Trump-Iran, escalation su nucleare e proteste di piazza

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Trump Iran nucleare proteste

Cresce la crisi tra Washington e Teheran: il presidente annuncia condizioni dure su nucleare e diritti umani, Mosca mette in guardia dai rischi

Secondo quanto riportato dal New York Times, la possibilità di attacchi statunitensi contro obiettivi all’interno del territorio iraniano è concretamente al vaglio dell’amministrazione americana. Sullo sfondo di una nuova escalation tra Washington e Teheran, il presidente Donald Trump ha lanciato un messaggio diretto alla leadership iraniana. «Niente armi nucleari, niente uccisioni di manifestanti».

Nelle ultime 24 ore le tensioni tra si sono intensificate, con Trump che ha formulato minacce esplicite e Teheran che ha respinto le condizioni poste da Washington. In questo contesto, secondo il quotidiano statunitense, il presidente Usa è stato messo di fronte a un’ampia gamma di opzioni militari. Il New York Times cita funzionari americani, rimasti anonimi per la sensibilità del dossier, secondo i quali il ventaglio di possibilità oggi sul tavolo è più ampio rispetto a quello considerato a metà gennaio.

Tra gli scenari presi in esame vi sarebbero anche operazioni condotte da forze speciali statunitensi contro obiettivi situati direttamente in Iran. Tuttavia, precisano le stesse fonti, Trump non ha ancora autorizzato alcuna azione militare né scelto una linea precisa tra le proposte avanzate dal Pentagono.

Il nuovo messaggio di Trump

Nel frattempo, il presidente americano ha rivolto un nuovo avvertimento a Teheran, indicando due condizioni per evitare un intervento militare statunitense. «Prima di tutto, niente nucleare. Secondo, fermare le uccisioni dei manifestanti», ha dichiarato, sostenendo che «li stanno uccidendo a migliaia». Inoltre ha aggiunto che «una forza navale molto grande e molto potente si sta dirigendo verso l’Iran» e che «sarebbe fantastico se non dovesse intervenire». Le dichiarazioni rilasciate a margine della prima del documentario Inks, dedicato alla first lady statunitense.

Secondo un precedente rapporto del New York Times, basato su fonti americane ed europee, l’amministrazione Trump ha presentato a Teheran tre richieste considerate estremamente rigide.

  1. Programma nucleare iraniano: andando ben oltre l’accordo del 2015 firmato con i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, la Germania e l’Unione europea, Washington chiede ora all’Iran di rinunciare completamente all’arricchimento dell’uranio e di consegnare tutte le scorte esistenti alla comunità internazionale.
  2. Drastica limitazione del numero e della gittata dei missili balistici iraniani, considerati il principale strumento di deterrenza nei confronti di Israele, Paese dotato di armi nucleari.
  3. Cessazione di ogni sostegno alle milizie alleate di Teheran nella Regione, tra cui Hezbollah in Libano, gli Houthi in Yemen e i gruppi sciiti armati in Iraq.

Le incognite su un eventuale attacco americano

Questo pacchetto di richieste è stato presentato alla leadership iraniana nel corso dei recenti colloqui tra l’inviato speciale della Casa Bianca, Steve Witkoff, e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi. Mehdi Mohammadi, principale consigliere dello speaker del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, ha definito inaccettabili le condizioni statunitensi. «Quello che dice Witkoff equivale di fatto alla capitolazione dell’Iran. Ci chiedono di disarmarci per poter colpire quando vogliono».

Nel frattempo, crescono anche gli interrogativi sugli obiettivi e sulle conseguenze di un eventuale attacco americano. Durante un’audizione alla Commissione Affari Esteri del Senato, il segretario di Stato Marco Rubio ha ammesso che, in caso di caduta del regime di Teheran, «non esiste una risposta ovvia» su chi potrebbe subentrargli, sottolineando le differenze rispetto al caso venezuelano.

Trump Iran nucleare protesteSecondo il sito Axios, il capo dell’intelligence militare israeliana, Shlomi Binder, si è recato negli Usa tra martedì e mercoledì per consultazioni con il Pentagono, la Casa Bianca e la Cia sui possibili obiettivi di un’azione statunitense. Lo stesso sito riferisce che il ministro della Difesa saudita, Khalid bin Salman, ha svolto consultazioni a Washington tra giovedì e venerdì, in quello che appare come uno degli ultimi tentativi diplomatici per scongiurare il conflitto. Riad ha comunque chiarito che non consentirà l’uso del proprio spazio aereo per un attacco contro l’Iran.

L’avvertimento del Cremlino

Il Cremlino ha avvertito di conseguenze pericolose, sottolineando che le possibilità di colloqui tra Usa e Iran non sono ancora esaurite. Il portavoce Dmitry Peskov ha affermato che le possibilità di un dialogo tra Usa e Iran non sono ancora esaurite e che un ricorso alla forza contro Teheran potrebbe provocare caos nella Regione, con conseguenze pericolose. Le dichiarazioni sono arrivate il giorno dopo l’appello di Trump all’Iran a tornare al tavolo dei negoziati sul nucleare, pena un possibile attacco americano.

Il Cremlino ha inoltre fatto sapere di essere ancora in attesa di una risposta statunitense alla proposta del presidente Vladimir Putin di una proroga informale di un anno delle disposizioni dell’ultimo accordo sul controllo degli armamenti nucleari tra Mosca e Washington. Peskov ha avvertito che la scadenza del trattato New START, prevista per il 5 febbraio, potrebbe creare un grave vuoto nel quadro giuridico che disciplina le armi nucleari.

Il trattato, firmato nel 2010 dai presidenti Barack Obama e Dmitry Medvedev, stabilisce un limite di 1.550 testate nucleari strategiche schierate per ciascuna parte, nonché un massimo di 700 missili balistici terrestri o sottomarini e bombardieri strategici per il loro impiego.

Infine, Peskov ha definito «illegali e inaccettabili» le sanzioni statunitensi che hanno costretto la compagnia petrolifera russa Lukoil a dismettere gran parte dei suoi asset all’estero, pur rifiutando di commentare l’accordo per la loro vendita al fondo americano Carlyle Group. «Consideriamo le sanzioni illegali e inaccettabili: questa è la base della nostra posizione», ha dichiarato, aggiungendo che l’aspetto fondamentale per Mosca resta la tutela degli interessi della società russa.

 

George Labrinopoulos

Foto © ISPI, Nigrizia, Wikipedia

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George Labrinopoulos
Sono quasi 52 anni che vivo in Italia, originario di Vitina, nel Peloponneso, Sono nato a Vrilissia, 13 km dal centro di Atene, dove ho vissuto i primi 20 anni della mia vita, finché non sono arrivato a Roma dove ho lavorato come corrispondente per la Grecia e a una Agenzia Onu. Ho cominciato a lavorare in Italia nel '78, come secondo corrispondente di un importante giornale greco. Nel 1980 sono entrato nella stampa estera in Italia, della quale tuttora sono membro effettivo e per la quale negli anni Ottanta ho ricoperto per tre volte la carica di consigliere nel direttivo dell'associazione. Nell'arco di questi anni ho lavorato per vari quotidiani greci, oltre che per un'emittente radiofonica, Da Roma riuscii a portare tra il 1984, fino gli anni Novanta, politici del calibro di Pertini e Cossiga, i primi ministri Andreotti e Craxi, il Papa Giovanni Paolo II, Prodi, e altri uomini politici che attraverso il loro operato scrivevano la storia dell'Italia in quegli anni, poi messi in un libro "L'Italia dei giganti", due anni fa. Sono arrivato in Italia nel 1972, iscritto all'Università per Stranieri in Perugia per imparare la lingua italiana. Sono stato iscritto all'Università di Roma nella facoltà di Lettere e Filosofia indirizzo lingue straniere (inglese). Durante le lezioni il mio professore all'epoca Agostino Lombardo, ci insegnava analisi di testo e di poesia, e gia mi è arrivata la voglia di cominciare di fare il mestiere che dovevo fare nella mia vita. Giornalista...vorrei ricordare che negli anni '70 non c'erano scuole di giornalismo, e il mio mestiere l'ho imparato facendo la gavetta dopo l'Università, ero andato ad Atene e facevo praticantato a un giornale ellenico...erano gli anni del sequestro Moro, e un'agenzia ellenica chiedeva un secondo per l'Italia, e cosi sono tornato come professionista giornalista a Roma

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