Trump e Putin, 15 agosto possibile svolta nella guerra in Ucraina

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Trump Putin

La comunità internazionale spera in un accordo che possa portare finalmente la parola “pace”, ma sa anche che ogni passo falso potrebbe avere conseguenze irreversibili

Il 15 agosto 2025 potrebbe diventare una data cruciale per il destino della guerra in Ucraina. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il presidente russo Vladimir Putin si incontreranno in Alaska per discutere un possibile accordo di pace che metta fine a oltre tre anni e mezzo di conflitto armato. Si tratterà del primo faccia a faccia tra i due leader dal giugno 2019, quando si videro in Giappone, e avverrà in un momento in cui le posizioni di Mosca e Kiev appaiono ancora profondamente inconciliabili.

La scelta della sede dell’incontro non è casuale. L’Alaska, estrema punta settentrionale del Continente americano e geograficamente vicina alla Russia, è un territorio che nel 1867 fu venduto dall’Impero russo agli Stati Uniti. Un luogo simbolico, dunque, che richiama legami storici ma anche una certa neutralità logistica rispetto ad altri possibili scenari. Secondo Yuri Ushakov, consigliere del Cremlino per gli affari diplomatici, si tratta di una «scelta ragionevole» che permetterà ai due leader di concentrarsi senza distrazioni su «una soluzione pacifica e a lungo termine» della crisi.

Campanello d’allarme

Questo vertice, atteso e discusso, avrà però una grande assenza: quella del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che da mesi chiede con forza di essere parte integrante di qualsiasi negoziato sul futuro del suo Paese. L’esclusione diretta di Kiev dal tavolo Alaska è stata accolta con preoccupazione sia in Ucraina sia tra alcuni alleati europei, che temono una trattativa bilaterale tra Mosca e Washington in grado di aggirare le richieste ucraine.

A rendere il contesto ancora più delicato ci sono le parole di Trump, che nei giorni scorsi, rispondendo a una domanda sull’eventuale contenuto dell’accordo, ha parlato apertamente di un «scambio di territori a beneficio di entrambi», senza però fornire ulteriori dettagli. Un’affermazione che a Kiev è suonata come un campanello d’allarme, alimentando i timori di possibili concessioni territoriali alla Russia.

Condizioni

Russia

Le richieste di Mosca restano chiare e ferme. La Russia pretende che l’Ucraina ceda formalmente quattro Regioni che attualmente controlla solo in parte – Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia e Kherson – oltre alla penisola di Crimea, annessa nel 2014. Vuole inoltre che Kiev rinunci definitivamente ad aderire alla Nato e ponga fine alla ricezione di aiuti militari occidentali.

Ucraina

Dall’altra parte, Zelensky e il suo Governo considerano tali condizioni totalmente inaccettabili, chiedendo invece il ritiro completo delle truppe russe, garanzie di sicurezza vincolanti da parte di Stati Uniti ed Europa, continuità nelle forniture di armi e possibilità di dispiegamento di forze internazionali a protezione del territorio ucraino.

Dall’inizio dell’invasione, il 24 febbraio 2022, i negoziati diretti tra Mosca e Kiev hanno prodotto soltanto accordi limitati, come scambi di prigionieri e restituzione dei corpi dei caduti. L’ultimo round di colloqui, tenutosi a Istanbul a luglio 2025, ha portato solo a un’intesa marginale e non ha intaccato la sostanza delle divergenze. Intanto, sul campo, le forze russe hanno continuato ad avanzare, consolidando il controllo su alcune aree strategiche e rafforzando la loro posizione al tavolo negoziale.

Sostegno

In questo contesto, l’iniziativa di Trump si è inserita come tentativo di mediazione diretta. Nei giorni scorsi il suo inviato speciale, Steve Witkoff, è stato ricevuto al Cremlino da Putin. Trump PutinSecondo il presidente statunitense, l’incontro ha rappresentato «grandi progressi» verso un’intesa. Parallelamente, il vicepresidente americano J.D. Vance si è recato nel Regno Unito per incontrare funzionari ucraini ed europei, discutendo dell’iniziativa di pace di Trump e sottolineando la volontà della Casa Bianca di includere, almeno in una fase successiva, la partecipazione di Kiev. Il premier britannico Keir Starmer e il presidente francese Emmanuel Macron hanno accolto con favore lo sforzo di mediazione statunitense, ribadendo però il loro sostegno “incondizionato” a Zelensky e alla necessità di garantire una “pace giusta e duratura”.

Zelensky, da parte sua, ha risposto in maniera ferma alle voci di possibili cessioni territoriali: «gli ucraini non daranno la loro terra all’occupante. I confini dell’Ucraina sono definiti dalla nostra Costituzione e nessuno può cambiarli». Inoltre ha aggiunto che «il percorso verso la pace deve essere definito insieme all’Ucraina e solo con l’Ucraina», rimarcando che qualsiasi intesa priva del consenso di Kiev sarebbe priva di legittimità.

Un pericoloso precedente

Secondo fonti citate dal Wall Street Journal, il Cremlino avrebbe già presentato alla Casa Bianca una proposta concreta: cessate il fuoco immediato in cambio della cessione da parte dell’Ucraina di tutto il Donbass e del riconoscimento internazionale delle rivendicazioni russe. Putin avrebbe comunicato direttamente a Witkoff che accetterebbe la fine delle ostilità se Kiev ritirasse le sue truppe dall’intera Regione del Donetsk.

Per molti osservatori, uno scenario simile rappresenterebbe un pericoloso precedente. L’analista del Washington Post Max Boot ha avvertito che Trump rischierebbe di cadere in una “nuova Monaco”, facendo riferimento all’accordo del 1938 con cui il premier britannico Neville Chamberlain cedette i Sudeti a Hitler in cambio di promesse di pace poi disattese. Concedere territori alla Russia, sostengono i critici, non solo legittimerebbe l’aggressione, ma potrebbe anche incoraggiare futuri atti di espansionismo militare.

Reazioni dal fronte europeo

Il premier svedese Ulf Kristersson ha affermato che «nessuna pace è possibile senza il rispetto dell’integrità territoriale dell’Ucraina». I leader baltici sono stati ancora più espliciti: il primo ministro estone Kristen Michal, il ministro degli Esteri lituano Kestutis Budrys e la ministra degli Esteri lettone Baiba Braze hanno ribadito che «la sovranità e l’indipendenza dell’Ucraina sono non negoziabili» e che «ogni centimetro di territorio, dalla Crimea a Luhansk, appartiene alla nazione ucraina».

Eppure, dietro queste dichiarazioni ufficiali, si intravede una certa frammentazione. Molti Governi europei, pur sostenendo la linea di Kiev, appaiono disposti a seguire la diplomazia statunitense piuttosto che proporre una strategia autonoma. Questo, secondo diversi analisti, rischia di consegnare l’iniziativa negoziale quasi esclusivamente a Washington, con il pericolo di accordi che privilegino la chiusura rapida del conflitto rispetto a una pace equa e duratura.

La stessa Ucraina teme che, senza una presenza forte al tavolo, possa trovarsi di fronte a un “accordo calato dall’alto” simile a quello di Monaco del 1938, con il risultato di dover accettare cessioni territoriali in cambio di promesse di cessate il fuoco. Per Zelensky, invece, il cessate il fuoco è una condizione accettabile solo se accompagnata da un ritiro delle truppe russe e da garanzie di sicurezza vincolanti, possibilmente con il dispiegamento di forze internazionali.

Sul filo del rasoio

L’incontro in Alaska, dunque, si preannuncia come un momento di grande tensione diplomatica. Potrebbe rappresentare un’opportunità concreta di fermare le ostilità e avviare un processo di ricostruzione, ma anche il rischio di un compromesso sbilanciato che lasci inalterate le cause profonde del conflitto. Gli scenari possibili sono molteplici: si va da un accordo di pace formale e condiviso a una semplice tregua temporanea, fino al fallimento completo dei colloqui con conseguente recrudescenza della guerra.

Per Washington, il successo del vertice sarebbe una vittoria politica per Trump, che ha fatto della promessa di «porre fine alla guerra» uno dei pilastri della sua campagna elettorale e della sua presidenza. Per Putin, un’intesa che comporti anche solo parziali concessioni territoriali da parte di Kiev rappresenterebbe la conferma di aver ottenuto risultati concreti dopo anni di conflitto e sanzioni. La comunità internazionale spera in un accordo che possa portare finalmente la parola “pace” al centro delle relazioni tra Russia e Ucraina, ma sa anche che ogni passo falso potrebbe avere conseguenze irreversibili sull’ordine geopolitico globale.

George Labrinopoulos

Foto © Chat Gpt, PBS, Euronews, Flagsonline.it

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George Labrinopoulos
Sono quasi 52 anni che vivo in Italia, originario di Vitina, nel Peloponneso, Sono nato a Vrilissia, 13 km dal centro di Atene, dove ho vissuto i primi 20 anni della mia vita, finché non sono arrivato a Roma dove ho lavorato come corrispondente per la Grecia e a una Agenzia Onu. Ho cominciato a lavorare in Italia nel '78, come secondo corrispondente di un importante giornale greco. Nel 1980 sono entrato nella stampa estera in Italia, della quale tuttora sono membro effettivo e per la quale negli anni Ottanta ho ricoperto per tre volte la carica di consigliere nel direttivo dell'associazione. Nell'arco di questi anni ho lavorato per vari quotidiani greci, oltre che per un'emittente radiofonica, Da Roma riuscii a portare tra il 1984, fino gli anni Novanta, politici del calibro di Pertini e Cossiga, i primi ministri Andreotti e Craxi, il Papa Giovanni Paolo II, Prodi, e altri uomini politici che attraverso il loro operato scrivevano la storia dell'Italia in quegli anni, poi messi in un libro "L'Italia dei giganti", due anni fa. Sono arrivato in Italia nel 1972, iscritto all'Università per Stranieri in Perugia per imparare la lingua italiana. Sono stato iscritto all'Università di Roma nella facoltà di Lettere e Filosofia indirizzo lingue straniere (inglese). Durante le lezioni il mio professore all'epoca Agostino Lombardo, ci insegnava analisi di testo e di poesia, e gia mi è arrivata la voglia di cominciare di fare il mestiere che dovevo fare nella mia vita. Giornalista...vorrei ricordare che negli anni '70 non c'erano scuole di giornalismo, e il mio mestiere l'ho imparato facendo la gavetta dopo l'Università, ero andato ad Atene e facevo praticantato a un giornale ellenico...erano gli anni del sequestro Moro, e un'agenzia ellenica chiedeva un secondo per l'Italia, e cosi sono tornato come professionista giornalista a Roma

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