Croce Rossa: umanità, imparzialità, neutralità senza confini

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Croce Rossa

Organizzazione umanitaria più estesa al Mondo porta conforto ai cittadini da 159 anni

Croce Rossa, un’idea nata sul campo di battaglia che ha scardinato il Mondo grazie a Jean Henry Dunant, letterato e filantropo ginevrino. Una storia che tutti dovrebbero conoscere. Oggi sembra un colosso del bene sempre esistito, ma non è così: è importante ricordare da quali basi e tristi premesse è nato – una guerra – e perché deve continuare senza costrizioni la sua missione.

Henry Dunant, il fondatore della Croce Rossa

CROCEIn Italia, in quella che oggi è la verde e ricca Lombardia, a Solferino, il 24 giugno 1859 si combatté una atroce pagina della seconda guerra di indipendenza italiana – o campagna d’Italia. Francia e Regno di Sardegna affrontano unite il potente Impero Austro-ungarico. L’alba del mattino dopo non fu il risveglio dopo una battaglia come tante, ma rappresentò qualcosa di completamente diverso, diede il via a una vera e propria rivoluzione. L’idea della costituzione di una associazione di volontari, stabile e organizzata, venne infatti formulata da Henry Dunant in una calda serata del luglio 1859 a Milano, in via Monte Napoleone, nel salotto della contessa Giustina Verri Borromeo presidentessa del Comitato milanese di soccorso ai feriti della guerra d’Italia.

In quell’occasione la contessa caldeggiò l’idea di istituzionalizzare, a margine di ogni battaglia, un “tregua di Dio” che consentisse di considerare neutrali sia i feriti che chi li assisteva. A Milano Dunant trovò un fertile terreno alle sue iniziali intuizioni. Nella Città meneghina la nobiltà, l’alta borghesia e il clero ambrosiano diedero difatti un grande apporto economico e logistico alla cura dei reduci delle battaglie risorgimentali. Dopo la battaglia di Magenta del 4 giugno 1959, trovarono assistenza nel capoluogo circa 9.000 feriti. Pochi giorni dopo la battaglia di Solferino del 24 giugno, altri 7.000 feriti vennero smistati nei 26 ospedali milanesi.

Aristocrazia in prima linea nell’accoglienza

Le aristocratiche milanesi si mostrarono infermiere eccellenti. La contessa Verri Borromeo amministrava nelle sale della Società del Giardino il magazzino delle bende e delle filacce, che le signore e le signorine preparavano con caritatevole entusiasmo. Anche l’arcivescovado venne aperto all’assistenza, in uno slancio corale della Città cui nessuno si sottrasse. Chi riuscì a sopravvivere, convalescente venne avviato nelle diverse ville della Brianza e della zona del Naviglio grande, nonché nelle residenze del patriziato milanese sulle rive dei laghi lombardi.

Croce RossaTanta fu l’abnegazione dei milanesi che Napoleone III con decreto del 14 marzo 1860 istituì una medaglia d’argento per tutti coloro, medici, signore, religiosi e gentiluomini, che si erano distinti nelle cure dei feriti dei due eserciti. In quel salotto di via Monte Napoleone Dunant, di ritorno dal campo di battaglia di Solferino e delle ambulanze di Castiglione delle Stiviere, manifestò l’idea dell’internazionalismo della carità, accompagnata da un segno sacro da indossare per essere riconosciuti e protetti dalle offese belliche. Tale fu l’entusiasmo di quelle idee che molte delle dame milanesi aderirono con slancio al progetto tra cui la contessa Giulia Taverna che molto si spese per propagandare questa nobile causa e che rimase sempre in corrispondenza con il Dunant. L’idea della Croce Rossa era già in embrione.

Anche il prof. Cesare Castiglioni partecipò in prima persona all’attività di soccorso che Milano profuse per i feriti delle battaglie per l’indipendenza italiana. Tale fu il suo impegno e abnegazione che anche lui ebbe l’onore di essere annoverato tra i 96 beneficiari di medaglia d’argento.

Cesare Castiglioni

Nativo di Arluno e milanese d’adozione, Cesare Castiglioni si rivelò figura di significativa importanza nel processo di crescita morale e civile che segnò l’Ottocento milanese e lombardo. Medico, alienista, filantropo e intellettuale pragmatico, è stato una figura chiave in alcune delle storiche istituzioni milanesi: medico dell’Ospedale Maggiore, direttore del Pubblico Manicomio della Senavra e del Regio Istituto dei sordomuti, fu anche presidente del Regio Istituto di scienze e lettere, promotore del Centro milanese di statistica medica e presidente del Comitato milanese dell’Associazione medica italiana.

Con queste premesse, non stupisce che il Castiglione legò il suo nome, e la sua fama assai viva presso i contemporanei anche alla costituzione del Comitato della “Associazione italiana di soccorso pei militari feriti e malati in tempo di guerra” divenuta poi Croce Rossa italiana, di cui fu fondatore, animatore e primo presidente.

Commissione speciale

Attraverso gli Annali universali di medicina e la Gazzetta medica lombarda lui e altri insigni medici e filantropi milanesi poterono presentare e proporre al mondo medico, accademico e laico le novità genialmente propagandate da Henry Dunant. Questi, infatti, già il 9 febbraio 1863 era riuscito a sensibilizzare la società ginevrina di beneficienza, di cui era membro, su un suo nuovo modo d’intendere il servizio sanitario di guerra, ottenendo il 17 febbraio 1863 il permesso di dar vita a una commissione speciale, composta, oltre che da lui, da Gustave Moynier, Luis Appia, Guillaume Henri Dufour e da Théodore Maunoir, per studiarne i modi dell’organizzazione.

CROCELa conferenza di Ginevra del 26-29 ottobre 1863 fu proprio la conclusione dei lavori promossi da questo cosiddetto “Comitato dei Cinque”, ispirato e condotto dall’operoso Dunant. I sedici Paesi europei che parteciparono, tra cui l’Italia, rappresentata dal suo console in veste di uditore e da Cesare Castiglione, adottarono alla fine dei lavori una risoluzione che era ispirata dalla filantropica filosofia di Dunant, nata sui campi di battaglia di Solferino e San Martino e di cui il suo Souvenir de Solferino, pubblicato e diffuso con successo nel 1862, rimane ancora oggi la testimonianza più completa.

Nelle pagine del suo pamphlet, Dunant reclamava l’opportunità, “durante un periodo di pace e di tranquillità”, di “costituire delle società di soccorso, il cui scopo fosse quello di provvedere alla cura dei feriti, in tempo di guerra, per mezzo di volontari solerti, disinteressati e ben qualificati per tale compito”, per rimediare all’abbandono sul campo dei feriti, conseguenza dell’insufficienza cronica di sanitari militari.

Abnegazione e filantropia

Sull’onda di questo incredibile slancio filantropico che percorse l’Europa intera negli anni tra il 1862 e il 1864, Cesare Castiglioni nel corso della storica adunanza del Comitato milanese dell’Associazione medica italiana del 28 febbraio 1864, propose con grande lungimiranza di mettere in pratica le deliberazioni prese a Ginevra, costituendo “dei Corpi volontari per servizio sanitario composti da medici, chirurghi, farmacisti, infermieri, cappellani destinati a supplire all’insufficienza delle ambulanze militari in tempo di guerra”.

L’idea ottenne l’entusiastico plauso e approvazione dell’assemblea, tant’è che quello stesso giorno fu nominata subito una Commissione col compito di studiare il miglior modo di attuazione del progetto. La Commissione, formata dal Castiglioni nel ruolo di presidente, e dai medici Tarchini Bonfanti, Luigi Zuffi, Ezio Castaldi, Gaspare Rosales, Agostino Barbieri, dal tenente colonnello Francesco Resta, dall’avvocato Corrado Fontana, da Carlo Brot e dal generale Giovanni Durando, già da marzo entrò in contatto col Comitato internazionale di soccorso ai militari feriti, con sede a Ginevra, evoluzione del Comitato dei Cinque nonché embrione di quello che oggi fin dal 1875 è conosciuto come Comitato internazionale della Croce Rossa (Cicr).

In pochi mesi la Commissione elaborò un progetto di regolamento da far approvare all’adunanza dell’Associazione medica italiana. Fu in quel periodo che Castiglioni e i suoi colleghi vennero in contatto con l’esule conte Benigno Bossi, il quale, in qualità di membro della Società ginevrina di beneficenza, era tornato in patria al fine di formare anch’egli un comitato italiano di soccorso, ignaro dell’iniziativa già partita dal gruppo milanese. Castiglioni accolse con entusiasmo le idee di cui il Bossi si faceva portavoce. Il suo apporto fu indubbiamente decisivo se si pensa che la stesura del primo regolamento dell’associazione fu rimandata in seguito proprio ad alcune fondamentali modifiche da lui stesso suggerite affinché, a detta di Castiglioni, “non si distraessero le forze facendole convergere non più a uno, ma a due centri”.

Il regolamento dell’Associazione italiana

Nell’adunanza del 29 maggio 1864 fu presentato un documento contenente quindici “Basi di regolamento” ispirate dai lavori della conferenza ginevrina. Le difficoltà di uniformare il regolamento ai dieci articoli di Ginevra, secondo le direttive del Comitato internazionale, implicarono alcune difficoltà, tant’è che il Comitato milanese dovette indire un’adunanza straordinaria per il 12 giugno nel corso della quale Cesare Castiglioni, a nome della Commissione, mise in discussione l’articolo 7 delle deliberazioni ginevrine per il quale si gravavano i Comitati nazionali del peso di provvedere al mantenimento dei propri sanitari inviati sul campo.

Dal momento che il Comitato, si chiedeva retoricamente il presidente, “funge a raccogliere i mezzi pecuniari bastevoli per ciò, come mai potranno gli infermieri, e in genere gli ufficiali sanitari volontari, procurarsi agevolmente quanto sarà d’uopo al loro mantenimento in un Paese dove ferve la guerra, e perciò aggravato e impoverito per ogni sorta di requisizioni e di pesi? E questa difficoltà sarà tanto più grave per uomini nuovi a tali cose e agli usi della guerra, non assistiti dalle forze, ignari dei luoghi e fors’anco della lingua, se dovranno seguire l’esercito fuori d’Italia. Si sa che talora anche ad altissimo prezzo ciò riuscirebbe loro impossibile. Questa riflessione si presenta tanto grave e spontanea, che forse chiamerà l’attenzione della Conferenza Internazionale”.

“In ogni momento la vostra Commissione propone di tener conto fin d’ora, e anzi opina che questi siano dei punti sui quali intendersi col Governo: ben inteso che da questo non si richiederebbe se non la parte di mantenimento che riguarda il vitto e l’alloggio secondo le norme militari”.

Non soltanto militari e soldati

Inoltre Castiglioni giustificò così la proposta, non contemplata tra le risoluzioni di Ginevra, d’estendere l’interesse dell’Associazione anche ai malati.

Scrisse: “Non a pochi pareva che le cure pietose fossero da indirizzarsi solo ai militari feriti, siccome a quelli che offrono certezza d’avere esposta la vita. Ma il non estenderle ai malati risultava, senza forse, non che improvvida e ingiusta, crudele misura. Vi hanno fra i militari, malati che scontano tutt’altro veramente che i guai e le dure disastrose fatiche del campo; i più però sono quelli che fatalmente le scontano. Ed è facile a ognuno avvertire, come nelle lunghe guerre, massime se vi hanno assedii, la quantità dei malati supera a gran pezza la quantità de’ feriti; né sono i primi certo da considerarsi da meno dei secondi”.

Così nell’adunanza straordinaria del 12 giugno 1864, le quindici basi di regolamento proposte pochi giorni prima furono in parte modificate e definitivamente votate. Alcuni articoli sono riportati qui di seguito:

  • 1) In base ai voti espressi nella Conferenza internazionale di Ginevra nell’ottobre 1863, si costituisce in Italia un’associazione con lo scopo di soccorrere i feriti e i malati militari, e di secondare in ogni modo il servizio di sanità delle armate in tempo di guerra.
  • 2) Essa si denomina: Associazione italiana di soccorso pei soldati feriti e malati in tempo di guerra. Si unisce ai voti espressi dalla Conferenza internazionale di Ginevra, ne procura colla sua opera la effettuazione invocando l’appoggio del proprio Governo.
  • 4) Uno dei Comitati verrà riconosciuto per Comitato Centrale, al quale faranno capo tutti gli altri, ed avrà la rappresentanza dell’Associazione.
  • 6) Persone d’ogni classe sociale possono essere membri dell’Associazione, facendosi inscrivere presso un Comitato, e versando annualmente almeno un’azione di lire cinque.
  • 9) Il Comitato medico milanese dell’Associazione medica italiana costituisce nel suo grembo un Comitato dell’Associazione italiana di soccorso pei militari feriti e malati in tempo di guerra, delegando per esso quaranta de’ suoi membri, e obbligandosi a versare annualmente almeno per tre anni duecento lire, in ragione di lire cinque per ogni membro.
  • 10) Provvisoriamente questo Comitato funzionerà da Comitato Centrale; adopererà di far sorgere per ogni parte d’Italia; si terrà in rapporto col Comitato internazionale Ginevrino.
  • 12) Quando il Comitato si comporrà di almeno cinquanta membri si dichiarerà costituito, entrerà in azione, dandosi quel regolamento che crederà opportuno, in relazione però al presente.

Il 14° punto

Il penultimo punto racconta lo scopo, gli obiettivi e i mezzi di quella che sarà la Croce Rossa Italiana.

“Tanto il Comitato provvisoriamente Centrale, quanto gli altri che andranno mano mano formandosi, avranno di mira di adempiere particolarmente gli impegni che sono indicati sotto per il tempo di pace e per quello di guerra. In tempo di pace farà i preparativi pel caso di guerra, e specialmente: raccoglierà denari e doni; riunirà oggetti necessari alla cura dei feriti e dei malati; promoverà l’iscrizione di quelli disposti a rendersi attivi al caso voluto, e cioè del personale sanitario, dei sacerdoti per l’assistenza religiosa e degl’infermieri, ai quali ultimi darà la debita istruzione”.

“In tempo di guerra, previa intelligenza coll’Autorità militare formerà delle ambulanze vicino al teatro della guerra, e aiuterà l’autorità stessa nella formazione e nel disimpegno delle proprie; fornirà, secondo i propri mezzi, medici, chirurghi, sacerdoti, infermieri; questo personale si presterà pel trasporto dei feriti fuori del campo di battaglia; il Comitato fornirà tutte le provvisioni che potrà procurarsi pel sollievo dei feriti e dei malati”.

A chiusura del regolamento la decisione di pubblicare annualmente un Rendiconto morale ed economico indicando anche i nomi dei soci del Comitato, il numero delle loro azioni, i doni ricevuti.

Croce Rossa Italiana

Tre giorni dopo la presentazione, il 15 giugno 1864, venne costituito il “Comitato milanese dell’Associazione italiana di soccorso pei militari feriti e malati in tempo di guerra”, la settima in ordine europeo a essere fondata tra le società nazionali. Il 22 agosto dello stesso anno firmata la Convenzione di Ginevra nasce il diritto internazionale umanitario. Umanità, imparzialità, neutralità, indipendenza, volontariato, unità e universalità non sono quindi slogan, ma valori fondanti della organizzazione umanitaria più prossima.

A sostenerli l’emblema, una croce rossa su campo bianco senza alcun riferimento al cristianesimo quanto un omaggio al Paese natio di Dunant, la Svizzera, la cui bandiera svetta rossa con incastonata una croce bianca. Oggi, nel genetliaco del fondatore, festeggiamo il Movimento di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa – la Croce Rossa internazionale insomma – e lunedì 15 la Croce Rossa Italiana. Stesso l’emblema, unico lo scopo: alleviare la sofferenza umana.

In questa settimana densa di eventi il nuovo presidente nazionale della Cri, Rosario Valastro, non dimentica «lo straordinario impegno e fatica che ci ha visti in campo già dai primi momenti dell’emergenza sanitaria e che ci ha messi a dura prova anche con il sisma turco siriano e il conflitto in Ucraina». Vedere chiusa quella parentesi dà respiro anche ai 150.000 volontari operativi su tutto il territorio nazionale. Che sia un grande centro urbano o un piccolo borgo l’associazione c’é.

“Una soluzione si trova”

La campagna di comunicazione “E poi ci siamo incontrati” nasce – sottolinea la Cri – da quel sentimento di profondo smarrimento spazzato via quando, all’improvviso, arriva qualcuno che con un abbraccio ci guarda negli occhi e ci dice che “una soluzione si trova”.

«Con la campagna 2023» – continua Valastro – «vogliamo celebrare proprio quella scintilla che riaccende la speranza; intendiamo raccontare chi ha avuto la forza di credere di nuovo di poter ricostruire la sua vita, anche da zero, lasciandosi accompagnare dall’operato e dalle parole delle nostre volontarie e dei nostri volontari».

Portare avanti l’opera della Croce Rossa in tutti i Paesi del Mondo oggi è particolarmente difficile, ma occorre impegnarsi e perseverare «poiché – come affermava Dunant – tutti possono, in un modo o nell’altro, ciascuno nella sua sfera e secondo le sue forze, contribuire in qualche misura a questa buona opera». Opera che nel 1901 valse a Jean Henry Dunant il Nobel per la Pace, il primo ad essere consegnato.

 

Chiara Francesca Caraffa

Foto © Collezione privata

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