Portaerei nucleari nel Mar Arabico, missili Tomahawk pronti e alleati in allerta. Teheran minaccia ritorsioni totali, mentre proteste interne e sanzioni Ue accelerano il collasso del regime. Rischio guerra o bluff di Trump?
Il Medio Oriente si trova di nuovo sull’orlo dell’abisso. L’Iran avverte apertamente che un massiccio attacco da parte degli Stati Uniti e di Israele potrebbe esplodere da un momento all’altro, mentre nel Golfo Persico i tamburi di guerra suonano ormai assordanti.
Le informazioni che circolano su vari canali Telegram rivelano che la portaerei nucleare Uss Abraham Lincoln della Marina statunitense ha già preso posizione di combattimento vicino alla costa dell’Oman, a soli 780 chilometri dall’Iran. Gli americani, per il momento, evitano di avvicinarsi ulteriormente, apparentemente temendo un attacco preventivo da parte dei persiani, che dicono di essere pronti a respingere un attacco congiunto tra Usa e Israele.
Fin dalle prime ore della settimana, le notizie assumono i toni di un comunicato di guerra. Il Comitato per la sicurezza nazionale e la politica estera dell’Iran ha avvertito che «il Golfo Persico esploderà entro le prossime 24 ore». Il suo capo, il retroammiraglio Ali Shamkhani, ha rilasciato dichiarazioni ancora più cupe: «Spero che, se gli Stati Uniti, affidandosi agli errori di calcolo del loro presidente narcisista, commetteranno un altro atto stupido, i suoi soldati nella Regione abbiano già detto addio alle loro famiglie».
Relazioni Iran-Usa in zona grigia
Lunedì 26 gennaio, l’agenzia iraniana Irna ha ammesso che le relazioni tra Iran e Usa sono entrate in una zona di completa ambiguità, con la linea tra dialogo e guerra ormai «più sottile che mai». Secondo Teheran, Washington starebbe usando le negoziazioni come cortina fumogena per intensificare la politica della «massima pressione».
Il 26 gennaio, il Pentagono ha dichiarato la massima allerta. Il gruppo da battaglia della portaerei Uss Abraham Lincoln è stato richiamato frettolosamente dal Pacifico per entrare nel Mar Arabico, dove il territorio iraniano si trova ormai nel raggio d’azione dei suoi caccia. La portaerei è accompagnata da otto squadroni di aerei per un totale di 48 caccia, tra cui F/A-18E Super Hornet e F-35C Lightning II.
Nel Mar Arabico sono inoltre schierati i cacciatorpediniere lanciamissili Frank E. Petersen, Spruance e Michael Murphy, che si uniscono al Mitcher e al McFaul nel Golfo Persico, mentre il Roosevelt opera al largo della costa di Cipro. In totale, sei cacciatorpediniere classe Arleigh Burke, ciascuno dotato di fino a 96 lanciatori, hanno preso posizione di combattimento. Ogni unità può trasportare fino a 56 missili da crociera BGM-109 Tomahawk, per un totale potenziale di 300–330 missili pronti per un primo attacco di disarmo.
A questo schieramento si aggiunge un sottomarino nucleare classe Ohio, partito da Guam a inizio gennaio. Se ha effettivamente raggiunto il Golfo Persico, può trasportare fino a 154 Tomahawk aggiuntivi, portando il potenziale complessivo a quasi 500 missili di precisione. Si tratterebbe di una forza in grado di smantellare le difese aeree iraniane in poco tempo, concepita non per una guerra prolungata, ma per una breve e violenta operazione aerospaziale.
I bombardieri stealth e l’ombra della “Midnight Hammer”
Contemporaneamente, sei aerei rifornitori KC-135 sono stati dispiegati nelle basi di Morón e Rota, in Spagna, oltre a quattro già presenti. Il messaggio è chiaro: riattivare i bombardieri stealth B-2 Spirit. Il ricordo dell’Operazione Midnight Hammer (giugno 2025) è ancora fresco: allora i B-2 apparvero di sorpresa e colpirono impianti nucleari iraniani senza provocare ritorsioni.
Parallelamente, il Regno Unito ha schierato quattro Typhoon ad Al Udeid (Qatar) e altri quattro a Darkhan (Arabia Saudita). Diciassette F-15E Strike Eagle sono arrivati in Giordania, portando il totale a 36 velivoli, mentre dal 19 gennaio i trasporti americani hanno effettuato almeno 44 voli di carico pesante verso il Medio Oriente. Su cosa trasportano, le fonti non hanno dubbi: di certo non «giocattoli per bambini».
Il blocco navale e le tensioni politiche
Nel frattempo, il presidente degli Stati Uniti sta valutando diverse opzioni contro la Repubblica islamica, tra cui un blocco navale o assassinii mirati di alti funzionari iraniani, come riportano i media internazionali. Il leader americano ha descritto la situazione come «fluida», affermando che Teheran ha ripetutamente contattato Washington con l’intenzione di negoziare. «Abbiamo una grande armata accanto all’Iran, persino più grande di quella schierata contro il Venezuela», ha dichiarato Donald Trump con tono provocatorio.
Nonostante le parole sul dialogo, la parte statunitense fissa condizioni severe per qualsiasi accordo. L’inviato speciale Steve Witkoff ha ribadito che Washington pretende la sospensione completa dell’arricchimento dell’uranio, la riduzione delle scorte di missili pesanti e la cessazione del sostegno ai gruppi regionali vicini a Teheran, condizioni finora respinte da quest’ultima. Rapporti delle agenzie d’intelligence statunitensi, recentemente trapelati, suggeriscono tuttavia che la posizione dei leader iraniani potrebbe essere più fragile che in qualsiasi altro momento dalla Rivoluzione del 1979, aumentando la pressione interna.
Cina e Russia entrano in scena
Informazioni non ufficiali riferiscono che 48 aerei da trasporto cinesi siano atterrati su basi iraniane durante il fine settimana. Pechino sembrerebbe determinata a non permettere a Donald Trump di “finire” l’Iran dopo il Venezuela. Si ritiene che la Cina abbia inviato sistemi di guerra elettronica, missili antiaerei a lungo raggio e forse missili antinave YJ-18, equivalenti ai Kalibr e ai Tomahawk. Se confermato, l’Abraham Lincoln non sarebbe affatto al sicuro.
Come se non bastasse, il 19 gennaio 2026 il quotidiano russo Kommersant ha rivelato che l’Iran, in collaborazione con la Russia, ha testato con successo un missile balistico intercontinentale in Siberia. L’informazione è tacitamente smentita, ma mai ufficialmente. La pressione internazionale su Teheran cresce su più fronti.
L’Unione europea si prepara a imporre nuove sanzioni ai funzionari senior dei Guardiani della Rivoluzione (Irgc), congelando beni e imponendo divieti di viaggio, mentre si rafforza il dibattito sulla loro possibile designazione come organizzazione terroristica. Questa linea è apertamente sostenuta dal principe in esilio Reza Pahlavi, che ha accolto con favore la posizione italiana e ha invitato l’Ue ad agire con decisione contro il regime.
La crisi interna iraniana
All’interno del Paese la situazione appare sempre più cupa. The Guardian ha rivelato che le autorità iraniane stanno cercando di nascondere la reale portata delle operazioni repressive, disponendo sepolture di massa per i manifestanti uccisi. Personale medico e di obitori ha parlato di un bilancio di vittime molto superiore ai dati ufficiali. Nel frattempo, il crollo economico accelera: il rial iraniano ha toccato un minimo storico, superando quota 1,5 milioni per dollaro, alimentando un’ondata di rabbia popolare.
Il regime ha imposto un blackout generalizzato su Internet, entrato ormai nel diciannovesimo giorno, che limita drasticamente la comunicazione e consente solo un accesso controllato per diffondere la narrazione ufficiale. Questi sviluppi preoccupano anche i Paesi vicini: la Turchia starebbe elaborando scenari per la creazione di una zona sicura all’interno del territorio iraniano, in caso di crollo del potere centrale di Teheran.
George Labrinopoulos
Foto © The Sunday Guardian, YouTube, Vocal Media













