Australia: legge contro discorsi d’odio dopo Bondi Beach

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Australia legge discorsi d'odio

La legge australiana più dura contro hate speech dopo Bondi Beach 2025. Dibattito acceso: armi, libertà di parola e divisioni tra Laburisti, Verdi e Nazionali

Il Parlamento federale australiano ha approvato una delle leggi più dure contro l’incitamento all’odio, in seguito all’attentato di Bondi Beach del dicembre 2025, con l’obiettivo di contrastare i gruppi che promuovono campagne di odio organizzate.
Il Partito Laburista guidato da Anthony Albanese ha fatto passare questa importante legge con il supporto del Partito Liberale, mentre il Partito Nazionale, i Verdi e il partito di estrema destra One Nation hanno votato contro.

Le critiche dei Verdi

I Verdi hanno espresso forti preoccupazioni sul fatto che il testo proposto dal Governo limitasse eccessivamente il diritto alla libertà di parola e alla protesta politica, criminalizzando forme di espressione che, a loro avviso, non dovrebbero essere considerate odio, ma legittima critica politica o sociale. Secondo i Verdi, leggi troppo ampie o poco chiare rischiano di essere utilizzate per silenziare organizzazioni, movimenti o individui che criticano Governi o politiche, comprese quelle di politica estera.

Inoltre hanno sostenuto che il disegno di legge fosse eccessivamente complesso e troppo esteso, e che i parlamentari, compresi quelli dello stesso partito, avevano pochissimo tempo per analizzarlo in modo adeguato prima del voto. La legge, secondo loro, era stata preparata in fretta dopo il tragico attacco di Bondi Beach, senza consultazioni approfondite con le comunità, i gruppi religiosi o gli esperti legali.

Un’altra critica centrale riguardava il fatto che la proposta iniziale non proteggesse in modo adeguato tutte le comunità vulnerabili. In particolare, la legge era inizialmente concentrata sull’antisemitismo dopo l’attentato di Bondi, ma non includeva in modo esplicito altre forme di odio verso gruppi religiosi o identità diverse, come musulmani, persone LGBTQ+ o persone con disabilità. I Verdi chiedevano quindi un testo che tutelasse tutte le persone dall’odio e dalla discriminazione, non solo alcune categorie.

Le obiezioni del Partito Nazionale

Il Partito Nazionale ha criticato duramente la proposta del Governo laburista, percependola come una legge pensata per l’Australia urbana ma con effetti diretti e negativi sull’Australia regionale, che rappresenta il loro bacino storico elettorale.
Dal loro punto di vista, il pacchetto legislativo, soprattutto nella parte relativa alle armi , non distingueva in modo sufficiente tra l’uso criminale delle armi e l’uso legittimo e quotidiano che ne fanno agricoltori, allevatori, cacciatori e proprietari terrieri nelle aree rurali. Per i Nazionali, nelle Regioni le armi non sono un simbolo ideologico né un problema di ordine pubblico urbano regolamentato, ma strumenti di lavoro e di gestione del territorio già fortemente regolamentati.

La critica dei Nazionali non è stata solo tecnica ma profondamente culturale e identitaria.
Hanno accusato il Governo di aver reagito in modo emotivo a un evento tragico avvenuto in un contesto urbano, producendo una risposta legislativa che rischiava di scaricare i costi politici, burocratici e pratici sulle comunità regionali che non si riconoscono in quel tipo di emergenza. In questo senso, la legge è stata vista come l’ennesima dimostrazione di una politica “city‑centric”, elaborata a Canberra, Sydney o Melbourne, senza una reale comprensione della vita nelle aree rurali australiane.

Dubbi sul potere federale e il metodo legislativo

Sul fronte delle norme contro l’incitamento all’odio, la posizione dei Nazionali è stata ancora più diffidente. Pur non negando il problema dell’odio e dell’estremismo, hanno ritenuto che le definizioni contenute nel disegno di legge fossero troppo ampie e vaghe, e quindi pericoloso nel lungo periodo. La loro preoccupazione principale non riguardava tanto l’intento dichiarato dalla legge, quanto il precedente che avrebbe creato: una maggiore espansione del potere dello Stato federale nel regolamentare linguaggio, comportamenti e conflitti sociali. Per un partito storicamente scettico verso l’intervento centrale di Canberra e molto sensibile all’autonomia delle comunità locali, questo è stato interpretato come un passo verso un controllo eccessivo e potenzialmente arbitrario.

Un altro elemento decisivo della critica dei Nazionali è stato il metodo legislativo.
Hanno respinto l’idea di un disegno di legge “omnibus” che accorpava armi, incitamento all’odio ed estremismo, sostenendo che mettere insieme temi così diversi riduceva la qualità del dibattito parlamentare e costringeva i partiti a un sì oa un no complessivo.
Secondo loro, utilizzare un evento traumatico per accelerare più riforme contemporaneamente non era solo politicamente scorretto, ma anche pericoloso per l’equilibrio democratico.

Il segretario federale del Partito Nazionale, David Littleproud, ha confermato che, nonostante il contributo del Partito Liberale all’approvazione di questa importante legge, la tenuta della Coalizione (l’alleanza tra Liberali e Nazionali) è nuovamente in pericolo e che, sotto la leadership della segretaria federale liberale Susan Ley, non sarà mai davvero al sicuro. Ancora una volta, il Partito Liberale sembra attraversare una crisi di identità politica, pur avendo contribuito all’approvazione di una legge rilevante. Il Governo, comunque, ha garantito che la libertà di parola non è mai stata in pericolo.

Le versioni precedenti della legge

La precedente bozza della legge sull’incitamento all’odio prevedeva anche norme che rendevano reato la promozione e l’incitamento all’odio razziale. Questa misura era stata raccomandata dall’inviata contro l’antisemitismo Jillian Segal ed era ampiamente sostenuta dai gruppi ebraici, ma il Governo Albanese non avrebbe ottenuto nemmeno il sostegno del principale partito di opposizione liberale.

Se il Partito Laburista avesse insistito sull’approvazione della vecchia bozza, probabilmente la legge non sarebbe passata. Il Governo Albanese ha infatti la maggioranza assoluta alla Camera dei Rappresentanti, ma non al Senato. Alla Camera il Partito Laburista dispone di 94 seggi (la maggioranza assoluta è di 76), mentre al Senato ne ha 27 e per ottenere la maggioranza assoluta ne servirebbero 39. L’appoggio di altri gruppi era quindi indispensabile, anche se politicamente costoso.

Inoltre, la bozza precedente avrebbe inciso sulla libertà di parola, aprendo forti rischi costituzionali ed esponendo il Governo a una possibile bocciatura da parte dell’Alta Corte, che svolge sia le funzioni di Corte costituzionale sia quelle di Corte di cassazione.
La libertà di comunicazione politica sarebbe stata colpita e il Governo albanese non poteva permettersi una sconfitta davanti alla High Court, anche alla luce della ferita politica ancora aperta rappresentata dal fallimento del referendum su The Voice. Quell’esperienza ha mostrato che non sempre è possibile governare a colpi di maggioranza quando si rischia di intaccare la percezione dei diritti fondamentali.

I poteri introdotti dalla nuova legge

La legge attuale contro l’incitamento all’odio conferisce al Governo il potere di inserire organizzazioni in una lista di “gruppi d’odio” , deportare più facilmente o cancellare le visite a persone legate a tali gruppi, aumentare le pene per i reati d’odio e introdurre pene aggravate per predicatori e leader che incitano alla violenza. La legge definisce come gruppi d’odio le organizzazioni che incitano all’odio o alla violenza contro una persona o un gruppo a causa della loro razza, nazionalità o origine etnica.

Per inserire un gruppo nella lista, il ministro degli Interni deve essere convinto che il gruppo abbia commesso, preparato, pianificato o aiutato un reato d’odio, che è definito come un comportamento che farebbe sentire una persona ragionevole intimidita, impaurita da molestie o violenza, o in pericolo.

Con l’attuale legge, il ministro degli Interni non può agire senza il parere del direttore generale dell’ASIO (i servizi segreti australiani). Prima di raccomandare l’inserimento di un gruppo nell’elenco, l’ASIO deve accertare che il gruppo abbia svolto attività che aumenti il ​​rischio di violenza politica o comunitaria, o che abbia promosso tale violenza, anche solo potenzialmente in futuro. Il direttore dell’ASIO e il ministro non sono obbligati a garantire la cosiddetta “giustizia procedurale”: questo significa che i soggetti coinvolti non hanno il diritto di difendersi o contestare le accuse prima di essere inseriti nella lista.

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Il ministro della Giustizia, Michelle Rowland, ha descritto la legge come «rigorosa» e «interpretabile sia dai tribunali sia dalle agenzie governative». Il Governo ha spiegato che le modifiche servono soprattutto a colpire gruppi come il National Socialist Network, di ispirazione neonazista, e il gruppo islamico radicale Hizb ut‑Tahrir, le cui azioni finora non superavano la soglia del reato penale. Poche ore dopo l’approvazione della legge, Hizb ut‑Tahrir ha cancellato la propria presenza online, mentre il National Socialist Network ha annunciato lo scioglimento, prevedendo l’entrata in vigore delle nuove norme.

Durante un’inchiesta parlamentare, il capo dell’ASIO Mike Burgess ha ammesso che probabilmente questi gruppi finiranno per operare in modo clandestino. Ha sottolineato che le persone non spariscono dalla società e che le dinamiche continueranno a essere monitorate, anche se in forme meno visibili.

Il reato di radicalizzazione dei minori

Un altro punto chiave della legge è l’introduzione di un nuovo reato aggravato per gli adulti che cercano di radicalizzare i minori. Secondo la Polizia federale australiana, dal 2020 sono stati indagati 48 giovani tra i 12 ei 17 anni per terrorismo, e di questi 25 sono stati incriminati. Il 54% era motivato da ragioni religiose, il 22% da ideologie politiche, l’11% aveva motivazioni miste o poco chiare, mentre per il 13% la motivazione non è ancora stabilita.

Il capo della Polizia federale, Krissy Barrett, ha parlato di una crescita dei casi con motivazioni ideologiche confuse o miste, sottolineando quanto sia difficile individuare e controllare potenziali soggetti violenti.

Secondo Levi West, ricercatore in antiterrorismo dell’Australian National University, la legge contro l’incitamento all’odio può essere eticamente fondata e socialmente necessaria, ma non rappresenta uno strumento di prevenzione diretta di attacchi violenti come quello di Bondi. Punire o limitare il linguaggio d’odio, infatti, non equivale a fermare una persona violenta prima che agisca: molti attentati non vengono annunciati online, non passano da discorsi pubblici di odio e avvengono senza segnali legalmente intercettabili. Per questo motivo, anche una normativa giusta sul piano dei valori difficilmente riesce a incidere sul momento in cui la violenza prende forma.

Non esiste un profilo unico del terrorista

Allo stesso tempo, la radicalizzazione non riguarda solo “mostri” o gruppi facilmente identificabili. Non esiste un profilo unico del terrorista: possono entrare in gioco isolamento, crisi identitarie, frustrazione sociale o eventi personali destabilizzanti, indipendentemente dalla religione, ideologia o background. Questa consapevolezza rompe una narrativa comoda ma fuorviante, che tende a circoscrivere il problema a una categoria precisa.

Il punto più critico, però, è che prevedere quando la radicalizzazione si trasformerà in violenza è quasi impossibile. Molte persone radicalizzate non diventeranno mai violente, mentre alcune compiono atti estremi senza segnali evidenti. Di conseguenza, la prevenzione totale resta un’illusione e la repressione preventiva rischiare di colpire innocenti. È un equilibrio fragile, in cui sicurezza e diritti si muovono costantemente su una linea sottile.

La Polizia federale ha incaricato uno psicologo operativo senior di analizzare i 48 casi giovanili per individuare schemi e comportamenti. Il rapporto è atteso entro la fine dell’anno.

La scelta di Albanese e le conseguenze politiche

Australia legge discorsi d'odioIl primo ministro ha quindi scelto di sacrificare la parte più simbolica e controversa per ciò salvare che era politicamente e giuridicamente sostenibile: poteri concreti contro i gruppi estremisti, pene più severe per l’incitamento alla violenza e strumenti amministrativi immediatamente applicabili. È stata una decisione da “primo ministro”, orientata al risultato e alla stabilità più che alla bandiera identitaria.

Il costo politico è stato reale, come la delusione di una parte della base progressista e di alcune comunità, tra cui quella ebraica, ma il beneficio è stato portare a casa una legge operativa invece di un manifesto destinato a cadere.

Gli australiani chiedono e continueranno a chiedere risultati concreti, anche perché il tradizionale dualismo politico tra Partito Laburista e Partito Liberale mostra oggi le prime crepe. Nelle ultime elezioni, infatti, una quota crescente di elettori ha scelto di dare il proprio voto a partiti minori e a candidati indipendenti.

In un periodo storico come questo, politicizzare fino all’estremo l’attentato di Bondi non risolverà né il problema dell’antisemitismo né quello delle campagne di odio, e rischia anzi di accentuare ulteriormente le divisioni politiche interne.

 

Giovanni Maria Pontieri

Foto © Human Rights Watch, The Times of Israel, Liberal Party of Australia, Macquarie Government, RSI

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