SAFE: se si minaccia uno Stato membro, la difesa europea resta chiusa

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La Commissione europea ha aperto la questione dell’esclusione della Turchia dalla difesa a causa delle continue minacce contro Grecia e Cipro

La Commissione europea ha inviato un messaggio ad Ankara, chiarendo che nessuna Nazione che minaccia uno Stato membro dell’Ue può avere un posto nella difesa comune europea. Il portavoce della Commissione per la difesa, Tomas Rainier, ha sottolineato che la partecipazione di Paesi terzi ai programmi dell’Unione potrebbe essere esclusa se rappresentasse una minaccia per la difesa o la sicurezza di uno Paese membro.

L’articolo 16 di SAFE (strumento di azione per la sicurezza dell’Europa) è chiaro: «se un Paese terzo rappresenta una minaccia immediata, è automaticamente escluso», ha dichiarato Tomas Rainier, riferendosi al mastodontico programma da 150 miliardi di dollari finalizzato alla costruzione di un’industria comune europea della difesa.

Dalla Grecia il primo ministro Kyriakos Mītsotakīs aveva già sostenuto che «non è possibile che una strategia di sicurezza europea coesista con Paesi che minacciano la nostra integrità territoriale». La questione del casus belli – la minaccia di guerra che la Turchia mantiene nel caso in cui la Grecia estenda le sue acque territoriali a 12 miglia nautiche – è ora al centro della diplomazia.

Che cos’è il programma SAFE?

SAFE (Strategic Technologies for Europe Platform) prevede prestiti fino a 150 miliardi di euro. Gli esborsi saranno effettuati a condizioni rigorose, con priorità all’origine dei materiali e delle tecnologie provenienti dall’Ue, dall’Ucraina e dai Paesi dell’EFTA (European Free Trade Association, Associazione europea di libero scambio). In questo contesto, fino al 65% dei componenti di ciascun sistema militare deve essere di origine europea o ucraina, mentre il restante 35% può provenire – a determinate condizioni – da Paesi terzi. La Turchia, che mantiene politiche di aperta provocazione nei confronti della Grecia e di Cipro, vede ora il fondo militare europeo chiudere le porte.

La linea dura della Commissione invia un chiaro messaggio che la difesa europea non può essere “à la carte“. Come ha sottolineato Thomas Rainier, «le preoccupazioni degli Stati membri come la Grecia sono prese sul serio». L’Unione europea sembra ora determinata a mettere un freno a qualsiasi tentativo di strumentalizzare la difesa da parte di Stati che contemporaneamente minacciano i diritti sovrani degli alleati.

I rapporti turchi cambiano

Intanto il conflitto di Israele con l’Iran, che assume ora dimensioni esistenziali per i due Paesi, è quello che può diventare il catalizzatore per il radicale rimodellamento della mappa del più ampio Medio Oriente e pone di fatto sfide critiche all’altro importante attore regionale, la Turchia. Il presidente Erdoğan, fin dal primo momento, si è espresso contro Israele e ha sostenuto il diritto dell’Iran all’autodifesa, poiché la rivalità con Tel Aviv ha ora assunto un carattere strategico e non si limita solo a Gaza. Il presidente turco, in tutte le sue dichiarazioni pubbliche e nelle sue comunicazioni con i leader stranieri, tra cui Donald Trump, ha cercato di indicare Israele come il pericolo più importante per la stabilità regionale e globale.

Per la Turchia, ovviamente, l’escalation con il coinvolgimento degli americani, con il bombardamento delle strutture iraniane, la possibilità di un cambio di regime in Iran e persino il mantenimento dello scambio di attacchi missilistici tra Teheran e Tel Aviv, pone una serie di sfide e dilemmi critici per la leadership.

Guerra e terrorismo

Inizialmente la dichiarazione del Ministero degli esteri turco non ha condannato il bombardamento americano e si è limitata ad esprimere preoccupazione per una possibile escalation. Invece il portavoce della presidenza turca, poco tempo dopo, in una dichiarazione, è stato più critico, avvertendo gli Stati Uniti che se si fossero lasciati trascinare dall’aggressione di Israele e dalla “rete Netanyahu”, si sarebbe giunti «al caos e alla confusione, non alla pace e alla stabilità in Medio Oriente».

SAFEIdeologizzando la posizione della Turchia, rivolgendosi a Washington, ha affermato che «proprio come il processo iniziato con l’intervento militare degli Usa in Iraq e in Afghanistan ha portato a una maggiore radicalizzazione e terrorismo nel Mondo, così è probabile che l’attacco all’Iran abbia risultati simili, poiché esiste un legame diretto tra gli interventi militari americani e le dinamiche che stanno cambiando la mappa politica dell’Europa, provocando xenofobia e odio musulmano in Occidente e alimentando l’antiamericanismo in Oriente».

Aspirazioni

Dall’inizio della guerra a Gaza, la Turchia nella sua politica estera ha trattato Israele come un attore regionale rivale, poiché la Regione è troppo piccola per “adattarsi” a due potenze. Inoltre, Ankara aspira persino a un ruolo egemonico tra le sue popolazioni musulmane. Per la Turchia la prospettiva di una guerra di logoramento tra Iran e Israele sarebbe stata lo scenario ideale, poiché due dei più forti suoi rivali si sarebbero neutralizzate a vicenda.

Le dichiarazioni di Erdoğan in cui avvertiva in toni aggressivi che con le sue mosse Israele «sta rischiando passo dopo passo la sua esistenza e il futuro della sua società, con ogni crudeltà, ogni spargimento di sangue e ogni crimine contro l’umanità», sono suonate come una minaccia simile a quella dell’Iran per la scomparsa di Israele. Il coinvolgimento degli americani è uno sviluppo estremamente negativo per la Turchia, in quanto ciò rafforzerebbe ulteriormente il legame Usa-Israele e quindi qualsiasi nemico di Tel Aviv potrebbe essere considerato un nemico degli Stati Uniti.

Fino ad ora, la Turchia ha preso di mira Netanyahu per giustificare la sua campagna anti-israeliana. Ma ora, nel caso dell’Iran, le cose sono cambiate, poiché anche l’opposizione in Israele sostiene le scelte del Governo, mentre principalmente i Governi occidentali credono a ciò che ha sostenuto il cancelliere tedesco Merz: «Israele fa il lavoro sporco per conto di tutti». La minaccia ora è che Tel Aviv esca ferito da questa avventura di guerra, ma se raggiungerà i suoi obiettivi, con l’appoggio degli americani, rimarrà una potenza regionale indiscussa, che la Turchia sarà obbligata a rispettare e ad accettare. Questo, naturalmente, porta alla cancellazione delle aspirazioni di Ankara verso la Siria, il Libano e l’Iraq, tagliando così le sue ambizioni regionali verso il Medio Oriente.

Sospetto reciproco

I leader sciiti iraniani sono stati a lungo scettici sulle intenzioni di Erdoğan, dato il tentativo di assumere un ruolo di primo piano nel mondo sunnita. Teheran non dimentica che il presidente di Ankara, con la sua lotta per rovesciare Assad, ha messo fine a un piano a lungo termine della politica iraniana per guadagnare influenza in Siria e, attraverso di essa, l’accesso al Mediterraneo e ai confini settentrionali di Israele. Credono anche che stia usando i suoi contatti con Teheran non per rafforzare l’Iran, ma per consolidare il proprio ruolo regionale e ripristinare le relazioni con gli Usa.

La possibile creazione di una nuova mappa geopolitica nella Regione con la capitolazione dell’Iran, la fine della guerra a Gaza e il ripristino delle relazioni tra Arabia Saudita e Israele può sembrare lontana oggi, ma è al centro dell’agenda strategica di Donald Trump. E questo “quadro generale”, in cui potrebbe emergere un nuovo equilibrio di potere nel Mediterraneo orientale e in Medio Oriente, non sembra avere spazio per una Turchia “egemonica”.

 

George Labrinopoulos

Foto © Startmag, Il Nodo di Gordio, The Times of Israel, Arabpress

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George Labrinopoulos
Sono quasi 52 anni che vivo in Italia, originario di Vitina, nel Peloponneso, Sono nato a Vrilissia, 13 km dal centro di Atene, dove ho vissuto i primi 20 anni della mia vita, finché non sono arrivato a Roma dove ho lavorato come corrispondente per la Grecia e a una Agenzia Onu. Ho cominciato a lavorare in Italia nel '78, come secondo corrispondente di un importante giornale greco. Nel 1980 sono entrato nella stampa estera in Italia, della quale tuttora sono membro effettivo e per la quale negli anni Ottanta ho ricoperto per tre volte la carica di consigliere nel direttivo dell'associazione. Nell'arco di questi anni ho lavorato per vari quotidiani greci, oltre che per un'emittente radiofonica, Da Roma riuscii a portare tra il 1984, fino gli anni Novanta, politici del calibro di Pertini e Cossiga, i primi ministri Andreotti e Craxi, il Papa Giovanni Paolo II, Prodi, e altri uomini politici che attraverso il loro operato scrivevano la storia dell'Italia in quegli anni, poi messi in un libro "L'Italia dei giganti", due anni fa. Sono arrivato in Italia nel 1972, iscritto all'Università per Stranieri in Perugia per imparare la lingua italiana. Sono stato iscritto all'Università di Roma nella facoltà di Lettere e Filosofia indirizzo lingue straniere (inglese). Durante le lezioni il mio professore all'epoca Agostino Lombardo, ci insegnava analisi di testo e di poesia, e gia mi è arrivata la voglia di cominciare di fare il mestiere che dovevo fare nella mia vita. Giornalista...vorrei ricordare che negli anni '70 non c'erano scuole di giornalismo, e il mio mestiere l'ho imparato facendo la gavetta dopo l'Università, ero andato ad Atene e facevo praticantato a un giornale ellenico...erano gli anni del sequestro Moro, e un'agenzia ellenica chiedeva un secondo per l'Italia, e cosi sono tornato come professionista giornalista a Roma

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