Stato alla fine presentò il conto dell’affitto.
l’Isolamento di Falcone
Contrariamente a come ci si sarebbe aspettato, non sarà Falcone a guidare il Pool antimafia una volta andato in pensione Caponnetto. Il Consiglio Superiore della Magistratura nominerà guida dell’Ufficio istruzione Antonino Meli, un magistrato vecchio stile che smantellerà di fatto il pool ritornando ai vecchi metodi investigativi rovinando tutto l’operato svolto fino ad allora.
É così che inizia il periodo più complesso della vita di Falcone, il quale si troverà isolato nel Palazzo di Giustizia rinominato “dei veleni“. Cominciano anche a girare delle lettere sospette in cui un certo “Corvo” lanciava contro il giudice delle pesanti accuse, come quella di aver orchestrato l’attentato dell’Addaura. Nella residenza estiva, vicino al luogo in cui era solito fare il bagno, venne ritrovato da un agente della scorta un borsone contenente dell’esplosivo.
La Fine
Di ritorno da Roma dove si era trasferito con la speranza di trovare un clima lavorativo diverso, perde la vita nell’attentato che trasformerà l’autostrada di Capaci in una voragine.
Il ricordo
In questi giorni in ricordo dell’uomo che divenne il simbolo della lotta alla criminalità organizzata si sono svolti numerosi eventi, come ”la Repubblica della memoria” a cui è intervenuta anche la sorella del giudice, Maria Falcone, a capo dell’omonima Fondazione, che ha ricordato quei momenti difficili e la paura del fratello, più per i suoi familiari che per se stesso.
In ricordo di Falcone e di Borsellino, anche lui ucciso pochi giorni dopo in via d’Amelio, il capo dello Stato Sergio Mattarella si recherà nei luoghi delle stragi per omaggiare due eroi che con il loro sacrificio sono diventati simbolo di legalità.
Gianfranco Cannarozzo
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