Il disagio mentale negli adolescenti, insidie nella comunicazione

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Stiamo sbagliando forse il modo di comunicare con i giovani? È giusto mostrare il dolore? Domande a cui provano a dare risposte il team di “Fame d’Amore” ed esperti nel settore

A Roma a Città dell’Altra Economia, nella zona di Testaccio, si è svolta una discussione su salute mentale e adolescenza, organizzata e voluta dal team di “Fame d’Amore”, docuserie Rai che racconta i disturbi e le dipendenze alimentari attraverso storie narrate   da chi vive il disagio mentale in prima persona.

Una domanda importantissima quando si parla di questo argomento negli adolescenti è: noi adulti stiamo forse sbagliando qualcosa nel modo in cui comunichiamo con loro e parliamo dei problemi che li affliggono?

La conduttrice di “Fame d’Amore” Francesca Fialdini, moderatrice dell’evento, aprendo l’incontro ha affermato che «è indispensabile parlare del disagio mentale dei giovani, anche se non sempre se ne parla bene. Fame d’Amore, programma televisivo, con un forte taglio giornalistico, è utile per coloro che chiedono aiuto e non sanno molte volte a chi rivolgersi, o dove andare».

Alla conferenza presente tutto il team che, insieme a diversi esperti del settore, psichiatri, scrittori e insegnanti, hanno provato a spiegare la correlazione fra comunicazione e disagi mentali.

Genitori e insegnanti

«Il disagio non è un disturbo. Si tratta di qualcosa che noi tutti viviamo, ma per un ragazzo fragile è una montagna insormontabile» ha così introdotto il suo discorso Stefano Radaelli, scrittore e professore di letteratura.

Secondo il Report del World Mental Health del 2022, la causa del disagio per il 27,6% viene dalla sfera familiare.

Si evidenzia, inoltre, che il 54% degli studenti fa o ha fatto uso di sostanze, e che soltanto il 15% dei genitori e il 19% dei docenti hanno riportato esperienze di uso di sostanze da parte dei loro figli o studenti. Questo ci lascia intendere la fragile relazionalità fra le parti.

«Non c’è una comunicazione genitori-docenti, succede spesso che si rimpallino il disagio degli adolescenti, quando invece ci dovrebbe essere una maggiore attenzione verso i ragazzi che necessitano di essere visti nelle loro esigenze emotive». Tendiamo a vederlo come un’anormalità quando invece è normale che un ragazzo e una ragazza affrontino tutta una serie di disagi durante la fase adolescenziale.

«Un ragazzo deve cadere ma noi adulti dobbiamo dargli gli strumenti per aiutarlo», ha infine concluso il professore.

Come si racconta il dolore in tv?

Come ci sentiamo “davanti al dolore degli altri”, è il titolo del famoso libro di Susan Sontag, che riflette sulle potenzialità e i limiti delle immagini quando esse rappresentano l’orrore e la violenza. Ci si chiede se è sempre giusto raccontare il dolore e come questo viene narrato in tv. A parlarne Mariano Cirino, autore e produttore televisivo.

La narrativa del dolore, e quindi «il disagio, in tv entra in scena in un genere specifico, ovvero quello del crime. Fino a quando non c’è un fatto violento di cronaca, non si ragiona mai su cosa avviene prima del delitto, si arriva sempre dopo. Stessa cosa accade con il disturbo».

disagio mentaleIl benessere psicologico in Italia non è considerato, tranne che per le celebrities, che parlano ormai apertamente del loro problemi, mentre prima era tabù. Anche se esiste un abisso fra loro e la gente comune. La condivisione del dolore è certamente importante perché può aiutare le persone a sentirsi meno sole. Nelle fiction, invece, i disagi diventano attraenti e si cercano sempre storie estreme per attrarre pubblico maggiore.

In Fame d’Amore sono i giovani stessi a raccontare le loro problematiche. «Programma che noi vorremmo portare in prima serata», ha sottolineato Cirino, che ha proseguito spiegando quali siano i tre cardini del mondo televisivo. «L’informazione si occupa poco dei disturbi psicologici, la comunicazione un po’ di più. Per quanto riguarda l’azione sono stati stanziati diversi fondi dal Governo Draghi. Mentre è più difficile coinvolgere le famiglie e noi spesso non abbiamo potuto raccontare le storie dei ragazzi perché non erano maggiorenni e i genitori non davano il loro consenso», ha concluso.

Come parlano di disagio gli esperti?

Lo psichiatra Santo Rullo si è espresso in merito parlando del disagio degli adolescenti come fisiologico. «L’adolescente è disagiato, perché deve crescere e mettere insieme relazioni, cognizioni e comportamenti, mentre cambia tutto: la relazione con il corpo, quella con il Mondo, con i genitori e con i pari. Quindi rischia di vivere questi elementi senza una grande comodità». Il disagio arriva prima del disturbo e «si esprime attraverso tutte le condotte, alimentare, la devianza, la sessualità, la socialità, l’apprendimento e tutto può rapidamente passare dalla fisiologia alla patologia». Oggi si tende ad ascoltare maggiormente la “voce dell’esperto” dimenticando quella dei ragazzi.

Andrea Casadio, medico, giornalista e autore della docuserie, ci spiega perché è importante far parlare i giovani rispetto a quelle che sono le loro difficoltà e problematiche di questo loro passaggio esistenziale all’età adulta. «Abbiamo pensato “Fame d’amore”, per dare la voce ai ragazzi e alle ragazze, e non fare parlare solo gli esperti. La nostra missione è spiegare che può capitare a tutti e che si può guarire». Importante è continuare a sensibilizzare sempre più sul tema, perché è sostanziale la differenza tra il racconto che fanno gli esperti sulle problematiche adolescenziali rispetto alle testimonianze di chi il disturbo lo vive.

Casadio ha svolto una ricerca in merito, sul web digitando “schizofrenia”, in Italia a parlare sono essenzialmente gli esperti che dicono “tutto e niente”. Mentre se lo stesso termine si cerca in inglese si nota un cambio di prospettiva: è il giovane che ha il disagio a parlarne.

Questo è importante perché si ha un punto di vista reale da chi con il problema ci convive tutti i giorni.

Testimonianze

Camilla Mancini, figlia del noto allenatore Roberto Mancini, è nata con una paresi facciale dovuta a complicazioni durante il parto e questo l’ha portata a subire episodi di bullismo fin dall’età di 7 anni. Per questa ragione è stata isolata ed emarginata dai suoi compagni di classe. La sua è una storia di trasformazione dal dolore in risorsa fino alla creazione del suo romanzo Sei una farfalla, «un mix tra la mia vita e la fantasia», come lo ha definito.

«Io provavo vergogna, ma la voglia di condividere questo dolore era più grande e parlarne, tutt’oggi significa alleggerirne il peso», proprio come quello legato al cognome importante che porta che gli ha causato in passato ansia e attacchi di panico. Oggi Camilla è più leggera, proprio come una farfalla, grazie a un percorso di terapia che l’ha aiutata a riconoscere meglio le sue emozioni.

disagio mentaleSara Paolella, una delle capo redattrici di Scomodo, rivista la cui redazione è formata da un team under 30, che hanno l’obiettivo di parlare dei problemi che affliggono la nuova generazione e del loro mondo senza filtri esterni, è intervenuta anche in qualità di professionista dell’informazione proprio perché dà voce ai giovani. «Le narrazioni che vediamo ci influenzano tantissimo, noi viviamo nella società della performance che ha schiacciato tutte le generazioni e che schiaccia anche la nostra».

I giovani vivono sotto la pressione costante per via del confronto continuo  con gli altri

Spesso capita di vedere, almeno una volta al mese, sui titoli dei maggiori e più conosciuti quotidiani nazionali un elogio al ragazzo di turno per essersi laureato in tempo record, ma spesso non ci si domanda come e perché questo sia potuto avvenire. «Abbiamo assistito a una narrazione dei media che ha celebrato non un talento, non un merito, ma quello che è un privilegio che non fa altro che incentivare la nostra incapacità di fare i conti con noi stessi e la nostra singolarità», ha continuato Sara.

Secondo un’analisi condotta da Scuola.net circa un ragazzo su tre mente a proposito di quelli che sono i suoi risultati negli esami universitari e a scuola.

Scomodo si è occupato di salute mentale e suicidi giovanili «un ragazzo una volta mi disse: “io non sento di avere dei compagni di università, ma dei competitor e se loro ce la fanno vuol dire che non ce l’ho fatta io. E se lui va meglio di me questo vuol dire che il posto di lavoro lo prende lui e non io”. Una di quelle cose che quando l’ho sentita mi ha toccato nel profondo ma non sono riuscita a dargli torto perché aveva senso quello che stava dicendo, il problema è questo, un “io”, una singolarità che vince sul “noi” sulla collettività e questo pesa tantissimo su quello che noi viviamo».

 

 

Benedetta La Corte

Foto © Benedetta La Corte, Eurocomunicazione

Video © Eurocomunicazione

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