Italia e Algeria: manovra strategica di differenziazione energetica

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Lo stivale risponde alla crisi rinforzando le relazioni fra Roma e Algeri: gas, energia e sicurezza sul tavolo negoziale

Venti miliardi di metri cubi in un solo anno. È da questo dato che bisogna partire per comprendere il rapporto tra Italia e Algeria nel Mediterraneo contemporaneo. Nel 2025 il gas arrivato nel Belpaese attraverso il gasdotto Transmed ha confermato che Algeri è diventata uno snodo decisivo della sicurezza energetica nazionale.

E quando, nel marzo 2026, il Governo italiano è tornato a rilanciare la cooperazione sul piano delle forniture, il messaggio è apparso chiaro: l’Algeria è anche, allo stato dell’arte, interlocutore strategico essenziale per la politica estera italiana.

Il gas, però, non è mai autoreferenziale. Dietro i flussi che arrivano a Mazara del Vallo si muove una relazione molto più ampia, fatta di diplomazia, interessi industriali, stabilità nordafricana, gestione delle crisi regionali e competizione per l’influenza nel Mediterraneo allargato. Ma la centralità di questo rapporto non nasce oggi: affonda le radici in una storia lunga, stratificata e tutt’altro che marginale.

Regie relazioni

Durante il Regno d’Italia, le relazioni con Algeria coloniale francese non potevano ancora configurarsi come pienamente bilaterali, poiché la cornice politico–amministrativa restava nelle mani di Parigi. Eppure, già allora vi era un legame di tipo sociale ed economico.

Nell’Algeria francese, in particolare nei porti della costa orientale, si registrava una cospicua presenza italiana: provenienti soprattutto dal Mezzogiorno e dalle Isole, i nostri connazionali si inserirono nei traffici marittimi, nella pesca, nelle attività di cabotaggio, nel lavoro portuale e in una più ampia rete di mobilità mediterranea che collegava costantemente Sicilia, Sardegna, Tunisia e Algeria. 

In centri come Bône, l’attuale Annaba, la presenza italiana fu così marcata da fare della città il cuore della comunità nella colonia. 

La riduzione progressiva di questa presenza tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento fu il risultato di una combinazione di naturalizzazioni e trasformazioni politiche. Un passaggio decisivo fu la legislazione francese sulla nazionalità, che favorì l’assimilazione degli europei nati in Algeria e contribuì a far diminuire il numero degli italiani registrati come tali nei censimenti, pur senza cancellarne immediatamente l’origine familiare e culturale.

A questo si aggiunsero i cambiamenti nei circuiti del lavoro marittimo e portuale, la crisi di alcune attività tradizionali e una crescente pressione assimilatrice da parte dell’amministrazione coloniale francese.

Algeria indipendente

La vera svolta arriva verso gli anni sessanta. La guerra d’indipendenza, iniziata nel 1954, si conclude dopo gli Accordi di Évian del marzo 1962, il cessate il fuoco, il referendum e il riconoscimento dell’indipendenza algerina all’inizio di luglio.

Per Roma è una nuova fase: scavalcata Parigi, l’Italia si trova di fronte un soggetto sovrano autonomo, con cui costruire una relazione bilaterale vera e propria. Il riconoscimento italiano dell’Algeria indipendente fu il segnale di un rapido adattamento a una nuova geografia politica del Mediterraneo.

Negli anni successivi, il rapporto tra i due Paesi si consolida lungo due direttrici parallele. La prima è quella politico–istituzionale, fatta di convenzioni consolari, strumenti di consultazione, accordi di cooperazione e intese nel settore della difesa. La seconda è quella energetica, destinata nel tempo a diventare la vera lingua franca del partenariato italo–algerino.

Anni 2000

Nel nuovo millennio questa relazione compie un evidente salto di qualità. Il 2003 rappresenta un passaggio decisivo, perché in quell’anno viene firmato il Trattato di Amicizia, Cooperazione e Buon Vicinato, che formalizza e rafforza un rapporto già solido. 

Nello stesso anno viene siglato anche un accordo di cooperazione nel settore della difesa, poi entrato in vigore nel 2005, prova del fatto che il dialogo tra Roma e Algeri investe anche in sicurezza e stabilità regionale.

Dal 2005 in avanti, inoltre, l’interlocuzione economica si inserisce sempre più nella cornice europea, mentre l’Italia assume spesso il ruolo di interlocutore privilegiato dell’Algeria verso Bruxelles.

Nuovi anni 20

Nel ciclo più recente, la densità diplomatica del rapporto è aumentata. La visita di Stato del presidente Sergio Mattarella nel 2021 ha avuto un forte impatto simbolico, soprattutto per il richiamo alla memoria storica condivisa e alla profondità dei legami tra i due Paesi.

Nel 2022, a seguito del conflitto Russo–ucraino, il tema energetico torna prepotentemente nelle agende dei rispettivi Paesi.

Nel 2025, infine, il quinto Vertice intergovernativo conferma e amplia ulteriormente questo quadro, richiamando il Trattato del 2003 come architrave della relazione bilaterale e allargando l’orizzonte dei dossier comuni a gas, idrogeno, interconnessioni elettriche, migrazione, sicurezza, cooperazione culturale e sviluppo infrastrutturale.

Transmed

Se c’è una formula che definisce il rapporto tra Italia e Algeria nel XXI secolo, questa è semplice: il cuore della relazione è il gas. Il perno infrastrutturale di questo asse è il Transmed, il grande corridoio energetico che collega i giacimenti algerini al sistema italiano passando per la Tunisia e attraversando poi il Canale di Sicilia fino a Mazara del Vallo. Da anni questo gasdotto rappresenta una delle principali arterie dell’interdipendenza mediterranea, poiché l’Europa, a seguito dei terremoti geopolitici nel Mediterraneo allargato, ha dovuto ripensare con urgenza le proprie fonti di approvvigionamento: l’asse meridionale si è imposto come una delle alternative più solide e immediate.

Il sistema è strutturato per reggere volumi molto elevati. Nel 2024 il punto di ingresso siciliano ha registrato flussi superiori ai venti miliardi di metri cubi e nel 2025 il dato che ha dominato il dibattito pubblico si è attestato ancora attorno a quella soglia. Questa centralità è parte di una strategia industriale e politica precisa. L’accordo firmato da Eni e Sonatrach nell’aprile 2022, alla presenza di Mario Draghi e Abdelmadjid Tebboune, puntava a sfruttare in modo più intenso la capacità già disponibile del Transmed, dentro il quadro dei contratti di lungo periodo già esistenti.

L’obiettivo dichiarato era quello di garantire maggiore flessibilità delle forniture e di portare gradualmente nuovi volumi verso l’Italia, fino a 9 miliardi di metri cubi annui aggiuntivi nel biennio 2023-2024.

Dati Eni

A rendere credibile questa strategia, il lavoro svolto a monte sui progetti upstream algerini. Già nel luglio 2022 Eni aveva firmato un nuovo contratto di produzione condivisa nell’area di Berkine, destinato a prolungare la vita produttiva dei campi e a valorizzare ulteriori quantità di gas potenzialmente esportabili verso l’Europa. 

Questo schema è stato poi rafforzato nel 2025, quando Eni e Sonatrach hanno firmato un nuovo protocollo per consolidare la cooperazione sugli idrocarburi, favorire nuovi contratti orientati all’incremento della produzione di gas ed estendere i contratti di approvvigionamento destinati all’export verso l’Italia.

Secondo Eni, l’insieme delle iniziative concordate dovrebbe contribuire ad aumentare la produzione fino a 5,5 miliardi di metri cubi annui entro il 2028, con investimenti complessivi superiori agli 8 miliardi di dollari.

Gnl

Accanto al gas trasportato via tubo, c’è poi il tema del Gnl, il gas naturale liquefatto, che rappresenta la seconda grande leva della sicurezza energetica italiana. La sua importanza deriva da una caratteristica decisiva: a differenza del gas che viaggia nei metanodotti, il Gnl non dipende da una singola infrastruttura lineare, ma si muove attraverso navi, terminali di rigassificazione e mercati più flessibili.

Per questo motivo è diventato, soprattutto negli ultimi anni, strumento essenziale di diversificazione. Ha permesso ai Paesi europei, Italia compresa, di ampliare il numero dei fornitori e di reagire con maggiore rapidità alle tensioni geopolitiche. Proprio questa elasticità, tuttavia, lo rende il più competitivo, più volatile e più esposto alle dinamiche globali dei prezzi.

È qui che entra in gioco il fattore statunitense. Washington ha compreso bene che il Gnl è strumento di influenza strategica. Negli ultimi anni gli Stati Uniti si sono affermati come il principale fornitore dell’Europa trasformando questa posizione in una leva commerciale e politica determinante.

Chiaro l’obiettivo: presentarsi come rivenditore privilegiato e partner energetico indispensabile per gli europei.

Usa-Algeria

Per l’Italia, il Gnl svolge una funzione diversa e al contempo complementare rispetto al gas algerino via Transmed:

  • Il gasdotto garantisce continuità, prossimità geografica e maggiore stabilità contrattuale;
  • Il Gnl, invece, offre margini di manovra, capacità di compensazione e una più ampia adattabilità nei momenti di crisi.

Anche l’Algeria conserva un ruolo in questo segmento grazie ai propri terminali di liquefazione e alla possibilità di inviare carichi verso i rigassificatori italiani, ma si muove in uno spazio molto più concorrenziale rispetto a quello del gas via tubo.

Se confrontato con il Gnl statunitense, il gas algerino presenta per l’Italia un vantaggio comparato evidente: la prossimità geografica. Il collegamento diretto garantito dal Transmed consente infatti di ridurre tempi e abbattere costi logistici rispetto al gas liquefatto che deve essere trasportato via nave, rigassificato e poi immesso nella rete nazionale.

In termini economici e strategici, il gas algerino tende a offrire maggiore prevedibilità, minore dipendenza dalle oscillazioni del trasporto marittimo e una vulnerabilità più contenuta rispetto alle tensioni che attraversano il mercato globale del Gnl.

A ciò si aggiunge un secondo elemento. Il gas algerino si inserisce in una relazione bilaterale consolidata, costruita su interessi politici convergenti nel Mediterraneo, il nostro spazio geografico. Il Gnl statunitense, al contrario, si muove su leve geopolitiche, caldeggiato dal Paese egemone verso i suoi alleati continentali.

Un errore sarebbe considerare questa strategia come figlia del trumpismo. Al contrario, la tutela degli interessi americani nel posizionarsi come partner privilegiato dei mercati unionali nasce dall’amministrazione Biden.

South H2 Corridor

In questo quadro, due progetti stanno assumendo un rilievo crescente: il South H2 Corridor e Medlink.

Il primo è un concreto tentativo di trasformare l’asse energetico euro–mediterraneo in una vera infrastruttura della transizione. Il corridoio collega Nord Africa, Italia, Austria e Germania lungo una dorsale di circa 3.300 km ed è pensato per convertire una parte importante delle infrastrutture esistenti al trasporto di idrogeno.

La logica è sfruttare la prossimità geografica tra Algeria e Italia, la disponibilità di aree adatte alla produzione di idrogeno rinnovabile nel Nord Africa e la domanda crescente dei distretti industriali europei più difficili da decarbonizzare.

Tale corridoio punta a fare dell’Italia lo snodo meridionale dell’idrogeno europeo, cioè il punto attraverso cui l’energia prodotta a sud del Mediterraneo può risalire verso i poli industriali dell’Europa centrale.

Per l’Algeria questo si traduce nella possibilità di non restare confinata nel ruolo tradizionale di esportatore di gas. Tutt’altro: ripensare la propria proiezione energetica in chiave decarbonizzata, cercando di entrare nel mercato europeo del dopo-gas da una posizione non marginale.

Anche per questo il progetto si fonda in larga parte sul riuso di infrastrutture già esistenti, riducendo costi, tempi e complessità autorizzative. 

Medlink

Medlink si colloca invece sul terreno della connettività elettrica. Il progetto si basa sull’idea di un cavo sottomarino tra Algeria e Italia, e si inserisce in una visione più ampia che combina sviluppo di capacità rinnovabile in Algeria e Tunisia, nuove linee di trasmissione verso l’Europa e integrazione industriale ed energetica tra le due sponde.

Il suo significato politico è evidente: differenziazione dove si produce elettricità da fonti rinnovabili in Nord Africa e trasferita verso l’Italia e il mercato europeo attraverso una nuova infrastruttura di collegamento. A differenza del South H2 Corridor, che ha già una fisionomia politica e infrastrutturale relativamente definita, Medlink si trova ancora in una fase più preliminare.

Criticità: Zee

Il dossier più delicato resta quello della delimitazione marittima a ovest della Sardegna, legato alla definizione delle rispettive Zone economiche esclusive.

Il nodo è emerso con particolare evidenza quando l’Algeria ha rivendicato una propria Zee, Zona economica esclusiva, nel Mediterraneo occidentale, suscitando la reazione italiana di fronte a una mossa percepita come unilaterale, nonché in un’area sensibile per gli interessi nazionali. Si tratta di una questione che, pur avendo una base tecnico-giuridica, tocca interessi molto concreti, quali:

  • pesca;
  • accesso alle risorse del mare;
  • sfruttamento energetico offshore;
  • proiezione dei due Paesi nel Mediterraneo occidentale.

Per l’Italia il tema è particolarmente sensibile perché coinvolge uno spazio prossimo alla Sardegna e quindi percepito come parte della propria profondità marittima.

Per l’Algeria, invece, esso rientra in una più ampia affermazione della propria sovranità e della propria presenza regionale.

Ed è forse proprio qui che si misura la vera maturità del rapporto bilaterale. La controversia ne ha piuttosto testato la capacità di tenuta. I due Paesi hanno continuato a collaborare sul piano energetico, istituzionale e diplomatico pur mantenendo aperto il contenzioso.

Un solido asse

Il futuro del rapporto tra Italia e Algeria dipenderà dalla capacità di gestire con prudenza e realismo non soltanto il nodo marittimo, ma anche l’insieme dei dossier sensibili che accompagnano la cooperazione bilaterale. 

Lo ha mostrato con chiarezza anche il vertice del luglio 2025, nel quale Roma e Algeri hanno deciso di rafforzare il coordinamento contro terrorismo, traffici e gestione dei flussi migratori, includendo anche la cooperazione in materia di search and rescue.

La vera sfida, allora, è questa: fare in modo che il Mediterraneo resti uno spazio di negoziazione e cooperazione, nel quale la convergenza continui a prevalere sulla divergenza.

 

Alessandro Bonifazi

Foto ©Maghrebi.org, Discovery Alert, CIDOB, Fuel Cells Works, InsideOver

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