Venezuela, in bilico fra regime change e diplomazia

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Tra portaerei, raid mirati e incontri riservati alla Casa Bianca, il futuro del Venezuela torna al centro delle tensioni geopolitiche americane

I recenti sviluppi in Venezuela ricordano un film già trasmesso in sala. Il 20 dicembre del 1989, George Bush Senior ordinava l’operazione Just Cause, autorizzando l’esercito statunitense a invadere Panama, per estromettere il regime militare di Manuel Noriega. Trent’anni anni più tardi, lo scorso 13 novembre, il segretario alla guerra Pete Hegseth annuncia l’Operazione Southern. Trascorsi dieci giorni dalla notizia, secondo quanto rivelato da Reuters, gli Stati Uniti sarebbero pronti a lanciare un’offensiva di indefinita portata sul suolo venezuelano.

Il Venezuela come Panama e i primi dispiegamenti

Proprio come il leader panamense all’ora, anche il presidente Maduro è stato bollato dalle agenzie federali come a capo dell’azione di narcotraffico dei principali cartelli della Regione. Tuttavia, stando ai dati riportati dallo stesso dipartimento di stato, Caracas non riveste il ruolo cruciale attribuitogli da Washington (né lo rivestì nell’89 Panama). Sono Paesi come Cina e Colombia a rappresentare i principali sponsor del contrabbando di stupefacenti negli States. Dietro le ragioni d’ufficio, dunque, risorse minerarie e petrolifere e un’influenza radicata nelle Americhe impongono ragioni più cocenti per intervenire – proprio come allora lo fu il graduale scivolamento di Noriega e, di conseguenza, di Panama, verso l’est sovietico.

Ad ogni modo, gli esiti allarmanti cui si assiste in questi giorni lungo le coste venezuelane sono il frutto di una graduale escalation cominciata in estate. Tra luglio e agosto, l’amministrazione raddoppiava la taglia pendente sulla testa di Maduro e designava le due principali gang narcotrafficanti venezuelane, il  Tren de Aragua e il Cartel de Los Soles come organizzazioni terroristiche. In particolar modo, con la stessa definizione giuridica con cui si intesero Al-Qaeda e affiliati dopo l’11 settembre (“unlawful combatants”). Entrambe le triangolazioni sono servite alla Casa Bianca a legittimare giuridicamente, non senza contestazioni di ex avvocati militari, 21 raid contro imbarcazioni sospette e un’imponente concentrazione di forze navali Usa nei Caraibi, la più grande dai tempi della Prima Guerra del Golfo.

L’escalation

Notizie ben più preoccupanti sono poi giunte lungo il corso di questo mese. Analisi di immagini satellitari e dati di tracciamento dei voli, infatti, dimostrano un aumento esponenziale del dispiegamento di forze, (tra cui l’arrivo nella Regione caraibica della Gerald Ford, una delle più grandi portaerei al Mondo). Parallelamente, crescono d’intensità dimostrazioni di forza a largo delle coste di Caracas e simulazioni di sbarco svolte sulle spiagge di Paesi alleati limitrofi, come Puerto Rico o El Salvador.

La trama statunitense resta comunque difficile da dirimere. Due giorni fa, il Southcom (United States Southern Command) limitava il congedo delle forze di stanza per il periodo di festività del Thanksgiving, mentre sempre più compagnie stanno annullando le tratte che coinvolgono Caracas, dopo un preoccupato monito della Faa (Federal Aviation Administration). Rimane incerto, tuttavia, quando e se il presidente statunitense prenderà una decisione. «La stampa è molto più convinta di quanto non lo sia effettivamente l’amministrazione che gli Stati Uniti attaccheranno il Venezuela» ha riferito al NYT il dem Jim Himes, evidenziando le esitazioni che circondano il processo decisionale attorno alla Casa Bianca.

L’indecisione del Tycoon e le trattative segrete

Nell’ultimo mese, infatti, si sono tenute nella Situation Room una serie di riunioni a porte chiuse tra alti funzionari, colonnelli e lo stesso Trump, che avrebbero visto il segretario di stato Marco Rubio, falco indiscusso dell’amministrazione, provare a persuadere il presidente sull’inevitabilità del regime change.

Da quel che è trapelato, sarebbero state poste sul tavolo tre diverse modalità d’ingaggio, che spaziano dai raid isolati all’invio di reparti speciali per catturare e uccidere Maduro. Ma, Trump, riluttante ad alternative che espongano al pericolo truppe americane, avrebbe fatto intendere che eventuali azioni volte a destabilizzare Caracas, avrebbero costretto Maduro a forti concessioni in un futuro tavolo delle trattative.

Tali indiscrezioni non sorprendono, se si tiene conto che diplomatici da ambedue i lati mantengono contatti sottotraccia da tempo. All’inizio di ottobre, il leader venezuelano si sarebbe detto disponibile ad aprire tutti i progetti petroliferi e auriferi esistenti e futuri alle aziende americane e invertire il flusso delle esportazioni di petrolio venezuelano da Cina, Russia e Iran agli Usa. Trump, su pressione di Rubio, ha respinto l’offerta. Verso la fine del mese, un nuovo ciclo di negoziati segreti sarebbe fallito nello stesso modo.

Il Venezuela ha comunque poco margine di scelta; ad oggi è più isolato che mai. Da un lato debiti e una pessima bilancia commerciale, dall’altro priorità strategiche come il conflitto russo ucraino e il confronto con Israele, hanno spinto i principali alleati di Maduro, Pechino, Mosca e Teheran, a proiettare soft power e risorse altrove.

La nuova dottrina Monroe

Venezuela Usa TrumpSecondo la lente di ingrandimento americana, invece, il Venezuela rimane ad oggi il tassello di una più ampia visione che gli States applicano alle Americhe tutte. In molti definiscono l’approccio di Trump come una rivisitazione della dottrina Monroe. Se nel 1823, il presidente aspirava a impedire alle potenze europee di intromettersi nell’emisfero, oggi è la Cina a contendere potere, risorse, e spazio di influenza in America Latina.

In altre parole, attenendoci a quanto riferito dall’inviato speciale Mauricio Claver al NYT «lui crede che questo sia il quartiere in cui viviamo». Per un presidente cresciuto a New York, dove uomini d’affari, politici e boss mafiosi si contendono il territorio, controllare un backyard (quartiere) è una questione di buon senso. «Lui traduce quella visione molto provinciale di New York in una visione globale», ha aggiunto l’ex ambasciatore John Feeley. Perciò, in un mondo in cui i tre imperi (cinese, americano e russo) mirano a ricostruire le proprie sfere d’influenza, l’emisfero occidentale è diventato il teatro di priorità strategica statunitense.

Il rebus venezuelano è comunque lungi dal risolversi. Qualcosa si muoverà di certo, anche se non si sa né quando né in che termini; raramente, gli Usa hanno concentrato un dispiegamento di forze così massivo per poi non farne nulla.

Ieri, secondo Axios, Trump ha confidenzialmente riferito a suoi più alti funzionari di voler ravvivare i negoziati, domani chissà. Chissà se prevarranno le pressioni dei falchi o la filosofia del make a deal. Se le circostanze si imporrano su Trump come in Iran o meno. Quel che è certo è che, in tempi brevi, il Venezuela tornerà a occupare i primi titoli dei giornali.

 

Fabio Sinisi

Foto © The Week, defonline.com.ar, USA.gov, White House, l’Italia coloniale

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