Hikikomori: giovani che diventano invisibili

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Hikikomori giovani

Isolamento sociale, ansia e solitudine. Un disagio che spinge molti giovani a isolarsi dal resto del Mondo e chiudersi in una stanza

Tutti almeno una volta nella vita abbiamo pensato che sarebbe stato bello staccare la spina, sparire per qualche giorno e isolarsi dal resto del Mondo, senza telefonate, senza scuola, senza lavoro, senza obblighi. Ma nel mondo esistono persone che non si “concedono” un isolamento temporaneo, bensì lo scelgono come stile di vita.

Sono gli hikikomori, termine giapponese che indica letteralmente “stare in disparte”. Persone che decidono di auto-recludersi in casa, talvolta in una sola stanza, tagliando i rapporti con la società. Prima la scuola o il lavoro, poi gli amici, e certe volte persino la famiglia. Il Mondo diventa qualcosa da guardare da una finestra o da uno schermo.

Origini

Il fenomeno degli hikikomori nasce in Giappone, tra gli anni ’80 e ’90, in un Paese caratterizzato da altissime aspettative sociali e da un rigido modello di successo personale. Nel tempo si è esteso anche in Europa e in Italia, trasformandosi in un disagio globale.

In Giappone, dove il fenomeno è stato osservato e studiato per primo, si stimano circa 1,5 milioni di casi. Un numero enorme che racconta quanto l’auto-reclusione sia diventata un’emergenza silenziosa, capace di colpire in profondità soprattutto le fasce più giovani della popolazione.

Secondo l’Associazione Italiana Hikikomori, nella Penisola si stimano tra i 50.000 e i 100.000 casi, principalmente nella fascia tra gli 11 e i 19 anni. Numeri che, più che statistiche, rappresentano una generazione che rischia di diventare invisibile.

Il fenomeno riguarda soprattutto adolescenti e giovani adulti, ma non mancano casi anche in età adulta. Ma l’hikikomori non è semplicemente “un ragazzo che sta molto al computer” o “un adolescente pigro”. È un fenomeno complesso, spesso dietro quella porta chiusa non c’è capriccio, ma un dolore che non trova altre vie.

Non solo solitudine

Il punto centrale è che si tratta di un isolamento volontario. Non è una vacanza dal Mondo: è una resa, una fuga, un tentativo disperato di proteggersi da una realtà percepita come ostile. La stanza diventa un confine, e dentro c’è l’unico posto in cui ci si sente al sicuro; fuori c’è il giudizio, la pressione, lo sguardo degli altri.

E spesso i primi segnali arrivano piano: assenze a scuola sempre più frequenti, scuse, certificati medici, silenzi. Poi l’interruzione definitiva. La vita sociale si svuota, le amicizie si perdono, l’autostima crolla. Per alcuni anche uscire per comprare il pane diventa un’impresa impossibile.

Le cause

Non esiste una sola ragione. Più spesso si tratta di una serie di fattori che si sovrappongono fino a rendere il Mondo un posto insopportabile.

  1.  Pressione sociale e ansia da prestazione. Viviamo in una società che misura il valore delle persone con i risultati: voti, corpo, popolarità, performance. Un adolescente che si sente “indietro” o “non all’altezza” può sviluppare un’ansia costante. E quando ogni passo fuori casa sembra una prova da superare, la soluzione più semplice diventa non uscire più.
  2. Tecnologia e confronto continuo. I social media non sono la causa diretta del fenomeno, ma possono amplificarlo. Vedere vite perfette, sorrisi, corpi impeccabili e successi idealizzati aumenta il senso di distanza e inadeguatezza. «Tutti sembrano vivere, io no».
  3. Famiglia. Molti genitori non si accorgono subito di ciò che accade – o lo minimizzano. C’è chi spinge troppo: «devi studiare», «devi eccellere», «devi essere il migliore». E chi invece non riesce a costruire uno spazio di ascolto emotivo. Quando manca comunicazione, il ritiro diventa silenzio totale.
  4. Scuola. Per molti hikikomori la scuola rappresenta l’origine della frattura. Un luogo che dovrebbe essere crescita, ma che può trasformarsi in un incubo: episodi di bullismo, esclusione, etichette, paura del giudizio. E in un’età fragile basta poco per sentirsi “sbagliati”.

L’effetto pandemia

Hikikomori giovaniIl fenomeno si è accentuato dopo la pandemia di Covid-19. Per mesi il Mondo ha detto ai giovani: «restare chiusi in casa è la cosa più sicura». E per alcuni, quel tempo sospeso ha reso ancora più difficile tornare indietro. Quando l’isolamento diventa abitudine, il ritorno alla normalità può spaventare più del lockdown stesso.

La didattica a distanza, la sospensione delle attività sportive e sociali, l’assenza di contatti quotidiani hanno rappresentato una frattura netta. Per molti adolescenti la quarantena non è stato un evento improvviso, ma un passaggio graduale: prima la telecamera spenta durante le lezioni online, poi le verifiche saltate, poi le assenze giustificate, fino alla perdita completa del ritmo.

Il problema è che, mentre per la maggioranza il lockdown è stato un periodo da superare, per chi già viveva ansia sociale e fragilità psicologiche è diventato quasi una conferma: se stare chiusi in casa è normale, allora perché tornare fuori? In alcuni casi la casa si è trasformata definitivamente in una zona protetta, mentre tutto ciò che era esterno, scuola, amici, mezzi pubblici, luoghi affollati, è tornato a essere percepito come pericoloso e ingestibile.

Una società che non vede

Il problema più grave è che spesso gli hikikomori non vengono individuati. Spariscono lentamente e nessuno li cerca davvero. La loro assenza viene normalizzata: «è timido», «è in fase adolescenziale», «passerà». Nel frattempo, però, i mesi diventano anni. E più tempo passa, più si alzano i muri.

Eppure, dietro quel ritiro, esiste ancora un desiderio di vita. Non sempre evidente, non sempre espresso, ma presente. Per questo l’obiettivo non è forzare ma accompagnare. Servono sportelli psicologici nelle scuole, educazione emotiva, una rete di sostegno alle famiglie, percorsi di reinserimento graduali, specialisti preparati. Ma soprattutto serve cambiare prospettiva, smettere di giudicare questi ragazzi come svogliati o strani e iniziare a considerarli per ciò che sono. Persone che stanno chiedendo aiuto nel solo modo che conoscono.

Perché se è vero che esistono porte che si chiudono, è anche vero che esistono porte che possono riaprirsi. Ma serve che qualcuno, lì fuori, resti ad aspettare. Con pazienza. Senza colpevolizzare. E senza voltarsi dall’altra parte.

Maria Vittoria Rickards

Foto © Maria Vittoria Rickards, Psicologia Contemporanea, La tecnica della scuola

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