L’arrivo è previsto in ottobre e la richiesta dovrebbe essere un nuovo Memorandum
In un contesto economico difficile per la Grecia, spesso trascurato dai media, la Troika torna ad Atene per negoziare un nuovo memorandum che potrebbe mantenere il Paese in una spirale di austerità. Dall’8 all’11 ottobre, i rappresentanti della Commissione europea, della Bce (Banca centrale europea) e del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) si presenteranno per imporre nuove misure volte a accelerare la riscossione dei cosiddetti “prestiti rossi“, ovvero i crediti inesigibili, insieme ad altre restrizioni finanziarie.
Un segnale del clima teso attorno a questi temi è stato l’allontanamento di M. Salma, deputato di Nuova Democrazia, che ha osato criticare pubblicamente l’operato del Governo e la gestione dei “prestiti rossi” in collaborazione con fondi stranieri. Salma è stato praticamente “decapitato” politicamente per aver rivelato l’esistenza di un sistema che sembra soffocare i piccoli istituti di credito greci, compromettendo ulteriormente l’economia nazionale.
I numeri parlano chiaro
Secondo gli ultimi dati, alla fine del secondo trimestre del 2024, il valore totale dei “prestiti rossi” si aggirava attorno ai 70 miliardi di euro. Nonostante un leggero calo trimestrale di 277 milioni di euro, il problema resta irrisolto. Le squadre del Meccanismo di vigilanza unico (Ssm) della Bce sono tornate a monitorare la situazione, cioè stanno “tornando sulla scena del crimine”, dove hanno assassinato l’economia greca “con un cuscino di prestiti” mentre lottava per respirare, brontolano perché: “I crediti inesigibili hanno il rapporto più alto in Europa e questo non può continuare“, dicono.
Tuttavia, queste autorità sembrano dimenticare che l’economia greca è stata
soffocata per oltre 15 anni da politiche di austerità imposte dall’esterno. Inizialmente, il debito pubblico greco era al 128% del Pil, ma dopo anni di memorandum, ha raggiunto il 204%. In questo periodo, le banche greche sono state capitalizzate per oltre 50 miliardi di euro, ma con il sangue del popolo greco e, ad oggi, l’accesso al credito è praticamente inesistente se non con l’intervento diretto dell’Unione europea o con garanzie della Bce.
Cittadini in secondo piano
L’inefficienza del sistema bancario greco è palese e la produttività del Paese continua a peggiorare anno dopo anno, come dimostrano i dati delle partite correnti, che restano in costante deficit. Il popolo greco, ormai consapevole del rischio imminente, si sente come se stesse per essere travolto da un treno in corsa. Un treno guidato dal Governo e costruito dalla Troika, mentre i cittadini rimangono legati a un sistema finanziario che sembra non avere vie d’uscita. L’incapacità di far fronte a questa crisi non è solo economica, ma anche politica e sociale. Un nuovo memorandum potrebbe infatti allontanare ulteriormente la Grecia dalla tanto agognata ripresa, lasciando i cittadini a pagare il prezzo di decisioni prese senza considerare il loro benessere e le loro necessità reali.
Cause scatenanti
Uno dei fattori chiave della crisi economica greca del 2015 è stata la rigida posizione della Germania, insieme alle altre Istituzioni europee, nell’imporre misure di austerità estremamente severe. Dopo anni di cattiva gestione economica, alto indebitamento e una crisi finanziaria globale, la Grecia si trovò sull’orlo del collasso. Nel tentativo di evitare il fallimento, il Governo di Atene si vide costretto a negoziare con l’Unione europea, la Banca centrale europea e il Fondo monetario internazionale, che fornirono pacchetti di salvataggio condizionati a pesanti riforme.
La Germania, in particolare, assunse un ruolo dominante nel dibattito insistendo sulla
necessità di un consolidamento fiscale rigoroso. Berlino riteneva che la crisi greca fosse il risultato di decenni di cattiva gestione delle finanze pubbliche e sprechi, e quindi impose un programma di austerità che includeva tagli massicci alla spesa pubblica, privatizzazioni e riforme del lavoro. Queste misure, formalizzate nei cosiddetti “memorandum”, portarono a un drastico calo del Pil greco, a un aumento della disoccupazione e a una recessione prolungata.
Il popolo subì conseguenze devastanti
Licenziamenti nel settore pubblico, pensioni ridotte e un aumento della povertà. Queste misure furono percepite come “lacrime e sangue”, poiché richiesero sacrifici enormi alla popolazione, mentre la ripresa economica tardava ad arrivare. Molti critici hanno sostenuto che la posizione della Germania e delle istituzioni europee, pur mirata a stabilizzare la situazione finanziaria, fosse eccessivamente rigida e insensibile alle condizioni sociali della Grecia. Il peso dell’austerità rallentò ulteriormente la ripresa economica del Paese, portando a una spirale di impoverimento e rabbia sociale, alimentando sentimenti anti–europeisti e tensioni politiche all’interno della Grecia stessa. In sintesi, il ruolo della Germania e dell’Europa nel gestire la crisi greca ha contribuito a un lungo periodo di sofferenza economica e instabilità sociale, con una strategia che, seppur volta a riequilibrare i conti, ha avuto costi umani ed economici molto alti per il Paese.
Oggi però non si può dire che la Germania sia come la Grecia degli anni passati ma l’industria automobilistica tedesca sta affrontando una delle crisi più gravi della sua storia. Volkswagen, BMW e Mercedes-Benz, tre dei giganti che hanno segnato il successo del settore automobilistico tedesco, hanno dovuto rivedere più volte al ribasso le loro previsioni di guadagno per il 2024. Questa situazione ha portato alla perdita di decine di miliardi in Borsa, creando uno scenario allarmante per un settore che è stato a lungo il motore dell’economia tedesca.
Crisi
Il modello produttivo che ha permesso ai colossi tedeschi di dominare il mercato globale sembra aver raggiunto i suoi limiti. Volkswagen, simbolo dell’industria automobilistica tedesca è spesso considerata “l’auto del popolo”, è arrivata a prendere in considerazione la chiusura di una fabbrica in Germania, un evento senza precedenti nei suoi 87 anni di storia. Non si escludono nemmeno migliaia di licenziamenti, segno di un’industria che deve affrontare decisioni drastiche per sopravvivere in un contesto sempre più competitivo e incerto.
Il settore dell’auto ha un peso enorme nell’economia tedesca. Con oltre 770.000
lavoratori impiegati direttamente e un contributo del 5% al Pil, rappresenta un pilastro della società e dell’economia tedesca. Le esportazioni di automobili e componenti costituiscono oltre il 17% delle totali della Germania, con la Cina come mercato principale. Questo settore non è solo una fonte di reddito, ma anche un elemento di orgoglio nazionale. Per questo, il Governo tedesco è disposto a intervenire per evitare un crollo dell’industria che potrebbe avere conseguenze devastanti sul piano politico e sociale.
Fattori geopolitici
Il declino dell’industria automobilistica tedesca non può essere risolto solo con interventi statali o investimenti pubblici. La competitività del settore si è basata per lungo tempo su due pilastri principali: il primo era l’accesso a energia a basso costo, garantito dalle forniture di gas russo; il secondo era la globalizzazione, che permetteva alle aziende tedesche di esportare circa due terzi delle auto prodotte, soprattutto verso la Cina, compensando la debolezza del mercato interno. Tuttavia, questi pilastri, stanno ora crollando.
Le sanzioni imposte alla Russia a seguito della guerra in Ucraina hanno interrotto le forniture di gas a basso costo, causando un aumento dei prezzi dell’energia. Questo ha reso la produzione tedesca molto meno competitiva a livello globale. Inoltre, la crisi energetica si è aggravata con l’inasprirsi delle tensioni geopolitiche, che hanno ridotto l’accesso a risorse fondamentali per mantenere bassi i costi di produzione.
La contrazione del mercato cinese
A peggiorare ulteriormente la situazione, la Cina, che per anni ha rappresentato un mercato cruciale per le esportazioni automobilistiche tedesche, ha ridotto la domanda di automobili, complice la sua crescente attenzione verso produttori interni e le sfide legate alle tensioni geopolitiche globali. Questo ha lasciato le aziende tedesche con una sovracapacità produttiva che non riescono a piazzare né in Europa né in Cina.
La crisi dell’industria automobilistica tedesca è il risultato di una combinazione di fattori interni ed esterni. Per l’industria automobilistica tedesca, una delle più potenti del Mondo, il futuro appare incerto e richiede una profonda trasformazione, sia dal punto di vista produttivo che strategico. Il rischio di un ridimensionamento radicale è concreto, e il tempo per trovare soluzioni efficaci si sta rapidamente esaurendo.
George Labrinopoulos
Foto © ft-ci, Cosmopolitan The Daily, Worlddata, Ye YeAgency













