Il vertice ad Addis Abeba rilancia Roma nel Continente africano. Nuova narrativa e memoria storica per guardare al futuro
«L’Africa non è un capitolo marginale di questa Storia», Giorgia Meloni. Le parole del presidente del consiglio sono state pronunciate in occasione del vertice Italia–Africa ad Addis Abeba, Capitale dell’Etiopia. Nonché sede dell’Unione africana.
L’ubicazione non è casuale: il gigante del Corno d’Africa, nonché impero di lunga data e unica realtà, assieme alla Liberia, a non esser mai interamente colonizzato vive oggi un’intensa fase geopolitica che la vede sempre più protagonista nelle relazioni con gli altri attori del quadrante geografico.
Proprio qui, Giorgia Meloni presenzia al primo vertice su suolo africano. Portando sul tavolo un piano, avente per nome Mattei. Proprio quel Enrico Mattei che, nelle vesti di dirigente pubblico e manager industriale, nonché presidente dell’Eni – Ente nazionale idrocarburi dal 1953 al 1962, tentò di sfidare l’ordine energetico dominato dalle Sette sorelle, le grandi compagnie anglo-americane.
La missione
Il velo di Maya è stato rotto. La missione di Giorgia Meloni in Etiopia, conclusasi il 14 febbraio 2026, ha rappresentato il momento del passaggio definitivo del Piano Mattei dalla teoria alla pratica, trasformando l’Italia nel principale interlocutore europeo per il Continente.
Il cuore del messaggio politico è stato il superamento di un approccio puramente assistenziale a favore di un modello di cooperazione che punta a rendere le Nazioni africane protagoniste della propria crescita.
Il risultato più tangibile è stato il rafforzamento operativo di circa cento iniziative in 14 Paesi considerati prioritari, sostenute da un fondo complessivo di circa 1,4 miliardi di euro. In questa fase, il baricentro si è spostato con decisione verso la sicurezza alimentare e la gestione delle risorse idriche: l’obiettivo è costruire infrastrutture resilienti agli shock climatici, in grado di consentire all’Etiopia e ai Paesi dell’area di sviluppare filiere agricole più autonome e stabili.
Questo impegno si collega direttamente anche alla gestione dei flussi migratori: l’impostazione italiana punta a ridurre l’emigrazione irregolare non solo controllando le frontiere, ma creando alternative concrete, formazione professionale e opportunità di lavoro sul posto, capaci di offrire ai giovani percorsi reali e di sottrarli alla pressione e al ricatto delle reti di trafficanti.
Sul versante finanziario e diplomatico, Meloni ha spinto per collocare il Piano Mattei dentro un circuito più ampio di istituzioni internazionali. In sinergia con la Banca Mondiale e l’Unione africana, è stata avanzata un’impostazione innovativa sul tema della sostenibilità del debito, promuovendo clausole che ne consentano la sospensione in caso di catastrofi naturali.
Le cronache del vertice e delle settimane precedenti insistono infatti su un punto: la trasformazione del Piano da progetto nazionale a strategia globale per l’Africa. Tradotto: Roma prova a spostare il Piano Mattei da un’iniziativa legata al Governo in carica a una cornice più ampia.
Il tutto condito dalla consapevolezza del ruolo geopolitico che il Belpaese potrà rivestire nel prossimo futuro. L’Italia ha un obiettivo ambizioso: diventare ponte di dialogo con Unione africana, in barba alle presenze sporadiche o da copertina. Abbraccio stretto al pragmatismo.
Dentro il piano
Per capire la portata dell’intera operazione occorre inquadrare il ruolo geopolitico dello stivale. Ma anche riuscire a comprendere l’importanza della questione energetica, finanche la roadmap diplomatica delle relazioni con i protagonisti africani. Il futuro chiama, l’Italia risponde.
Il Piano Mattei per l’Africa è banco di prova della relazione di Roma con il Continente africano: da cooperazione a progetto a partnership strutturale. Diplomazia, investimenti, strumenti finanziari pubblici e multilaterali. Inizialmente programmato a cavallo fra il 2023 e il 2024 come “Piano Strategico Italia–Africa”, viene in seguito presentato come un approccio inter pares. Comunicazione efficace che smantella così la nociva percezione di superioritas europea sul Continente africano.
Sei direttrici operative
Istruzione formazione
La crescita africana e, conseguentemente, la stabilità del Mediterraneo passa dalla creazione di competenze: istruzione tecnica, professionalizzazione, formazione legata a filiere produttive reali. Formare significa ridurre dipendenza, rafforzare capacità locali, creare un ecosistema che renda sostenibili anche gli investimenti su energia, agricoltura e infrastrutture.
Sanità
La direttrice sanità ha un significato strategico perché in molte aree africane dove i sistemi sanitari sono fragili e la stabilità politica diventa più vulnerabile. Il risultato è che aumentano disuguaglianze, migrazioni, conflitti sociali e sfiducia nelle istituzioni. Sanità diventa sinonimo di resilienza e stabilizzazione non militare.
Acqua
Il capitolo acqua è fra più geopolitici del Piano Mattei, in quanto in Africa è moltiplicatore di instabilità. Nel Mediterraneo allargato, la stabilità non dipende solo dalla sicurezza “hard”, bensì dalla gestione esistenziale delle risorse primarie.
Agricoltura
Nel Piano Mattei, l’agricoltura è leva per: sicurezza alimentare, stabilità sociale e riduzione delle cause strutturali di migrazione. Qui l’idea è duplice: aumentare produttività e resilienza; favorire filiere locali che riducano dipendenza dalle importazioni. In aggiunta, l’Africa è sempre più centrale nella geopolitica del cibo, rendendola indispensabile nella competizione tra attori esterni che investono in terreni, logistica e supply chain agroalimentari.
Energia
La direttrice energia è la più immediata. È quella che rende comprensibile il nome stesso del piano, Mattei. L’energia ha una doppia funzione: per l’Africa è accesso, sviluppo industriale, elettrificazione, transizione; per l’Italia/Europa è diversificazione, stabilità dei flussi, partnership strategiche.
Infrastrutture (fisiche e digitali)
Infine, le infrastrutture sono il collante eclettico fra tutte le direttrici. Qui si riconoscono sia le infrastrutture materiali, come reti, trasporti, logistica, opere idriche; che le digitali, quali connettività, servizi, strumenti di modernizzazione. La direttrice in questione risulta altamente geopolitica. Le infrastrutture sono oggi uno dei principali strumenti di influenza globale: basti pensare a come la Cina ha costruito parte del proprio potere attraverso porti, ferrovie, zone economiche e telecomunicazioni.
La ratio geopolitica
Manca nella letteratura nazionale una definizione univoca di geopolitica. Eppure, il Piano Mattei offre una risposta pratica e italiana al vacuum in questione. Sicurezza energetica, gestione dei flussi migratori, competizione tra potenze e corridoi di influenza nel Mediterraneo allargato sono pressioni che hanno condizionato inevitabilmente i protagonisti del quadrante geografico in questione. Italia inclusa.
Sul primo punto, la logica è semplice: dopo la crisi del gas russo, Roma ha accelerato la diversificazione e l’Africa è tornata ad essere il vicinato strategico dove energia e stabilità si intrecciano.
Sul secondo, il Piano Mattei viene presentato come tentativo di intervenire a monte delle migrazioni, puntando su capitale umano, lavoro, servizi essenziali e su progetti che rendano meno fragile la permanenza nei Paesi di origine e transito.
Infine c’è una terza ratio: evitare che l’Italia resti ai margini mentre altri attori rafforzano la propria presenza in Africa attraverso investimenti, infrastrutture e consenso. Non a caso il Governo ha già collocato il Piano Mattei anche su un piano europeo, mettendolo in relazione al Global Gateway, l’alternativa logistica alla Bri e all’Imec, di matrice unionale.
Eppure il tratto distintivo dell’intera operazione è la capacità di differenziarsi dai concorrenti sta proprio nel linguaggio della partnership, evitando una postura percepita come predatoria. “Italiani, brava gente”, funzionerà stavolta?
Perché Mattei
Chiamarlo Piano Mattei è una scelta di cornice politica. Enrico Mattei è stato l’uomo che ha provato a costruire una politica energetica autonoma, rompendo l’idea che l’Italia dovesse essere un Paese “dipendente” e marginale. In altre parole, un simbolo di sovranità economica in un settore dove la sovranità è sempre geopolitica.
Associare quel nome a un piano rivolto all’Africa produce almeno tre effetti. Il primo è riconoscere che, nel Mediterraneo allargato, energia e politica estera coincidono. Sono un’unica partita strategica. Il secondo è rivendicare un’impostazione del rapporto con i Paesi africani che, almeno nelle intenzioni dichiarate, si distanzi dalla logica puramente estrattiva e punti invece su una partnership a benefici reciproci. Il terzo è offrire al progetto una narrazione “nazionale” sufficientemente solida da reggere anche nel confronto con i modelli concorrenti già attivi sul Continente.
Questa scelta è coerente con il modo in cui il Piano viene presentato: addio beneficenza e paternalismo; benvenuti investimenti strategici e cooperazione fondata su interessi convergenti. Non è un caso che la comunicazione istituzionale insista sul concetto che l’Africa non sia una semplice destinataria, ma un partner vero e proprio. E che la sua crescita sia fattore essenziale anche per la stabilità europea. È un passaggio decisivo perché sposta il Piano dal registro morale dell’aiuto a quello geopolitico dell’interdipendenza.
Detto in modo più netto: la nomenclatura “Mattei” serve a ricordare che l’Italia vuole tornare ad essere un attore capace di produrre strategia, non solo di subirli.
Impatto coloniale?
Nel presentare questo Piano, l’Italia non arriva in Africa come una pagina bianca. E questo vale in particolar modo per il Corno d’Africa e nel Nord-est del Continente, dove la presenza italiana è stata storicamente più densa. Eritrea, Somalia, Libia, Etiopia: la memoria coloniale non è un archivio. Memoria sì, ma anche relazione.
Il colonialismo italiano è tardivo rispetto a quelli britannico e francese. Si sviluppa in modo discontinuo: prima l’espansione nel Mar Rosso (Assab, Massaua, poi Eritrea), poi il tentativo di penetrazione in Etiopia concluso con la sconfitta di Adua (1896), e infine la fase fascista, quando l’impero diventa progetto ideologico e militare, culminando nell’invasione dell’Etiopia (1935-36) e nella costruzione dell’Africa Orientale italiana.
Questa storia ha lasciato infrastrutture, città, reti amministrative e un patrimonio ambiguo di immagini: da un lato il mito degli “italiani brava gente”, dall’altro una realtà più cruda, fatta di violenza, gerarchie razziali, repressioni. Il testo di “faccetta nera”, si osservi con attenzione.
Perché questo conta oggi? Perché il Piano Mattei, se vuole davvero essere una strategia, deve fare i conti con un fatto: la fiducia internazionale non vive esclusivamente di fondi, ma anche percezione di continuità o discontinuità storica.
Quando l’Italia avanza proposte di cooperazione energetica, infrastrutturale o formativa in Paesi che in passato hanno conosciuto la sua presenza coloniale, il rapporto non può essere davvero neutro.
Anche senza essere nominato, quel passato continua a pesare nella percezione: l’Italia può essere interpretata come un interlocutore credibile e pragmatico, oppure come l’ennesima potenza europea che rientra nello spazio africano con un lessico aggiornato, ma con interessi che ricordano logiche già viste.
Ed è qui che il Piano Mattei prova a posizionarsi in modo diverso: non come ritorno nostalgico, né come “riparazione morale”, ma come re–ingaggio geopolitico in un’area dove l’Italia ha legami storici e dove oggi si giocano partite decisive per l’Europa.
In conclusione, il Piano usa la storia come un capitale relazionale. Tuttavia deve evitare che quella storia diventi un boomerang. Perché nel XXI secolo l’Africa è un Continente che negozia, seleziona, confronta: e non accetta più in alcun modo rapporti che somiglino al passato.
Alessandro Bonifazi
Foto
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