La detonazione a distanza ha provocato 20 morti e circa 4000 feriti tra i quali 500 hanno perso la vista
Il 17 settembre 2024 a Beirut è stato portato a termine un attacco a distanza facendo esplodere contemporaneamente migliaia di cercapersone in dotazione ai miliziani di Hezbollah. Sia il ministro dell’Informazione libanese, Ziad Makary, che Hezbollah hanno affermato che “dietro le esplosioni dei cercapersone c’è Israele”. Il gruppo militante islamista, il cui nome significa “Partito di Dio” ha dichiarato che continuerà a difendere il Libano con ogni mezzo.
Le tensioni
Hezbollah, alleato di Hamas e sostenuto dall’Iran, è stata definita organizzazione terroristica da Stati Uniti e Regno Unito. Dopo il 7 ottobre 2023 ha intensificato gli attacchi di frontiera contro Israele. Attualmente il conflitto sta producendo un’escalation con una minacciata invasione israeliana del Libano. In particolare, dai primi giorni del settembre 2024 si è assistito a una recrudescenza del conflitto con dichiarazioni da parte del primo ministro Benjamin Netanyahu, circa la necessità per lo Stato ebraico di passare all’azione. È notizia recente che Tel Aviv stia preparando una massiccia offensiva di terra in linea con quanto fatto nella Striscia di Gaza nel corso dell’anno passato. In questo contesto le esplosioni a distanza di Beirut hanno inflitto un durissimo colpo a Hezbollah anche a carattere psicologico.
La logica mediatica dell’azione militare
L’episodio, anche per la sua spettacolarità mediatica, ha rimesso
Israele e il Mossad in una posizione di rispetto e timore nei riguardi delle Nazioni arabe confinanti. Dopo la strage di Hamas del 7 ottobre, l’opinione pubblica di Israele aveva visto rompersi la certezza nell’efficienza dei propri servizi segreti. La strage e il rapimento degli ostaggi sono stati un duro colpo anche di immagine.
L’episodio dei cercapersone può anche essere visto come una tappa nel recupero di credibilità dei servizi segreti e del Mossad nei confronti dell’opinione pubblica interna ed estera. Le esplosioni contemporanee hanno sortito un effetto spettacolare. Oltre che uccidere 20 persone e ferirne 4000, tra cui 500 hanno perso la vista (compreso l’ambasciatore iraniano in Libano), l’attacco si è anche imposto come notizia principale su molti canali d’informazione mondiali.
Perché Hezbollah li usa per comunicare?
Come noto, un cercapersone è un piccolo dispositivo di comunicazione wireless. Veniva usato prima degli smartphone, per ricevere messaggi tramite segnali radio. Elijah J. Magnier, analista e corrispondente di guerra, ha dichiarato a Euronews Next «Hezbollah era molto determinato a impedire ai suoi membri di usare il telefono cellulare, perché qualsiasi dispositivo collegato a Internet è accessibile alle avanzatissime capacità elettroniche israeliane». Hezbollah ha usato i cercapersone per evitare le intercettazioni israeliane. Ma questo acesso da parte di Israele lascia molti punti interrogativi rispetto alla modalità con cui è stato effettuato e solo l’indagine di esperti potrà far luce su quanto accaduto.
Seguendo un’analisi di Claudio Verzola (responsabile del Dipartimento CyberSecurity dell’Aiss, Associazione italiana sicurezza sussidiaria), il dispositivo utilizzato per l’attacco è il cercapersone AP900 che lavora su frequenze UHF (400-470 MHz) e VHF (100-174 MHz). Sembrerebbe molto probabile che il segnale di detonazione sia stato emesso da droni o mezzi navali presenti nell’area interessata. Tale segnale avrebbe attivato in modo sincronico tutti i cercapersone presenti in zona utilizzando un secondo indirizzo identificativo tipico dei sistemi a codeworks. Infatti, ogni pacchetto di trasmissione inizia con una parola di sincronizzazione seguita da 16 codeworks che possono essere indirizzi o dati.
Innescare l’attenzione del bersaglio
Una particolarità dell’attacco è rappresentata dalla tecnica utilizzata per innescare l’attenzione del bersaglio. Come documentato dai filmati apparsi in rete, i dispositivi coinvolti hanno, nella prima fase, emesso segnali, come un suono o una vibrazione, che hanno indotto le vittime a interagire con il dispositivo. Una volta che il display si accende, il soggetto tende a toccare o esaminare il dispositivo, attivando inconsapevolmente la sequenza di detonazione. Dopo pochi secondi dall’interazione, avviene l’esplosione provocando la morte o ferite gravi. Questa modalità di attivazione, che potrebbe sembrare progettata appositamente per attirare la vittima, indica una precisione chirurgica nell’intenzione di massimizzare il danno. L’obiettivo, infatti, è quello di causare danni diretti alla persona che lo utilizza, spesso mirando al viso o alla testa.
La manomissione
Molti commentatori hanno tentato di capire come il Mossad possa aver avuto accesso ai cercapersone. I dispositivi potrebbero essere stati manomessi durante il trasporto o la spedizione e impostati per
esplodere. Diversi esperti hanno confermato che piccole quantità di esplosivo avrebbero potuto essere inserite e innescate a distanza. A questo punto non si può non pensare che ogni dispositivo elettronico, compresi i nostri cellulari, potrebbero essere manomessi nello stesso modo. Queste considerazioni aprono un nuovo fronte di come potrebbe diventare una guerra del futuro e di come potremmo diventare vittime di una delirante nuova forma di terrorismo.
Le nuove frontiere concettuali della guerra
Magnier ha dichiarato a Euronews Next che i cercapersone esplosi non erano vecchi, ma appartenenti a un nuovo lotto arrivato di recente. «Hezbollah aveva la capacità di ispezionare queste apparecchiature, ma sembra che queste abbiano una tecnologia e una capacità superiori», ha affermato. Gli israeliani «avrebbero impiantato una quantità molto piccola di materiale altamente esplosivo» nel circuito elettronico. «Per questo motivo è molto difficile per una normale ispezione identificare, in particolare, col cercapersone in utilizzo», ha aggiunto. Risulta quindi che l’ipotesi più probabile al momento è che in fase di assemblaggio sia stato inserito dell’esplosivo (forse del Petn sulle batterie), che è stato poi fatto detonare a distanza, forse facendo surriscaldare le batterie.
L’attacco di Israele nel più ampio quadro della guerra in Medio Oriente
L’attacco dei servizi segreti israeliani a Hezbollah tramite l’esplosione
dei cercapersone è stato improvviso, ma il contesto dei rapporti era già molto critico. Sin dallo scoppio dell’attuale guerra tra Israele e Hamas in seguito agli attacchi del 7 ottobre, la situazione nell’area di confine si è progressivamente deteriorata. Una spirale di bombardamenti, attacchi terroristici e assassinii mirati si sono verificati tra Israele ed Hezbollah. Essi, in più di un’occasione, hanno rischiato di far degenerare la contesa in una guerra estesa e generalizzata.
La recente uccisione da parte di Israele di diversi membri di spicco, tra cui Fuad Shukr, aveva già convinto Hezbollah a intervenire militarmente. In questo contesto l’effetto sorpresa dell’attacco israeliano è stato totale e Hezbollah ha accusato il colpo. Grande è stato anche l’imbarazzo dell’Iran, che ancora una volta vede colpita al cuore la sua capacità di deterrenza nei confronti di Tel Aviv e si trova nuovamente nel dilemma tra scegliere la rappresaglia o l’inazione. È molto difficile avanzare al momento delle ipotesi su quali potrebbero essere i contraccolpi di quella che, probabilmente, passerà alla storia come una delle operazioni più brillanti dei servizi segreti israeliani. Quel che è certo è che la situazione in Medio Oriente si sta nuovamente surriscaldando e rischia di allargare il conflitto in modo non più controllabile dalla comunità internazionale.
Nicola Sparvieri
Foto © Oggi, Reportage Online, La Presse, Centro Studi Internazionali













