Alla Australia House il sovrano onora l’anniversario della restituzione di Uluru al popolo Anangu, simbolo di riconciliazione con gli aborigeni
Presso l’Australia House di Londra si è tenuta una cerimonia di grande valore simbolico alla presenza di re Carlo III: la commemorazione dell’anniversario della restituzione di Uluru – Kata Tjuta, la celebre montagna rossa situata nel cuore del Northern Territory, ai suoi proprietari tradizionali, il popolo aborigeno Anangu.
In passato anche la Regina Elisabetta II aveva incontrato e ricevuto gruppi di aborigeni durante le sue visite ufficiali, riconoscendo il valore delle culture indigene australiane. Tuttavia, non era mai accaduto nella storia dell’Australia e della Corona Britannica che un sovrano d’Inghilterra assistesse a una cerimonia di anniversario per la restituzione della Terra alle popolazioni indigene, e per di più sul suolo britannico. È un fatto di portata storica che riflette la crescente attenzione verso il tema della riconciliazione.
Si è trattato dunque di un momento di forte significato storico e culturale: non accade spesso che una comunità aborigena venga accolta personalmente dal sovrano del Regno Unito, e ancor meno che egli celebri insieme a loro un anniversario legato alla restituzione di una terra sacra.
Il significato di Uluru
Uluru è uno dei luoghi più iconici dell’Australia: una maestosa roccia alta 348 metri, che si erge nel deserto come un simbolo dell’identità australiana. Per il popolo Anangu non è solo una meraviglia naturale: è un luogo sacro, presente “da sempre” nella loro visione del Mondo.
Le storie del Tjukurpa, il sistema di credenze spirituali e morali che guida ogni aspetto della vita degli Anangu, raccontano che la roccia e le vicine formazioni di Kata Tjuta furono modellate dagli esseri ancestrali durante il tempo della creazione. Gli Anangu si considerano discendenti diretti di quegli esseri e custodire il territorio è per loro un dovere spirituale.
Le origini del contatto europeo
Il primo europeo a visitare e scalare Uluru fu l’esploratore William Gosse nel 1873, che la ribattezzò Ayers Rock in onore di Sir Henry Ayers, allora segretario del Governo del South Australia. Negli anni successivi, spedizioni scientifiche analizzarono la geologia, le risorse naturali e la cultura aborigena della zona, riconoscendone l’inadeguatezza per l’agricoltura.
Dal 1920 Uluru e Kata Tjuta furono incluse nella South West Reserve, area riservata ai popoli aborigeni. Solo a partire dagli anni ’40 cominciarono ad arrivare visitatori non indigeni; nel 1948 fu costruita la prima strada e nel 1950 l’area venne dichiarata Parco nazionale di Ayers Rock. Il turismo crebbe lentamente e venne aperta anche una piccola pista d’atterraggio.
Nel 1958 il parco fu ampliato con l’inclusione di Kata Tjuta, diventando Ayers Rock–Mount Olga National Park, gestito dal Northern Territory Reserves Board. Gli Anangu furono scoraggiati dal frequentare il loro stesso territorio, anche se molti continuarono a muoversi per cacciare, raccogliere cibo e partecipare a cerimonie tradizionali.
La lotta per la terra e lo sciopero di wave hill
Negli anni ’60, il popolo Gurindji, che viveva da millenni nella Regione del fiume Victoria, subì la perdita delle proprie terre a causa delle concessioni coloniali ai grandi allevatori. Nelle stazioni agricole, migliaia di aborigeni furono costretti a lavorare senza salario o con compensi minimi.
Nel 1966 il leader Vincent Lingiari guidò un’azione storica: lo sciopero di Wave Hill, presso l’enorme azienda agricola e di allevamento di bestiame di proprietà della compagnia inglese Vestey Brothers. La stazione di Wave Hill, che si estendeva su oltre 15.000 chilometri quadrati, era una delle più grandi dell’intera Australia e impiegava centinaia di lavoratori aborigeni, spesso retribuiti solo con cibo, tè, tabacco o vestiti.
La protesta, durata anni, andò oltre le rivendicazioni salariali: divenne un movimento per la giustizia e la restituzione delle terre. Con la vittoria del Partito Laburista nel 1972, il primo ministro Gough Whitlam annunciò il riconoscimento dei diritti fondiari degli aborigeni. Tre anni dopo, nel 1975, restituì simbolicamente parte delle terre ai Gurindji versando una manciata di terra nelle mani di Lingiari, pronunciando parole che segnarono la storia: «Vincent Lingiari, ti consegno solennemente questi documenti come prova, secondo la legge australiana, che queste terre appartengono al popolo Gurindji.»
Quella scena, immortalata in una celebre fotografia, divenne il simbolo del movimento per i land rights, che portò all’approvazione della Aboriginal Land Rights Act del 1976, la prima legge che riconobbe ai popoli aborigeni il diritto di rivendicare le proprie terre.
La restituzione
Uluru e Kata Tjuta furono inizialmente escluse da quella legge, ma le pressioni continuarono. Con l’elezione del Governo di Bob Hawke nel 1983, si decise di restituire la proprietà agli Anangu. Il 26 ottobre 1985, ai piedi di Uluru, si tenne la storica cerimonia di handback: il governatore generale Sir Ninian Stephen consegnò ai rappresentanti Anangu i titoli di proprietà.
Gli aborigeni firmarono poi un accordo per affittare il parco al Governo australiano per 99 anni, garantendo una gestione congiunta. Il Board of Management del Parco nazionale Uluru-Kata Tjuta è ancora oggi composto in maggioranza da membri Anangu, segno di una collaborazione che unisce tradizione e governance moderna.
Tapaya Edwards, presidente del consiglio di gestione, ha ricordato che la visione per il parco è quella di farne un luogo dove la Tjukurpa – la legge e la cultura Anangu – rimangano vive per le generazioni future. Ha sottolineato la necessità di continuare a insegnare ai giovani sia la conoscenza tradizionale che quella occidentale, per prendersi cura della terra e mantenerne lo spirito sacro.
Re Carlo III e il legame con le popolazioni indigene
Durante la cerimonia di Londra, gli Anangu hanno espresso la speranza che la famiglia reale
possa tornare presto a visitare Uluru. Re Carlo III conosce bene quel luogo: vi si recò nel 1983, quando era ancora principe, e successivamente lo visitarono anche il principe William e la principessa Catherine nel 2014. In un discorso pronunciato al Parlamento australiano durante una delle sue visite ufficiali, Re Carlo III riconobbe i «proprietari tradizionali delle terre», sottolineando il coraggio e la speranza che hanno guidato l’Australia nel difficile cammino verso la riconciliazione.
Ha inoltre ricordato che le First Nations gli hanno fatto «il grande onore di condividere le loro storie e culture», aggiungendo che la sua stessa visione del Mondo è stata «arricchita e rafforzata» da quella saggezza.
Re Carlo III ha più volte incontrato anziani aborigeni, partecipando a cerimonie tradizionali e ascoltando le loro testimonianze. Tuttavia, molti osservatori e leader aborigeni sottolineano che, pur mostrando sensibilità e rispetto, la Corona britannica da sola non ha il potere di attuare riforme sostanziali: ogni passo concreto verso la riconciliazione dipende dalle istituzioni australiane e dalla volontà politica del Paese.
Forse questo gesto – così raro e simbolico – potrà rappresentare una nuova spinta verso la piena riconciliazione e verso un futuro riconoscimento delle First Nations all’interno del Parlamento Federale, in modo permanente, come già era stato proposto nel referendum di “The Voice”, poi sconfitto con un forte “no”. E forse proprio in questa fase di rinnovata attenzione, il possibile trattato che il Governo del Victoria si prepara a firmare con le popolazioni aborigene potrebbe segnare una svolta storica, aprendo la strada a un nuovo modello di riconoscimento e collaborazione tra istituzioni e comunità indigene in tutta l’Australia.
Giovanni Maria Pontieri
Foto © Wikipedia, TGNews24, Territory Stories, Uluru Tours













