Dopo un lungo stallo, si riaccende la guerra tra Riad e Sana’a. Gli Houthi intendono trascinare i sauditi in un conflitto insostenibile
La fragile tregua che per oltre quattro anni ha allentato la tensione tra Houthi e Arabia Saudita è oggi messa alla prova da nuovi raid reciproci. Da oltre una settimana, i ribelli hanno ricominciato a bombardare siti e difese di Riad e minacciato la chiusura dello stretto di Bab el–Mandeb, scuotendo i mercati energetici globali e provocando la dura reazione saudita nei territori controllati dai rivoluzionari. Le conseguenze della riapertura di un simile fronte nel quadrante mediorientale minacciano un allargamento dell’instabilità regionale e alimentano la reale preoccupazione che la guerra civile yemenita possa riaccendersi in parallelo alla crisi iraniana.
Il cessate il fuoco del 2022
Le motivazioni formali dietro la volontà di riaprire le ostilità con l’avversario storico si possono leggere in un’intervista rilasciata al Nyt (New York Times) da un alto funzionario politico dei Partigiani di dio, Mohammed al–Bukhaiti. In un passaggio significativo, evidenzia come l’Arabia saudita non abbia per nulla dato attuazione alle «disposizioni previste dalla tabella di marcia, prima fra tutte il pagamento degli stipendi a tutti i dipendenti statali». Il riferimento di Bukhaiti è al cessate fuoco entrato in vigore nel 2022.
Oltre a sancire lo status quo territoriale fra due Governi riconosciuti de facto (con le capitali Sana’a e Aden), la tregua combinava le intenzioni delle due parti per una pace duratura e stabile. Nella seconda metà del 2023, con l’aiuto delle Nazioni Unite, si gettavano le basi per un accordo preliminare a una soluzione politica a lungo termine. Un elemento chiave dietro la stesura del memorandum fu una clausola che imponeva ai sauditi l’erogazione dei salari ai dipendenti pubblici yemeniti residenti nei territori controllati dagli Houthi: vale a dire, il governatorato di Sana’a nel nord del Paese.
Proprio il taglio dei fondi e la mancata regolarità dietro la distribuzione delle paghe sono presentati come una strategia di Riad per sfinire economicamente la popolazione e il Governo dei ribelli. Va notato che la violazione di quanto stabilito con il coadiuvo dell’Onu fu comunque reciproca. Dopo il 7 ottobre, prima che l’accordo potesse essere finalizzato, gli Houthi annunciavano una campagna missilistica in Mar Rosso in solidarietà con il Governo di Hamas.
La reale intenzioni dei ribelli
Più complesso è invece delineare i reali interessi dietro la partita yemenita e il cambio di paradigma strategico del gruppo rivoluzionario di Ansar Allah. In febbraio, dopo che Stati Uniti e Israele aprivano la guerra in Iran, gli Houthi sembravano disposti a rimanere in disparte, ma, dopo il recente fallimento del cessate il fuoco tra Washington e Teheran, il protocollo è cambiato.
Il casus belli è stato da molti considerato un colpo da manuale per costringere Riad a rispondere, messa nelle condizioni di bombardare l’aeroporto di Sana’a, dopo una violazione dello spazio aereo. Il velivolo, che trasportava alti dignitari del gruppo rivoluzionario, era di ritorno dal funerale dell’ex Guida suprema iraniana Ali Khamenei. Da quel momento gli attacchi non si sono più fermati, facendo trapelare la portata delle difficoltà per i sauditi. Con rare eccezioni, i cieli dello Yemen sono stati sotto il loro serrato controllo dal 2014.
Secondo alcuni analisti regionali, il riposizionamento è allora dovuto a molteplici fattori. Da un lato le pressioni iraniane per un maggiore coinvolgimento, dall’altro il desiderio di imporre una nuova realtà politica al Paese, nel tentativo di rompere l’influenza saudita nella Regione meridionale.
La chiusura del canale yemenita
Parallelamente ai raid, gli Houthi hanno seguito le orme del proprio alleato maggiore con l’annuncio di un pericoloso blocco marittimo. In particolar modo, lo stretto di Bab el-Mandeb, che collega il Mar Rosso con l’Oceano Indiano e da cui tragittano le navi saudite.
Non è chiaro se la mossa sia concordata con il regime iraniano, nè sé sarà messo in pratica nei prossimi giorni. Quel che è noto è che colpisce il più grande esportatore di petrolio al Mondo in un momento in cui, dopo l’impasse di Hormuz, il canale gli è divenuto essenziale: i sauditi hanno deviato verso il Mar Rosso gran parte del petrolio che prima era esportato tramite il Golfo Persico principalmente ai mercati cinesi, coreani, giapponesi e indiani (circa il 70%).
Allo stesso tempo, la strategia degli Houthi è quella di condurre una guerra asimmetrica. Per Bab el-Mandeb passa un’ampia fetta del mercato petrolifero mondiale (pari al 7% circa) e, più in generale, il 12% del commercio marittimo globale. L’effetto combinato delle limitazioni dei traffici in entrambi gli stretti mediorientali potrebbe portare il Mondo difronte a una crisi energetica catastrofica.
Riad in difficoltà e la crisi dimenticata
«Gli Houthi sanno fiutare il sangue nell’acqua». La tesi di April Alley, analista del Washington Institute, conferma che il gruppo rivoluzionario sta provando a trascinare in un annoso conflitto un Paese che intende fortemente starne alla larga. Dopo lo stallo del processo di pace e le reciproche violazioni, i Partigiani di dio sembrano credere di avere poco da perdere e molto da guadagnare dall’intensificarsi del confronto con l’Arabia Saudita. Per Riad potrebbero riaffiorare gli spettri del passato.
Dopo il colpo di Stato che portava i ribelli al potere con l’occupazione di entrambe le futuri Capitali, il 25 marzo 2015 i sauditi avviavano una campagna bellica disastrosa, presentando al Regno delle conseguenze dalla portata, all’epoca, incalcolabili. Non solo un pantano decennale e il prosciugamento di grande parte delle finanze, ma un ulteriore moltiplicazione delle sacche di potere nel Paese. Il 4 aprile del 2017, col sostegno degli Emirati Arabi Uniti, si costituiva il Consiglio di Transizione del Sud (Cts), non allineato con gli Houthi e intenzionato a promuovere le proprie istanze di secessione.
Quella in Yemen rimane comunque una delle tante crisi umanitarie che si consuma sotto la disattenzione collettiva. Dal 2015, più di 120.000 mila bambini sotto i cinque anni sono morti per malnutrizione e 18 milioni di cittadini soffrono la fame.
Fabio Sinisi
Foto © Amnesty International, ISPI, Quotidiano Nazionale, Bandiere.it













