Crescenti tensioni tra il presidente statunitense e il capo della Fed, Powell, mettono alla luce seri rischi su un futuro non più autonomo della banca federale
A seguito della pandemia Covid, tra il 2022 e il 2023, la Fed (Federal Reserve System) aumentava drasticamente il tasso sui fondi federali per contrastare un’inflazione alle soglie dell’8% (un indice ottimale è pari/inferiore al 2%). Dal 2024, in linea con una visione conservativa, è stato abbassato in maniera graduale. Ma, ad oggi, l’inflazione è ancora troppo alta perché si possa pensare a una transizione repentina del costo del credito base.
I dati e la strategia di Trump
Proprio le stime pubblicate lo scorso 13 gennaio dal Bureau of Labor Statistics (agenzia governativa Usa), confermano che l’indice inflattivo di dicembre (2,7%) è in linea con quello del mese precedente e che è improbabile che qualcosa cambi prima di giugno.
Il punto è che un tasso di interesse troppo alto può scoraggiare l’indebitamento, gravando su consumi e investimenti e rallentando l’economia. Al contrario, l’inflazione tende ad aumentare.
Donald Trump ha scelto la seconda opzione fin dal suo insediamento. Dando poco peso ai rischi di aumento del tasso di inflazione e volendo impartire un’accelerata a un’economia statunitense per molti aspetti in stallo, la linea è promuovere affari e investimenti.
Sono i modi e i tempi, tuttavia, a non essere per nulla rituali. In linea con il proprio modo di leggere la politica internazionale, il presidente statunitense forza la mano, pretendendo di utilizzare tutti gli strumenti, anche quelli costituzionalmente non a sua disposizione.
Alcuni casi utili per leggere l’inedita situazione sono i tentati licenziamenti di due membri del Board (consiglio direttivo) della Fed: Lisa Cook e Jerome Powell.
Quest’estate, la Cook ha ricevuto una lettera di licenziamento per compilazione sbagliata di documenti direttamente dal presidente, mentre, il giorno 11 gennaio, Powell ha annunciato che il dipartimento di giustizia sta intentando un’indagine penale per cattiva gestione e frode. In entrambi i casi, non è stata fornita alcuna prova, a dimostrazione che l’azione del presidente Usa sia pretestuosa.
Come funziona la Fed
Per meglio comprendere la strategia di Trump, è opportuno guardare al funzionamento della Fed. La banca federale nacque con sede a Washington nel 1913 con l’intento di regolare la politica monetaria. Il Congresso la progettò in modo che fosse isolata dalle pressioni politiche. Si costituisce di sette membri di nomina presidenziale, chiamati governatori, di cui uno ne è anche presidente.
Soprattutto, essi rimangono in carica per 14 anni, evitando che nessun presidente possa nominarne la maggioranza sulla base di un solido meccanismo di alternanza. Inoltre, la Fed controlla anche il proprio bilancio, non dipendendo dal Congresso. Attualmente, tre membri del consiglio sono stati scelti da Trump, gli altri tre appartengono all’era Biden, mentre Powell ne è il presidente (nel 2018, fu promosso a tale carica dall’attuale capo della Casa Bianca).
È qui che si gioca la partita. Se il presidente Usa riuscisse a estromettere forzatamente Powell e Cook, avrebbe la maggioranza del Board dalla sua, potendo imporre, tramite suoi fedeli, tassi di interesse più bassi.
Conta anche un altro meccanismo. Il Board decide la politica monetaria in stretta collaborazione col vero organo esecutivo della Fed, il FOMC (Federal Opern Market Comittee). Esso si compone in parte di membri del Board e in parte dei presidenti delle banche federali regionali, nominati dalla maggioranza del consiglio Fed.
Se si possiede il Board, si possiede anche il FOMC.
Solidarietà internazionale e legge sono dalla parte di Cook e Powell
Ritornando a Cook e Powell, per il momento, pare improbabile che Trump possa avere la meglio. La Cook ha negato ogni illecito e ha intentato una causa per mantenere il suo incarico, avendo dalla sua il Federal Reserve Act. Tale legge stabilisce che i membri del consiglio possono essere rimossi solo “per giusta causa”, uno standard che non è stato ancora definito in tribunale, perché nessun presidente ci aveva mai provato.
Powell, invece, pare aver azzeccato tempi e modi per pronunciarsi pubblicamente contro il presidente degli States. L’attuale capo della Fed ha parlato di «pretesto» della Casa Bianca per porre fine all’autonomia della banca federale. Sono parole che riecheggiano non poco, se si tiene conto che è la prima volta, dopo anni di insulti e ingerenze da parte di Trump, che Powell ha reagito così apertamente.
Quel che in parte potrebbe scoraggiare il Tycoon è il sostegno trasversale che ne è derivato dentro e fuori casa. Se da un lato sempre più senatori repubblicani esprimono la propria solidarietà, la reazione si è estesa a livello globale.
I principali banchieri centrali (Ue, Regno Unito, Canada, Corea del Sud) hanno firmato una dichiarazione congiunta a sostegno, mentre molti Ceo delle principali banche di Wall Street hanno definito inalienabile l’indipendenza della Federal Reserve.
È stata la prova non solo delle relazioni e apprezzamenti che Powell ha costruito nei suoi 14 anni come banchiere centrale (sia sotto presidenti democratici che repubblicani), ma anche dell’importanza della Fed per il funzionamento del mercato globale.
Ripercussioni sul mercato globale e destino della Fed
L’indipendenza della banca centrale, ovvero di agire al netto delle preoccupazioni politiche a breve termine, resta ampiamente accettata come il miglior modo per controllare il costo della vita.
Se l’influenza politica si impone, aumenta l’inflazione e si svaluta il dollaro. E tali fattori si trascinano dai mercati statunitensi in altre parti del Mondo.
Ad ogni modo, una prima risposta sul futuro della Fed si avrà il 21 gennaio, quando la Corte Suprema si pronuncerà sul caso Cook. Pesano molto anche le intenzioni di Powell. Storicamente, i presidenti della Fed in fine del loro mandato (quello di Powell scade a maggio), si dimettono anche dalla carica di governatore. La ventilata decisione di non rinunciare a tale incarico non solo sconvolgerebbe decenni di pratica comune (l’ultimo caso risale al 1948), ma gli imporrebbe un arduo compito. Potrebbe vedersi costretto a rinunciare ad anni di pensionamento e tempo con i propri nipoti, perché in ballo c’è l’autonomia della Federal Reserve.
Fabio Sinisi
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Politico, Marco Casario, Young Platform, ANSA













