La guida Geopolitica e business 2025–2035 di Marco Rota tra potenza americana, nuovi equilibri in Medio Oriente e Ucraina post-conflitto
Nel suo ultimo testo Geopolitica e business 2025–2035, Marco Rota, analista geopolitico, propone una lettura netta e controcorrente del mondo che si sta formando davanti ai nostri occhi. Non un saggio accademico, ma una guida pensata per imprese e decisori economici chiamati a muoversi in uno scenario segnato dal ritorno della potenza, della deterrenza e dei grandi blocchi geopolitici. Dalla rinnovata centralità degli Stati Uniti agli accordi in Medio Oriente, fino allo scenario ucraino e alle opportunità future di ricostruzione, Rota individua nella geopolitica la variabile decisiva per comprendere dove andranno mercati, investimenti e catene del valore nel prossimo decennio. In questa intervista spiega perché, oggi più che mai, il business segue la potenza.
Il suo ultimo lavoro verrebbe da definirlo un libro di geopolitica, ma lei preferisce chiamarlo una guida. Qual è l’obiettivo principale?
«Non è un libro, infatti, bensì una guida. Nasce come strumento per le imprese, per aiutarle a prendere decisioni. Serve a creare un vantaggio competitivo per tutti quei soggetti interessati al mondo economico e del business nel prossimo decennio».
Il titolo Geopolitica e business 2025–2035 è volutamente d’effetto. Perché questa scelta e quali temi affronta la guida?
«Ritengo che sia adatto a cogliere alcuni aspetti del Mondo che verrà, in parte esistente, già davanti ai nostri occhi. Nel testo si parla di guerra e di pace, di equilibri internazionali come premessa della parte geopolitica; si parla di America, Cina, Europa, Medio Oriente, ma anche di un nuovo ordine internazionale. Un ordine che oggi è ancora precario, ma che vede un ritorno evidente degli Stati Uniti alla guida di questo nuovo equilibrio. Lo stiamo vedendo in Medio Oriente, anche adesso con Trump, il “vituperato” Trump».
Il recente accordo raggiunto in Medio Oriente, promosso dagli Stati Uniti, ha sorpreso molti. Poi il Venezuela e anche l’Iran. Cosa ne pensa?
«Dal conflitto tra Israele e Hamas tutti si aspettavano che non uscisse nulla di positivo, invece è venuto fuori un negoziato importante voluto da Washington; un accordo che in Europa non è stato capito e nemmeno previsto. Poi la cattura spettacolare di Maduro in Venezuela e ora l’Iran dei tiranni sciiti che traballa».
Poi le chiederò dell’Iran, ma restiamo su Israele e Hamas: si tratta di un accordo solido, secondo lei?
«Segnalo una novità: l’accordo firmato qualche settimana fa ha coinvolto anche altri Paesi musulmani. Mi riferisco in particolare a Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, persino Indonesia e Pakistan, che è uno Stato sostanzialmente vassallo della Cina. Questo accordo segna una novità perché gli americani lo hanno sottoscritto anche con tutti quelli che in passato hanno sostenuto Hamas, fornitori, mandanti, alleati. Se in futuro ci sarà un rifinanziamento di Hamas, qualcuno sarà chiamato ad assumersi delle responsabilità legali. Qui parliamo di un accordo internazionale, sottoscritto da capi di Stato, che stabilisce nuovi equilibri. Pensiamo anche al ruolo dell’Egitto e della Giordania».
Chi ha il merito principale di questo accordo?
«È stato tutto talmente rapido — al di là di una guerra durata un paio d’anni — che nessuno se lo aspettava. Trump è in carica da un anno e il merito è suo. Non è un’opinione: gli europei si sono sfilati, la Cina non ha partecipato, la Russia non si è opposta».
Come si inserisce la potenza americana in questo contesto?
«Trump ha ripristinato in pochi mesi i concetti di potenza e deterrenza degli Stati Uniti. Nella precedente intervista che le concessi, quando c’era ancora Biden alla Casa Bianca, dissi che il problema era che l’America non faceva più l’America. In pochi mesi Trump ha recuperato il terreno perduto. Il bombardamento avvenuto in Qatar aveva uno scopo evidente: dire “vi sedete al tavolo della firma, altrimenti i prossimi sarete voi”. Volenti o nolenti, ci piaccia o no, siamo entrati in una stagione che avevo previsto: il ritorno delle grandi potenze».
Qual è l’aspetto militare e commerciale di questo accordo?
«Trump ha costruito un accordo internazionale fondato sulla deterrenza militare e sul business. C’è la promessa che il nuovo Medio Oriente sarà fondato — ed è un riconoscimento mai visto prima — su una guida militare a trazione israeliana. Chi è uscito vincente da questo accordo? Israele. Accanto a Gerusalemme ci sarà l’Arabia Saudita, con un ruolo da protagonista, e un corollario di potenze regionali come Egitto, Giordania, Emirati Arabi Uniti e Bahrain. Il business emerge chiaramente se pensiamo al programma saudita Vision 2030, che include molti aspetti: dall’intelligenza artificiale alla diversificazione economica; non solo petrolio, ma anche green».
Come valuta tutto questo in chiave imprenditoriale?
«La questione è dove indirizzare il business. Nel mio libro, per ogni Paese ho individuato un misuratore della stabilità politica. Ogni Paese ha una storia a sé, alcuni parametri potrebbero mutare; tuttavia, è evidente che Israele e Arabia Saudita saranno due Paesi dominanti e non in conflitto. Faranno molti affari tra loro. Per la prima volta abbiamo un accordo senza il quale non può dispiegarsi il potenziale di business, ma per raggiungerlo non è bastato parlare di denaro: è stato necessario che l’America ripristinasse potenza e deterrenza».
Il modello del Medio Oriente può essere applicato all’Ucraina?
«Gli Stati, inclusi quelli europei, devono trovare una soluzione che ricordi il modello delle due Coree. Una soluzione che preservi gran parte dell’Ucraina, cristallizzi la situazione attuale e preveda una presenza internazionale al termine della guerra per scongiurare nuove invasioni e avviare una ricostruzione imponente, che vale più di 500 miliardi di dollari. Vi parteciperanno multinazionali di tutto il Mondo: americane, inglesi, turche, italiane, francesi, indiane, tedesche, sudcoreane e altre».
Quali opportunità di business emergono dall’Ucraina e da altre aree instabili del Mondo?
«La piccola guida che ho scritto racconta l’Ucraina come opportunità non immediata, ma futura. Un mondo instabile, con il prossimo decennio potenzialmente segnato da nuovi conflitti, offrirà — come spesso accade nel mercato — anche nuove possibilità di investimento. Vedremo opportunità selettive anche nel Caucaso e in Africa: un Continente che va scelto con attenzione, ma che offre alcune potenzialità, anche per l’impatto demografico dei suoi giovani. Penso ad accordi come il Piano Mattei, rilevante certo, ma da valutare cum grano salis. I Paesi vanno conosciuti a fondo: un conto sono le grandi infrastrutture e i grandi player internazionali, come Eni, un altro è la media impresa, che deve attrezzarsi di più e meglio per capire dove andare e cosa fare con efficienza e
serietà».
Per chiudere, lei parla di potenza, guerre, armamenti. Assisteremo nuovamente a cambi di regime imposti dalle Nazioni più forti?
«Si parla di violazioni del diritto internazionale. La Pax Romana fu un lungo periodo di pace e stabilità interna dell’Impero Romano, iniziato con Augusto. Grazie a un forte controllo politico e militare, Roma garantì ordine, sicurezza e sviluppo nei territori conquistati e questo favorì la crescita economica, la diffusione della cultura romana e l’avvio di grandi opere infrastrutturali in tutto l’impero. Il cosiddetto diritto dei popoli è nato lì. E poi in un’altra occasione avremo modo di parlare delle Nazioni Unite, di cosa sono diventate oggi. Un altro esempio? La Pax americana del XX secolo è nata perché Washington ha imposto il suo modello basato sulla forza e sulla deterrenza, non sulle parole, e ha creato un equilibrio. Come disse Margaret Thatcher, le guerre non cominciano a causa delle armi, ma perché Paesi ostili che non dovrebbero averle iniziano ad usarle».

L’Iran degli Ayatollah non avrebbe neanche dovuto iniziare a produrre qualsivoglia tecnologia nucleare, e l’Occidente ha negoziato una simile possibilità, per anni e anni, con un regime terrorista. Guardi, posso dirle che la caduta del Venezuela di Maduro e dell’Iran sono una specie di collasso simile a quello dell’Unione Sovietica di trent’anni fa. Si tratta del primo e del terzo Paese del mondo con le maggiori riserve provate di petrolio (proven reserves), che di colpo escono dalla sfera di influenza russo-cinese ed entrano di fatto in quella americana. Pechino e Mosca sono rimasti a guardare Trump riprendersi in pochi mesi il controllo del Sud America e del Medio Oriente, come solo gli americani sanno fare, cioè senza chiedere il permesso a nessuno».
Siamo solo all’inizio? E noi europei?
«Sì, questo è solo l’inizio di un riassestamento globale. Il Mondo si va dividendo in due blocchi contrapposti, a meno che non crolli il sistema cinese. Se regge il Partito Comunista in Cina, esso guiderà una parte del mondo asiatico e dell’Africa per mantenere il proprio export. Mentre l’America sarà il punto di riferimento di Occidente, gran parte dell’Europa, Medio Oriente, Giappone. Lei mi chiede della nostra Europa e a me pare che essa si stia svegliando solo adesso dal torpore della sua ultima Belle Époque. Germania e Italia sembrano capire più e meglio degli altri la necessità di restare ancorati a Washington in questo momento storico».
Altri Paesi inseguono ideologie, illusioni, mentre ancora molti a Bruxelles cercano una terza via tra America e Cina che di fatto è impossibile da realizzare. L’Europa non ha leve militari, finanziarie, energetiche, per trattare su nessun tavolo politico. In America, sa a quanto ammonta il valore annuo combinato di biotecnologie, intelligenza artificiale e quantistica al 2040? Quasi 30.000 miliardi di dollari, con un investimento da capogiro dei colossi privati».
Federico Gasparella
Foto SBS / Reddit












