Così lontani, così vicini. La strategia dei due, diversa nell’approdo, poggia su molti elementi comuni: lo spettacolo diventa la base di una certa informazione e di una certa politica
Nell’epoca in cui la politica è comunicazione e l’informazione è intrattenimento – un’epoca che a dire il vero va avanti da un paio di lustri almeno – assistiamo a un fenomeno impensabile per genesi, sviluppo e dinamica.
Abbiamo visto tutti Potus pubblicare sul proprio account del proprio social Truth (“Verità”: i nomi sono sempre tutt’altro che casuali) l’sms ricevuto dal segretario generale della Nato Mark Rutte, il quale lo incensa, lo blandisce, quasi lo venera, arrivando addirittura a scrivere, tra le altre cose, «l’Europa pagherà il suo contributo in modo consistente, come è giusto che sia, e sarà una tua vittoria».
Nel suo format “Falsissimo” – comunicativamente molto valido, che ha fatto la scelta (obbligata?) di andare solo su YouTube – Fabrizio Corona ha fatto letteralmente il botto nelle prime puntate con la storia stucchevole ma ammaliante del rapper, della sua ex moglie e dell’amante di una vita: oltre 8 milioni di visualizzazioni in due puntate.
Elementi in comune
Tralasciando la scelta di Rutte per recapitare il messaggio a Trump, balzano all’occhio alcune analogie di una certa rilevanza. Naturalmente, il frame di contesto è uno soltanto: i politici (e in questo caso anche chi fa informazione) si presentano come celebrità, come personaggi capaci di polarizzare al massimo dando molta luce alla loro vita privata (e ai messaggi privati), al loro stile, al loro essere anti-qualcosa.
L’ex “re dei paparazzi” ha dedicato alla vicenda più di un episodio. La domanda che tutti ci
siamo posti è la stessa: ma perché la gente invia messaggi o si confida (si confida!) con Corona (Corona!) se sa che quello che gli scrive e gli dice sarà puntualmente utilizzato contro sé stessa nella costruzione della puntata successiva?
La risposta può essere la ricerca spasmodica di visibilità, che per gente abituata a stare sotto i riflettori vuol dire assicurarsi il prolungamento di un’esistenza in vita altrimenti agonizzante. Questo dal lato di chi questi messaggi li invia. E invece, dal lato di chi li riceve? Dal lato di chi li riceve c’è certamente l’opportunità di fare intrattenimento. Partendo dall’informazione (in senso lato perché parliamo di gossip) nel caso di Corona, o partendo dalla politica nel caso di Trump.
Il passo avanti
Cioè, rispetto a un po’ di anni fa, quello che si registra è un passo avanti ulteriore – se possibile – oltre il recinto della riservatezza. Se pensiamo a chi ha pubblicizzato il proprio privato facendone una leva per arrivare al potere, quindi Berlusconi – ma prima ancora Ross Perot, per citarne uno -, il passo avanti rispetto al passato è l’ambito nel quale si va a pescare: non più soltanto il privato di sé stessi, ma anche il privato altrui.
Un messaggio è privato per sua stessa natura. Eppure, se lo spettacolo si è impossessato della politica, avvicinandola, appunto, a una sorta di intrattenimento, allora tutto diventa lecito. Con una doppia conseguenza: se da un lato la semplificazione del linguaggio della “politica pop” può avvicinare fasce di popolazione tendenzialmente poco attente alle vicende politiche (i giovani soprattutto), dall’altro può finire per banalizzarlo, distraendo cioè chi ascolta dal contenuto politico e portandoli a polarizzarsi a partire da tematiche del tutto secondarie.
Ovviamente, Donald Trump e Fabrizio Corona si muovono in ecosistemi politico-mediatici molto differenti. Ci fluttuano, quasi ci sguazzano, condividendo, però, alcune strategie di comunicazione che sono tipiche dell’era del politainment e dell’infotainment: il dramma personale, lo scandalo e i fatti privati che diventano architrave per costruire la narrazione dell’”anti-eroe”, da consumare a mo’ di spettacolo.
Il tutto, puntando su alcuni elementi ricorrenti: la ricerca obbligata di un nemico (“il concetto specifico del politico si basa sulla distinzione tra amico e nemico”, diceva Carl
Schmitt), perché il conflitto costante rafforza la loro identità pubblica. E poi i ritmi narrativi cosiddetti da soap opera: rivelazioni, tradimenti, colpi di scena. Cos’è stata la politica di Trump se non una sequela (cercata e voluta) di colpi di scena, di annunci scientemente smentibili e, difatti, smentiti? Cos’è l’informazione di Corona se non una sequela (cercata e voluta) di rivelazioni, tradimenti e lacrime che portano a colpi di scena che lui cerca di monetizzare creando un hype che fa sempre più presa e un cliffanger che lascia, appunto, sospesi?
I messaggi del rapper che Corona manda in onda equivalgono all’sms di Rutte che Trump pubblica su Truth: nel punto di approdo c’è tanta differenza, certamente, un abisso. Perché se Trump resta pur sempre il Potus, Corona agisce più come un guerrigliero di sé stesso. Ma il punto di partenza è esattamente il medesimo: farsi i fatti propri ma anche i fatti degli altri, che evidentemente ti fanno pure quelli campare cent’anni.
Domenico Bonaventura
Foto © AdnKronos, Open













