Un nuovo Medioriente: Tel Aviv, Ankara e la contesa del domani

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Approfondiamo con il veterano Claudio Bertolotti il cambio degli equilibri di forza mediorientali

“We are going to change Middle East”. Due giorni dopo il 7 ottobre, parlando a rappresentanti locali, Benjamin Netanyahu stabiliva con questa breve frase una data spartiacque nella storia recente dello Stato di Israele. Quanto sarebbe accaduto dall’otto ottobre in poi sarebbe stata una netta rottura col passato.

Il primo ministro israeliano giurava vendetta contro Hamas, prometteva di riportare tutti gli ostaggi (vivi e morti) in Israele e, soprattutto, lanciava una sfida alla storia: cambiare il volto del Medioriente. Un monito volto non solo a garantire maggiore sicurezza a Tel Aviv, ma a trasformare il suo status in unica potenza regionale egemone .

A distanza di poco più di due anni, il volto del Medioriente è radicalmente cambiato. Con l’aiuto dell’esperto, Claudio Bertolotti, ricercatore associato Ispi, direttore di Start–Insight e veterano in Kosovo e Afghanistan, tracciamo qualche punto e data per sviluppare le principali direttrici dei nuovi equilibri di forza mediorientali.

Nella prima parte dell’intervista, ci siamo abbondantemente occupati di Hamas. Ora spostiamo l’attenzione sul grande elefante nella stanza, l’Iran. Dal 7 ottobre in poi, le Idf (Israel Defence Forces) hanno decimato le capacità militati di tutti i proxy iraniani e, a seguito della Guerra dei 12 giorni, il regime degli Ayatollah è più instabile che mai. Per ora, pare non esserci sul tavolo alcuna trattativa sul nucleare iraniano. Mentre, secondo recenti report esclusivi del WSJ (Wall Street Journal), Teheran starebbe realizzando un nuovo sito segreto per ricominciare il processo di arricchimento dell’uranio.

Lo stato di stallo delle trattative e l’apparente volontà iraniana di continuare la corsa verso la bomba getteranno le basi per un nuovo conflitto?

«Andiamo con ordine. In realtà, non abbiamo molti elementi per stabilirlo. Nel breve periodo, direi certamente di no; perché quanto avvenuto in giugno ha già avuto ripercussioni dirette sul processo negoziale e dovrebbe spingere l’Iran a ridimensionarsi, trattando. Per quel che riguarda i siti segreti, se sono tali, non sappiamo se effettivamente ci siano. Non è da escludere che si tratti di narrazione iraniana che fa trapelare alcuni elementi per paventare una minaccia o una capacità che in realtà non c’è».

«Se parliamo di medio e lungo periodo, dipende da dove Teheran vorrà andare a parare. Se il suo obiettivo rimane quello di essere una potenza regionale in grado di competere con Israele e Arabia Saudita, direi che le opzioni di scontro sono altamente elevate. A sfavore di questa possibilità, rimane il fatto che l’Iran ha dimostrato di non essere così forte, di non avere una capacità militare, economica e tecnologica adatta».

«Ad ogni modo, per ora, credo che assisteremo a uno scenario di stabilizzazione, perché non conviene a nessuno cambiare lo status quo».

Un altro attore importante nel risiko mediorientale è la Siria post-Assad. In queste ore, continuano le trattative tra il nuovo Governo centrale siriano, gli Stati Uniti e le forze curde Sdf (Syrian Democratic Forces) sull’integrazione di quest’ultime nell’esercito ufficiale. Si tratta di un tentativo da parte di Trump di stabilizzare l’area e includere Damasco negli Accordi di Abramo. Che significato ha la partita siriana?

«Partendo da Israele, a Tel Aviv si è sempre guardato con favore a un regime estremamente debole come lo era quello di Assad, così da poterlo sostanzialmente tenere sotto scacco. L’arrivo di Al–shara ha scombussolato un po’ le carte in tavola, dando un netto vantaggio alla Turchia che, di fatto, è riuscita a piazzare un proprio uomo, un proxy turco, in Siria» (il riferimento è al fatto che la caduta del regime di Assad per mano delle forze ribelli, è stata possibile soprattutto grazie al sostegno logistico-militare di Ankara, ndr).

«Bisogna comunque vedere quanto e come Al–shara riuscirà a mantenere stabile la Siria. In più, se deciderà di adottare una posizione subordinata rispetto alla Turchia, di fronte a un ruolo sempre più attivo da parte degli Usa. La rimozione dei dazi statunitensi e le svariate visite di Al-shara alla Casa Bianca sono un ulteriore passo in avanti. Allentare il vincolo da Ankara guardando più a Washington costituirebbe lo scenario migliore per Israele».

Parallelamente, negli scorsi mesi, Israele ha più volte lanciato raid in Siria a difesa della comunità drusa o per distruggere vecchi siti di armi ed evitare che il nuovo Governo se ne impossessasse. Inoltre sta via via costituendo una zona cuscinetto lungo le alture del Golan, area storicamente contesa, sconfinando anche in territorio siriano. Perché Damasco non ha mosso un dito?

«Si tratta di un Paese ancora molto instabile che sta affrontando una durissima crisi agraria. Molte delle sanzioni sono ancora applicate. Al–shara non è minimamente nella posizione di alzare un dito e contestare. Per questo, a Damasco, si è disposti ad accettare limitazione territoriali e l’asservitismo israeliano».

È per questo che Al-shara sta sondando un approccio multilaterale, aprendo canali di comunicazione anche con la Russia? Più volte, negli ultimi mesi, alti funzionari russi e siriani si sono incontrati.

«Certo. Il leader siriano, da un lato, è pragmatico, dall’altro, è estremamente disperato, perché ha capito che non detiene il monopolio della forza. Si deve interfacciare con gruppi di opposizione su base settaria rilevanti (come drusi, curdi e alawiti); in più la Siria è uno stato economicamente collassato, per cui occorre trovare sostegno ovunque.

In ballo, ci sono promesse di sostegno economico russe in cambio della base navale di Tartus, strategicamente rilevante per Mosca e per la sua presenza nel Mediterraneo» (dopo la caduta di Tartus le truppe russe furono costrette ad abbandonarla, ndr).

La Russia ha poche possibilità di rientrare nei giochi mediorientali?

«Sì, direi davvero poche, dopo la caduta di Assad e con un Iran così debole. Di certo, non farà nulla affinché la visione di Trump si possa concretizzare, ossia il processo di normalizzazione conseguente agli Accordi di Abramo. L’obiettivo è rallentarli, da cui la proposta di un piano alternativo per Gaza di metà novembre».

La Siria, dunque, sembra essere terreno di una competizione più ampia fra Tel Aviv e Ankara. Stiamo parlando della contesa del futuro?

«Certo. Il veto di Israele sulla partecipazione della Turchia alla seconda fase del Piano Trump va letto in questo modo. A Doha, il 16 dicembre, si è tenuta un’importante conferenza per il futuro di Gaza. Non c’era alcun delegato turco. L’idea di Israele è estremamente cristallina: evitare di far proiettare la sfera di influenza di Ankara in un’area geografica alle porte di Tel Aviv».

Il 22 dicembre, a Miami, però, erano presenti anche delegati turchi. Lo scenario può cambiare?

«Dipende dagli Stati Uniti. Trump ha un’ottima opinione di Erdoğan, lo ammira, lo ha dichiarato esplicitamente. A far pendere l’ago della bilancia a favore di Israele, però, è lo storico rapporto con Washington. Credo che, a seconda di quella che sarà la lettura di Trump, ci potrà essere un’apertura nei confronti della Turchia, che non è esclusa. Un’opzione è che Ankara possa guadagnare un ruolo solamente simbolico. In quel caso, Israele potrebbe fare un passo indietro».

Un terzo punto di attrito è la EEZ (Esclusive Economic Zone) di Cipro. Lo scorso mese, Cipro e Libano hanno firmato un’intesa storica, per delimitare con precisione le proprie EEZ, che apre a cooperazione energetica e connessioni infrastrutturali. Si tratta di un accordo che limita l’influenza della Turchia nel Mediterraneo Orientale e che Erdoğan ha definito “inaccettabile”. Parallelamente, Israele, Cipro e Grecia, in un trilaterale, hanno confermato una cooperazione più profonda su sicurezza marittima, difesa e politica energetica, segnalando una frontiera comune di contrasto alle rivendicazioni turche. Di che parliamo?

«Cipro, la contesa sul Mediterraneo orientale e le risorse energetiche in questione sono forse l’elemento di tensione principale. Quello che preoccupa Israele è che la situazione generale possa tendere verso Ankara. Se la questione di Cipro dovesse andare a favore della Turchia, a fronte del consolidamento turco in Siria, Ankara guadagnerebbe ulteriore terreno (ammesso che Trump non riesca a staccare Al-Shara da Erdogan). Ognuno dei tre tasselli (Gaza, Siria e Cipro) è fondamentale».

Per quanto riguarda l’evoluzione delle relazioni Usa-Israele, dal 7 ottobre in poi, Tel Aviv ha aperto 7 fronti bellici, tra cui la Guerra dei 12 giorni. Sul futuro del Medioriente, c’è comunanza di intenti?

«C’è sostanzialmente una comunione di intenti e di visione. Quella degli Accordi di Abramo. Semmai, c’è differenza nel modus operandi. Netanyahu ha di certo forzato la mano, spingendo Trump a sostenere la visione israeliana (si veda l’Iran). Gli Stati Uniti, invece, almeno inizialmente, hanno sondato la via negoziale».

Anche se, negli ultimi mesi abbiamo assistito a dei fatti senza precedenti. Dopo il bombardamento israeliano a Doha il 9 settembre, Trump ha siglato con Arabia Saudita e Qatar (fondamentali partner nell’area) un patto difensivo che ricalca l’articolo 5 Nato. Tutt’ora, gli Usa continuano a monitorare il cessate il fuoco a Gaza tramite droni di sorveglianza e hanno istituito nel sud di Israele un Centro di coordinamento civile-militare. Si tratta di mancanza di fiducia, di una spaccatura tra Tel Aviv e Washington?

Medioriente Tel Aviv Ankara«L’alleanza tra Usa e Israele non è in pericolo. Si tratta di un qualcosa di storicamente indissolubile, indipendente da chi si trovi alla Casa Bianca o alla Knesset; che, però, come tutti i processi, ha e continuerà ad avere i propri alti e bassi. Perciò è vero che Netanyahu ha forzato in più occasioni la mano, dimostrando l’imprevedibilità di Israele, ma questo non ha avuto nessun tipo di ripercussione sul processo di stabilizzazione dell’area. Quello di Netanyahu è stato fare il lavoro sporco».

Il punto

Dunque, a poco più di due anni dal 7 ottobre, Israele ha imposto sonore sconfitte a tutti gli attori regionali a sé ostili. Tutti tranne la Turchia. Quella tra Tel Aviv e Ankara pare essere la contesa del futuro nell’area. Parliamo delle uniche potenze mediorientali, con uno status egemone, che condividono forti aree di interesse e tensioni.

Gettando un rapido sguardo alle superpotenze, gli Stati Uniti si confermano come l’unico attore internazionale in grado di influire sulle logiche del Medioriente, mentre la Russia, almeno fino ad oggi, conta sempre meno.

 

Fabio Sinisi

Foto © Jerusalem Center for Security and Foreigns Affairs, Start-Insight, npr, Il Primato Nazionale, ECPS, AdnKronos

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