Un bilaterale tra Trump e Rutte sblocca la situazione sulla Groenlandia; intanto, il Canada si prepara all’eventualità di un’invasione statunitense
Ieri, a Davos, si è aperto il terzo giorno di lavori del Wef (Word Economic Forum), eppure, la notizia più significativa è arrivata la sera, a margine della conferenza.
A seguito di un bilaterale tra Trump e il capo della Nato Mark Rutte, sono stati rinviati i dazi addizionali annunciati nei giorni precedenti e, soprattutto, pare sia stata raggiunta un’intesa di fondo sulla Groenlandia. «Abbiamo ottenuto tutto quello che volevamo» ha concluso sul social Truth il presidente statunitense, senza fornire alcun dettaglio.
Secondo indiscrezioni, dopo essersi consultato coi ministri degli esteri di Danimarca e Groenlandia, Rutte avrebbe posto sul tavolo la possibilità di nuove basi Usa, il riconoscimento della leadership americana nell’area e la promessa che che i partner spenderanno di più nell’Artico, comprando risorse militari statunitensi.
Trump ammette che non userà la forza
Allo stesso modo, l’intervento di Donald Trump al Wef, il più atteso, non ha deluso aspettative in quanto a dichiarazioni altisonanti e battute sui propri alleati. Secondo il presidente Usa, nel gioco della corsa all’Artico, solo gli States possono difendere Nuuk da un’ipotetica crescente influenza sino-russa. E ha ammesso che l’amministrazione si sta impegnando ad avviare canali diplomatici con i danesi per trattare seriamente di una transazione.
Sull’uso della forza, invece, l’atteggiamento pare mutato: «Probabilmente non otterremo nulla a meno che non decida di usare una forza eccessiva, dove saremmo, francamente, inarrestabili, ma non lo farò. […] Questa è probabilmente la dichiarazione più importante che abbia mai fatto. […] Non userò la forza».
Se, fino a qualche istante prima che prendesse la parola, il Tycoon aveva dato per plausibile una non meglio specificata opzione militare, oggi, appare più cauto, forse più consapevole che voler acquistare qualcosa che è gia di tua proprietà è una contraddizione in termini. La Groenlandia non è un Stato federale Usa, ma Washington può imporre i propri desiderata nei fatti. Come più volte ribadito dal direttore di Limes, Lucio Caracciolo, Nuuk non ospita basi militari danesi: la difesa dell’isolotto ghiacciato già dipende dagli Stati Uniti e dall’importante Pituffik Space Base.
La proposta dei 700 miliardi e l’invettiva contro l’Ue
Trump ha poi un’altra leva. Circa la metà dell’esile bilancio statale della Groenlandia proviene da un assegno di 600 milioni di dollari, erogato annualmente dal Governo danese. Accettare l’offerta d’acquisto americana trapelata in questi giorni (pari a 700 miliardi) potrebbe certamente significare l’opportunità di cambiare il volto a un Paese dalla fragile economia.
Eppure, una politica di investimenti privilegiata e diversificazione dell’altra metà del bilancio (garantita esclusivamente dal commercio ittico) è possibile anche senza un acquisto formale. Quello di Trump non può che essere letto come un vezzo, non un calcolo razionale, ma l’ambizione di passare alla storia come colui che ha “comprato“ il 51° Stato americano.
A metà dell’intervento, il discorso del capo della Casa Bianca si è trasformato in un’invettiva contro i propri alleati, in primis i leader europei: «Hanno una scelta. Potete dire di sì e noi saremo molto grati, oppure potete dire di no e noi ce ne ricorderemo» lasciando intendere gravi ritorsioni. La risposta è parsa tiepida. Nessuno, a eccezione della Francia, ha preso in considerazione lo strumento anti-coercizione. Tale meccanismo economico si potrebbe rivelare estremamente dannoso per l’economia oltre che per le big tech americane, perché può revocare la proprietà intellettuale, vietare gli investimenti e imporre restrizioni all’import/export.
Il rischio per gli europei è altrettanto significativo. Da un lato, trascinarsi in una lunga e impari guerra commerciale con gli Usa, potrebbe finire col danneggiare i propri interessi nazionali più di quanto non lo sarebbero quelli statunitensi.
Dall’altro, in seguito all’annuncio delle tariffe addizionali, il Parlamento europeo ha sospeso la ratifica dell’accordo con Washington sui dazi, riaprendo a un destino incerto in materia.
Il Canada non si piega ai capricci Usa
Il secondo bersaglio di Trump è stato il primo ministro canadese: «il Canada vive grazie agli Stati Uniti. Ricordatelo, Mark, la prossima volta che fai le tue dichiarazioni». Il riferimento è al discorso tenuto il giorno prima da Carney. Le parole del leader, che non ha mai menzionato per nome il presidente statunitense, hanno descritto con franchezza la fine della Pax americana e rimproverato coloro che hanno deciso di piegarsi a ogni suo capriccio: «c’è una forte tendenza da parte dei Paesi ad assecondare le regole per andare d’accordo […]. Per evitare problemi. Nella speranza che il rispetto delle regole garantisca la sicurezza. Non è così».
Quella intrapresa dal primo ministro canadese nel fronteggiare Trump è effetivamente una via alternativa e non da ora. Il Canada è l’unica grande economia mondiale, assieme alla Cina, a non avere un accordo sui dazi con gli Usa, perché ha scelto di rilanciare con delle proprie tariffe. Soprattutto, a Davos, Carney si è fatto portavoce di una coalizione di potenze regionali che mirino a unire mercati e diversificare investimenti: «ogni giorno ci viene ricordato che viviamo in un’epoca di rivalità tra grandi potenze. […] Le potenze medie devono agire insieme perché, se non siamo al tavolo, siamo nel menu».
Ottawa si apre alla Cina, mentre teme l’invasione Usa
Per il Canada, la cui integrazione economico–militare con Washington è profonda, la strategia non può che essere questa.
Ottawa esporta circa il 75% dei suoi beni e servizi negli Stati Uniti, mentre eserciti e comandi militari sono congiunti.
Economisti affermano che per compiere un primo passo pari alla riduzione del 10% delle esportazioni statunitensi, il Canada dovrebbe raddoppiarle da Cina (secondo partner commerciale) e da altri attori europei o asiatici. Proprio al termine di questa settimana, Ottawa e Pechino hanno raggiunto un accordo che ridurrà drasticamente i dazi canadesi sui veicoli elettrici cinesi, mentre la Cina farà lo stesso con alcuni prodotti agricoli.
Tale accordo dovrebbe fungere da primo tassello di una “partnership strategica” che intende stabilire solidi e stabili rapporti commerciali.
Tuttavia, nel breve termine, nessun partner o accordo può sostituire il ruolo preponderante che gli Stati Uniti svolgono nell’economia e nella sicurezza del Canada. Anche in tale ottica, Ottawa pare prepararsi al conflitto con Washington. Secondo il giornale canadese Globe and Mail, data la crescente tensione nel Continente americano, pare che l’esercito canadese stia elaborando un piano di risposta all’eventualità di un’invasione statunitense – non ritenuta oramai così improbabile.
Fabio Sinisi
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RaiNews.it, Avvenire, Reuters, ThoughtCo













