Il conflitto in Medio Oriente si allarga alla Turchia, mentre milizie curde avrebbero dato avvio a un’offensiva nell’Iran occidentale. Trump valuta l’invio di truppe Usa sul campo: la Regione sta per sprofondare in una crisi dalle conseguenze incalcolabili
In Medio Oriente le fiamme divampano attorno alle ambasciate americane, mentre un missile iraniano viola lo spazio aereo turco, rischiando di colpire Ankara. L’evidenza è che il conflitto tra Washington, Tel Aviv e Teheran si sta irrimediabilmente allargando, coinvolgendo nuovi attori regionali (tra cui la Turchia che promette ritorsioni), e facendo riaffiorare gli spettri dell’Iraq.
Confusione alla White House e il distacco dei Maga
Eppure dalla Casa Bianca arrivano versioni discordanti. «Non siamo nel 2003, e questo
non è l’Iraq» ha ribadito con forza Pete Hegseth durante una conferenza stampa. A detta del capo del Pentagono, l’operazione Epic Fury non dovrebbe impantanare nuovamente Washington in una guerra senza fine. Parole volte a tranquillizzare gli animi della popolazione statunitense (meglio, della propria base elettorale) scettica e allarmata dalla possibilità di un nuovo “inutile conflitto mediorientale” e dal (già) esorbitante rincaro della benzina.
A tal proposito, un sondaggio di Reuters dice qualcosa in più: solo un americano su quattro sostiene l’azione di Trump. E tra gli scettici risultano esserci molti repubblicani, sentitisi traditi. Nel novembre 2024 avevano riposto fiducia in un candidato che prometteva radicale discontinuità rispetto alle tendenze interventiste dei democratici. E che oggi, invece, coerentemente con quella visione di intendere la politica estera, lancia la più grande operazione Usa in Medio Oriente degli ultimi trent’anni: è quindi evidente, come dopo il Venezuela, il profondo scollamento tra il capo della Casa Bianca e il movimento Maga.
L’offensiva si intensifica
Non solo. Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato che l’offensiva congiunta con Tel Aviv durerà settimane. Ulteriori truppe e aerei arriveranno nella Regione e i bombardamenti si intensificheranno, finché i caccia americani non domineranno i cieli di Teheran e il regime non cederà alle richieste imposte: smantellamento del programma nucleare/missilistico e conversione dei flussi di petrolio in uscita da Pechino (importatore al 90%) verso Washington.
Tali obiettivi – e il modo tramite cui si intende raggiungerli – non solo contraddicono le parole di Hegseth, evidenziando un ulteriore cortocircuito interno tra dipartimenti, ma sono validi solo in linea teorica. Numerosissimi fattori, infatti, rendono la soluzione alla venezuelana poco plausibile, a meno di non prolungare per mesi l’azione, rischiando l’implosione del Paese.
Come funziona il potere in Iran e la strategia Usa
Il primo elemento è che l’Iran, contrariamente al Venezuela, è un regime con una solida spartizione del potere. La cabina di comando non è in mano a un singolo, ma a un’ampia gamma di alti ufficiali: le Guardie della rivoluzione islamica (IRGC). Nel tempo, tale gerarchia militare ha dimostrato di essere molto resiliente, sostituendo con facilità sia in giugno 2025 che tutt’ora le teste via via decapitate: saltata una, ne spuntano altre tre.
Soprattutto, il sistema delle IRGC è capillarmente ramificato nel sostrato sociale, secondo due direttrici: clientelismo e controllo repressivo della popolazione. I Basij – unità di polizia locale – hanno basi in ogni quartiere dell’Iran, pronti a sedare nel sangue anche solo un accenno al disordine – dopo la morte dell’Ayatollah si sono dispiegate fra le strade, facendo rapidamente disperdere le folle in festa.
Se allora uccidere Khamenei non è l’equivalente di rapire Maduro, la strategia israelo-statunitense si deve muovere in altro modo. Il tentativo – in atto – è quello di disarticolare e destabilizzare il meccanismo di cui sopra: che si tratti della catena di comando o dei semplici ingranaggi. A tale scopo rispondono i raid mirati sulle basi operative dei Basij o la decapitazione dei Pasdaran – come il comandante supremo Mohammad Pakpour.
Le pressione internazionali su Washington
Qualora, invece, su pressione israeliana, l’obiettivo fosse il regime change, secondo punto fondamentale, si sappia che una rivolta generale in Iran è difficilmente pensabile per mancanza di un’opposizione coesa. Una parte dei 60 milioni di abitanti è fedele ai Pasdaran per legami clientelari o reale fede. I restanti sono disarmati e fortemente divisi su base etnica. Né per il momento spiccano figure civili capaci di catalizzare.
Anche in questa direzione gli americani stanno provando a muoversi, sostenendo la recente avanzata delle milizie paramilitari curde nell’Iran occidentale e ipotizzando un coordinamento con truppe Usa sul campo: tale opzione, attualmente al vaglio dalla Casa Bianca, sarebbe l’unica in grado di dare il via a un’insurrezione totale, ma anche al ben più probabile collasso del Paese. In altre parole, il rischio di una guerra civile tra fazioni, paramilitari, Basij e truppe Usa sarebbe inevitabile.
Il terzo punto è che, in ogni caso, il tempo per Washington stringe sia sul piano logistico che delle pressioni diplomatiche. Proprio su quest’ultime punta Teheran, tramite il blocco dello stretto di Hormuz – da cui passa ⅕ del commercio globale di Gnl e petrolio – e il coinvolgimento di altri Stati regionali. Non a caso il ministro degli esteri iraniano ha più volte minacciato Roma, Parigi, Berlino e Londra se, come in queste ore si ipotizza, diano supporto difensivo.
Quanto più la guerra diventa insostenibile per il Mondo, quanto più lo diviene per gli Usa.
Le munizioni statunitensi scarseggiano, mentre il futuro è incerto
Sul piano logistico, invece, vari funzionari dell’amministrazione, consultati privatamente da Reuters, hanno espresso preoccupazione per la scarsità delle munizioni e, ancor di più, degli intercettori THAAD e Patriot, dislocati in Ucraina e nei Paesi asiatici alleati. Attingere da quelle riserve – come pare stia accadendo con la Corea del Sud – significherebbe concentrare sforzi e risorse su un unico quadrante, lasciando sguarniti nell’immediato l’Europa dell’est e, in prospettiva, Taiwan.
Ad ogni modo, due sono gli scenari più plausibili. Il primo è che l’amministrazione Usa, avendo a tal punto indebolito il regime, ma allo stesso modo logora dalle pressioni internazionali, fermi l’offensiva e riesca a ottenere dall’ala più pragmatica delle IRGC petrolio e forti concessioni sul nucleare – alcuni contatti tra intelligence paiono già avviati. La seconda è che, se, su pressioni di Netanyahu, l’obiettivo divenisse quello del ribaltamento dell’Iran, potremmo assistere a delle conseguenze incalcolabili. Nuove minacce, nuove instabilità giustificherebbero nuovi fronti bellici, allungando la vita politica del premier israeliano. Ieri il Libano, oggi l’Iran, domani chissà.
Ancora una volta gli interessi di Washington e Tel Aviv sembrano non coincidere.
Fabio Sinisi
Foto © Alessandria Today, ABC News, Mediafighter, Il Messaggero













