Il presidente del Consiglio come volto globale del conservatorismo. Tra Washington, Bruxelles e il nuovo linguaggio dell’identità occidentale
Durante il gala della National Italian American Foundation a Washington, Giorgia Meloni ha lanciato un messaggio chiaro. Nel videointervento rivolto alla comunità italo-americana, Il presidente del Consiglio italiano ha dichiarato: «ci sono forze che cercano di dividere gli Stati Uniti e l’Italia, di ridefinire la nostra storia e di distruggere le nostre tradizioni condivise». Ha poi aggiunto: «la cultura woke vuole cancellare la storia fondamentale degli italo–americani e negare il loro posto speciale in questa Nazione», concludendo infine: «Il Columbus Day è qui per restare».
Meloni non ha parlato solo alla platea americana: il messaggio era rivolto anche all’opinione pubblica europea. E domestica. Perché dietro la denuncia alla cultura woke c’è una narrazione geopolitica che colloca l’Italia nel fronte culturale dell’Occidente conservatore, accanto agli Usa e alle democrazie identitarie europee.
Il contesto geopolitico della dichiarazione
Con il suo intervento, Giorgia Meloni utilizza il tema per posizionarsi nello scacchiere internazionale, oltre che come strumento polemico interno. Negli Stati uniti, la destra repubblicana impiega il termine per denunciare la cosiddetta “dittatura del politicamente corretto”, percepita come una minaccia ai valori fondanti dell’Occidente. Qui, il premier si inserisce in un dialogo ideale con l’elettorato trumpiano, che vede in lei una figura capace di coniugare fermezza conservatrice e Governo pragmatico.
Difendere la tradizione, nella sua visione, significa proteggere la civiltà occidentale da quella che viene interpretata come una colonizzazione culturale del progressismo globale. È un messaggio che supera i confini della politica domestica e si inserisce in un quadrante geopolitico dove identità e sovranità diventano strumenti di soft power e di legittimazione culturale.
A suggellare tale proiezione, è uscita negli States la sua autobiografia in inglese, I am Giorgia – My roots , My principles pubblicata da Skyhorse publishing e accompagnata da una prefazione di Donald Trump Jr.
Come ha osservato American Affairs Journal, l’operazione rappresenta “un ponte simbolico tra due rive dell’Atlantico, un’Iron Lady per i nostri tempi”. Il New Statesman, più critico, l’ha definita una “memoria selettiva”, ma ne ha riconosciuto che il progetto rafforza il soft power personale. In questo modo, Meloni esporta la propria immagine di leader conservatrice moderna, trasformando la biografia in un mezzo di diplomazia culturale.
Strategia vincente, considerando che la prefazione per l’uscita del volume in India porta la firma del primo ministro Narendra Modi.
Giorgia e l’Ue
Con la battaglia alla cultura woke, Meloni offre un modello alternativo di modernità, anche all’interno dello scacchiere comunitario. Nel Parlamento europeo, guida il gruppo dei Conservatori e Riformisti europei (ECR), fondato nel 2009. Ne fanno parte forze come Diritto e Giustizia (PiS) in Polonia, i Democratici Svedesi, l’ODS del premier ceco Petr Fiala, la Nieuw Vlaamse Alliantie (N-VA) in Belgio, i Finns Party in Finlandia, Res Publica in Estonia, Homeland Union in Lituania e ovviamente Fratelli d’Italia. Il blocco si presenta come una “destra di governo europea”, che punta alla rispettabilità istituzionale e si distingue dal gruppo dei Patrioti per l’Europa di Viktor Orbán, Marine Le Pen e Herbert Kickl.
Mentre i Patrioti spingono per un populismo nazionalista radicale, l’ECR persegue una normalizzazione conservatrice, mantenendo però la centralità della battaglia sui valori.
Sul piano interno, quello italiano, la stessa retorica trova terreno fertile. La parola woke diventa un marcatore di confine tra due visioni del mondo: da un lato chi difende identità, religione e libertà di pensiero; dall’altro chi sostiene una società post-identitaria e relativista. È una semplificazione efficace, perché restituisce ordine simbolico e riconoscibilità in un’epoca di crescente complessità e disorientamento culturale.
Origine del wokismo
Il termine woke nasce negli anni Trenta all’interno della comunità afroamericana.
L’espressione “stay woke”, resta vigile, esortava a non chiudere gli occhi davanti alle ingiustizie razziali. Negli anni Sessanta diventa parola d’ordine del movimento per i diritti civili e, decenni dopo, riemerge nel linguaggio contemporaneo con il movimento Black Lives Matter. Nel tempo, tuttavia, il termine ha progressivamente assunto una valenza ideologica più ampia e polarizzante, fino a identificare una visione del mondo centrata sulla sensibilità verso le minoranze e sull’attenzione ai linguaggi e ai simboli del potere.
L’evoluzione
Per i sostenitori, il wokismo rappresenta un’evoluzione necessaria delle battaglie per l’uguaglianza; per i critici, una deriva moralista del progressismo, capace di generare conformismo sociale e nuove forme di censura. Oggi woke è diventata una parola-ombrello, che ingloba anche il concetto di intersezionalità, teorizzato dalla giurista afroamericana Kimberlé Crenshaw. Secondo questa prospettiva, razza, genere, classe e orientamento sessuale interagiscono nel produrre disuguaglianza, creando esperienze di esclusione più complesse rispetto a quelle riconducibili a una sola categoria.
Negli ultimi anni, questa logica ha attecchito quasi ogni ambito del dibattito pubblico, fino a trasformarsi in una griglia morale globale. L’antropologo Fabio Dei descrive il wokismo e la cancel culture come la “terza ondata dei movimenti per i diritti civili”. Una fase in cui la lotta per l’uguaglianza si è spostata dal piano giuridico a quello simbolico, dove memoria e rappresentazione contano quanto la legge. Anche la storia collettiva diventa così oggetto di giudizio: categorie morali contemporanee rileggono monumenti, libri, opere d’arte.
Dopo il 7 ottobre 2023, questa lente interpretativa ha investito anche la lettura occidentale del conflitto israelo-palestinese. Molti ambienti, hanno identificato Israele come potenza “bianca e coloniale”, mentre la Palestina è divenuta simbolo dell’oppresso. Il risultato è una polarizzazione morale che, pur nascendo da intenti anticoloniali, ha spesso generato una nuova forma di demonizzazione della cultura ebraica. La lettura della storia è in chiave binaria, oppressore contro oppresso, buono contro cattivo, cancellando la complessità dei fatti e le sfumature del reale.
Woke geopolitico?
Oggi parole come woke, cancel culture e intersezionalità sono marcatori geopolitici, strumenti per definire chi partecipa e chi si oppone all’ordine liberale globale.
È proprio su questo terreno che Giorgia Meloni costruisce la propria contro-narrazione geopolitica. Intercetta la contraddizione interna del pensiero intersezionale, nato per includere, ma spesso divenuto strumento di esclusione. Nella sua visione, la difesa della tradizione è autonomia culturale, condizione necessaria per un dialogo autentico tra identità diverse. In un’epoca in cui la cancel culture riscrive la memoria e il wokismo pretende di dettare la morale globale, Meloni propone una visione pluralista dell’Occidente.
Occidente dove l’Italia ambisce al ruolo di ponte atlantico tra Europa e Usa. Laboratorio di un conservatorismo capace di difendere le proprie radici senza uscire dal sistema internazionale.
Alessandro Bonifazi
Foto
dailytelegraph.com.au, The Social Post, The New York Times, Medium, UNiversity of Pennsylvania













