L’escalation della guerra in Medio Oriente, per i Paesi arabi, potrebbe essere molto utile per un futuro di pace
Negli ultimi giorni, Israele ha portato a termine una serie di operazioni strategiche che hanno colpito duramente la leadership di Hezbollah, organizzazione considerata terroristica da vari Paesi, con una serie di attacchi mirati che hanno ridotto al minimo i danni collaterali. Utilizzando avanzate tecnologie di comunicazione, Tel Aviv ha eliminato decine di membri di spicco dell’organizzazione, tra cui Hassan Nasrallah il vice Abbas Nilforoushan e altri ufficiali dell’IRGC (Islamic Revolutionary Guard Corps, Corpo delle guardie della rivoluzione islamica) che collaboravano con lui nell’attacco di ieri a Beirut, dimostrando ancora una volta la sua capacità di condurre operazioni di alto profilo con precisione chirurgica in Medio Oriente.
Questo successo non solo ha colpito Hezbollah, ma ha anche lasciato molti attori regionali in una posizione di silenzio. Paesi solitamente molto critici, come la Turchia, sono rimasti sorprendentemente cauti nelle loro reazioni. Mentre molti Stati arabi, in passato alleati di gruppi come Hamas e Hezbollah, sembrano meno inclini a manifestare disagio. Questo silenzio riflette un cambiamento nelle dinamiche regionali, dove l’influenza di forze destabilizzanti come Hamas e Hezbollah è vista sempre più come un ostacolo alla stabilità.
7 Ottobre punto di svolta
L’attacco lanciato da Hamas nell’ottobre 2023, contro obiettivi israeliani, aveva l’obiettivo di far naufragare gli Accordi di Abramo, un processo di normalizzazione delle relazioni tra Israele e alcuni Paesi arabi. Tuttavia, contrariamente alle previsioni, le reazioni sono state limitate. Solo Turchia e Iran hanno espresso forti critiche, mentre la maggior parte dei Paesi arabi ha mantenuto un profilo basso, vedendo forse un’opportunità nel ridimensionamento dell’influenza di Hezbollah e di altre milizie filo-iraniane come gli Houthi in Yemen.
Israele sembra ora pronto a intensificare le sue operazioni contro Hezbollah lungo il confine settentrionale, con possibili ripercussioni anche in Libano, dove l’organizzazione ha storicamente agito come uno “Stato nello Stato”. Neutralizzare Hezbollah non solo ridurrebbe la minaccia per Israele, ma potrebbe anche segnare un punto di svolta nelle dinamiche interne del Libano.
IMEC
Il quadro più ampio di queste operazioni israeliane si inserisce nel contesto del corridoio economico India – Medio Oriente – Europa (IMEC), un progetto che mira a creare nuove connessioni commerciali attraverso la Regione, in collaborazione con Paesi come l’India, gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita e Israele. Questo progetto è visto come una risposta alla Belt and Road Initiative della Cina, con l’obiettivo di rafforzare la cooperazione economica tra queste aree e l’Europa.
Gli Accordi di Abramo, firmati nel 2020, e l’attuale collaborazione in materia di infrastrutture energetiche, come l’interconnessione tra Grecia, Cipro e Israele, sono elementi chiave di questo nuovo ordine regionale. La recente partecipazione del Bahrein nel finanziamento di questi progetti dimostra la crescente integrazione economica che potrebbe indebolire ulteriormente la presa delle forze revisioniste come l’Iran. Nonostante le riserve espresse da alcuni Paesi occidentali, Israele sembra determinato a continuare la sua strategia di neutralizzazione delle minacce terroristiche. Se il processo continua senza l’intervento diretto di potenze regionali come l’Iran, la fine di Hezbollah come forza destabilizzante potrebbe essere solo una questione di tempo.
Necessaria una cooperazione globale
Intanto il re di Giordania Abdullah II ha respinto fermamente qualsiasi idea che la Nazione possa diventare una “patria alternativa” per i palestinesi, definendo lo sfollamento forzato da parte di Israele come un vero e proprio “crimine di guerra”. Nel suo intervento all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il monarca ha voluto dissipare ogni dubbio, sottolineando che il suo Paese non accetterà mai una simile soluzione, contraria al diritto internazionale e alla dignità del popolo palestinese.
La sua denuncia è diretta contro chi continua a proporre questa ipotesi come soluzione al conflitto israelo-palestinese, una narrativa che ignora i diritti dei palestinesi e le responsabilità israeliane. Abdullah II ha inoltre sottolineato come l’attuale escalation di violenza in Medio Oriente non possa portare benefici a nessuna delle parti coinvolte, criticando apertamente l’offensiva israeliana nella Striscia di Gaza.
Il sovrano ha poi lanciato un accorato appello alla comunità internazionale, chiedendo un’azione concreta per fornire assistenza umanitaria a Gaza, dove le conseguenze della guerra tra Israele e Hamas continuano a colpire duramente la popolazione civile. La Giordania, secondo Abdullah, si sta già impegnando in tal senso, ma è necessaria una cooperazione globale per garantire l’accesso a cibo, acqua potabile, medicine e altri beni essenziali. «La politica può aver fallito, ma la nostra umanità non può permettersi di abbandonare Gaza», ha concluso il re, ribadendo il ruolo cruciale di un’azione collettiva in queste settimane decisive.
George Labrinopoulos
Foto © The Federal News, The National, Euronews













