Lo studio dell’impatto climatico delle guerre chiarisce il rapporto tra conflitti armati e crisi ambientale
Le guerre non sono solo una tragedia umanitaria, ma anche una delle principali fonti di emissioni di gas serra, spesso trascurate nei dibattiti sul clima. Il “Conflict and Environment Observatory” (CEOBS) è una organizzazione filantropica britannica che studia i danni sull’ambiente causati dai conflitti. Secondo queste analisi il settore militare globale contribuisce al 5,5% delle emissioni totali, una cifra paragonabile a quella di interi Stati come il Pakistan. Tuttavia, la mancanza di trasparenza nei dati rende difficile una stima precisa, soprattutto per Paesi non allineati alla Nato, unica alleanza che fornisce informazioni parzialmente accessibili (militaryemissions.org). A questo scopo Il CEOBS chiede inventari obbligatori per le emissioni militari e l’inclusione nei rapporti IPCC.
Emissioni dirette e indirette dei conflitti
Le attività belliche generano emissioni massive attraverso l’uso di carburanti fossili per aerei, carri armati e navi.
Un’ora di volo di un caccia emette 40 tonnellate di CO₂. Questo dato è equiparabile al consumo annuale di una famiglia di medie dimensioni. Nel conflitto Russia-Ucraina, dopo tre anni di guerra, sono state rilasciate 230 milioni di tonnellate di CO₂, pari alle emissioni combinate di Austria, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia nello stesso periodo di tempo. A Gaza, nei primi 120 giorni di conflitto (2023-2025), le emissioni hanno superato quelle annuali di 26 Paesi, con il 30% attribuibile agli invii di armi dagli Usa.
La natura delle emissioni militari di gas serra
Le emissioni nel settore militare dipendono sostanzialmente da due fattori: uno è l’uso operativo dei mezzi mobili, che per loro natura emettono moltissimo gas serra a causa di diesel e cherosene (aerei, navi, carri armati). L’altro è legato a tutta la catena produttiva, che ha gli stessi problemi emissivi dell’industria pesante. Infatti l’equipaggiamento necessario è composto principalmente da acciaio e alluminio, la cui produzione utilizza una grande quantità di carbonio.
Distruzione di ecosistemi come danni collaterali
Inoltre le guerre causano danni indotti come incendi (per esempio i circa 20.000 roghi in Ucraina nel 2022), distruzione di foreste (14-44% perse in Vietnam) e inquinamento da idrocarburi (es. Guerra del Golfo, con pozzi petroliferi in fiamme che contribuirono al 3-4% delle emissioni globali del 1991). La ricostruzione post-bellica è un’ulteriore fonte di emissioni: a Gaza, la ricostruzione di 100.000 edifici potrebbe emettere 30.000 tonnellate di CO₂, equivalenti alle emissioni annuali della Nuova Zelanda.
L’impatto del piano ReArm Europe
La corsa agli armamenti della Nato, con il piano ReArm Europe, potrebbe vanificare gli
sforzi per limitare il riscaldamento globale a 1,5°C. Si stima che l’aumento nel finanziamento degli Stati nazionali dell’Ue potrebbe aggiungere 200 milioni di tonnellate di CO₂ ogni anno. Ogni aumento dell’1% del Pil in spese militari incrementa le emissioni nazionali dello 0,9-2%. Uno studio su Nature Communications avverte che un innalzamento dello 0,5% del Pil per spese militari potrebbe alzare le temperature di 0,25°C entro il 2100.
Riarmo e controllo del clima restituiscono risorse finanziarie molto diverse
Mentre i Paesi Nato aumentano i budget per la difesa (es. Ue da 1,5% a 3,5% del Pil), i fondi per l’adattamento climatico restano insufficienti. Alla COP 29, Cuba ha denunciato che le Nazioni che spendono 2.500 miliardi di dollari/anno in armamenti, offrono solo 300 miliardi per il clima. Ellie Kinney, attivista del CEOBS, è stata intervistata dal quotidiano britannico Guardian e ha sostenuto che: «Esiste una reale preoccupazione riguardo al modo in cui stiamo privilegiando la sicurezza a breve termine e sacrificando quella a lungo termine. A causa di questo approccio poco informato che stiamo adottando, si investe oggi nella sicurezza militare, aumentando le emissioni globali e peggiorando ulteriormente la crisi climatica in futuro».
La crisi climatica può aumentare i conflitti generando un paradosso
Il cambiamento climatico è considerato tra i fattori di rischio diretto e indiretto dei
conflitti più vari. L’esempio che si porta sempre riguarda i conflitti legati alle risorse naturali, principalmente l’accesso all’acqua potabile. È quanto accaduto in Darfur, in Sudan, dove la scarsità di risorse dopo prolungate siccità e desertificazione ha esacerbato le tensioni per l’acqua. Inoltre, il ritiro dei ghiacci marini in Artico sta scatenando competizioni tra quelle Nazioni che vogliono controllare le nuove risorse accessibili di petrolio. Oltre l’oro nero anche il controllo di minerali critici genera tensioni che potrebbero generare nuovi conflitti.
La pace come unica via
L’impatto climatico delle guerre è un elemento non più eludibile dei negoziati internazionali. La risoluzione dei conflitti attraverso mediazione e diplomazia non solo allontana la brutale e insensata uccisione di esseri umani, ma diventa un obbligo anche nei confronti del Pianeta. Sintetizziamo per meglio ricordarci di un dato nel futuro. Se il settore militare fosse un Paese, sarebbe il quarto emettitore mondiale di gas serra.
Nicola Sparvieri
Foto © Unipd, Centro Studi Sereno Regis, TVP World, EconomiaCircolare.com













