Il 7 ottobre e il destino di Israele in attesa della prossima Knesset

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Il Dubbio

Mentre lo scoop di Haaretz svela i retroscena del 7 ottobre, le forze politiche si battono per ogni singolo seggio per la conquista del Parlamento israeliano

A poco più di dieci giorni dalle elezioni parlamentari del 27 ottobre, in Israele, una dura onda d’urto mediatica si è abbattuta sulle fondamenta del potere di Benjamin Netanyahu. L’inchiesta condotta da Shlomi Eldar e Ruth Yuval per il quotidiano Haaretz ha rivelato documenti e testimonianze inedite che mettono a nudo una catena di avvertimenti ignorati prima del drammatico pogrom.

L’inchiesta-bomba di Haaretz: il segreto che squarcia il velo sul capo del Likud

I dettagli emersi tratteggiano uno scenario in cui molti attori di rilievo tra i Paesi arabi a conoscenza dell’imminente attacco avrebbero provato ad avvisare il premier israeliano.

Fondazione del GariwoSecondo la ricostruzione, in settembre, sia il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Al Nahyan, che il capo dell’intelligence egiziana, Abbas Kamel, contattavano l’ufficio di Netanyahu per metterlo in guardia. L’allarme è esplicito e sembra descrivere nel dettaglio le intenzioni di Yahya Sinwar. Ma è ignorato e i vertici del Mossad deliberatamente non avvisati.

L’ex leader di Hamas confidava già da tempo ai propri uomini di un terremoto (la «madre di tutte le sorprese») che di lì a breve si sarebbe abbattuto su Israele – in risposta ai continui rinvii di Tel Aviv sugli accordi di scambio fra prigionieri. 

Poche ore prima della tragedia, sono gli stessi vertici dell’intelligence israeliana a rendersi conto di alcune anomalie lungo il confine con Gaza e a proporre un intervento preventivo. L’opzione è brutalmente messa da parte. Per il leader del Likud, avere pieno controllo della Striscia ha sempre significato «preservare diligentemente Hamas come una risorsa» pur di mantenere diviso il fronte palestinese. 

Oggi, il primo ministro israeliano bolla tutto come una montatura, mentre le urne si aprono sotto il segno dell’incertezza e di una devastante accusa di negligenza politica che promette di non far sconti a nessuno. Anche Isaac Herzog, presidente di Israele e l’ex direttore della CIA William Burns confermano di essere stati messi a conoscenza dei contatti tra il Mondo arabo e Benjamin Netanyahu a distanza di tempo.

Una Nazione lacerata al confine

Amnesty InternationalIn Israele, il trauma del 7 ottobre ha però prodotto un effetto inaspettato. Non ha innescato una rivoluzione politica, ma irrigidito insanabilmente la distanza fra sensibilità diverse sulla causa palestinese.

Nessun luogo incarna questa frattura come la linea di confine con Gaza. Qui due comunità distanti appena otto chilometri vivono in mondi politici diametralmente opposti. Nel kibbutz agricolo di Nahal Oz, a circa 800 metri dalla Striscia, la popolazione (prettamente di centrosinistra e che nel 2022 votò all’83% contro Netanyahu) vede nel premier il responsabile primario del disastro.

«Non possiamo permetterci il privilegio di rinunciare alla pace», dichiara al Nyt Daniel Rahamim, portavoce della comunità e sopravvissuto al massacro. È il messaggio di un angosciato settantenne che mette in dubbio il futuro del proprio Paese: «Israele rimarrà uno Stato liberaldemocratico o si trasformerà gradualmente in un regime religioso o fascista?».

A soli sette chilometri di distanza, tra le gru della cittadina operaia di Sderot, la narrazione è completamente ribaltata. Roccaforte storica del Likud, qui, Netanyahu viene celebrato come «il leader militare di una generazione». L’impressione è che in molti preferiscano rifugiarsi nel voto di un politico che già conoscono.

La scacchiera dei partiti: strategie, estremismi e la battaglia per i seggi

Mentre il Paese affonda nella polarizzazione, i due principali blocchi si fronteggiano in una sfida serratissima per la conquista della Knesset.

CNNCon il Likud che perde consensi a favore dell’estrema destra di Ben–Gvir e col partito di Bezalel Smotrich insidiato dalla soglia di sbarramento del 3,25%, la coalizione di Netanyahu soffre una grave crisi. Il leader israeliano dipende sempre più da spostamenti e variabili che non necessariamente sono nelle sue mani. Nello specifico, l’ascesa del partito di Ofer Winter (Amcha Yisrael) rischia di produrre un’ampia dispersione di voti da destra. Questi due fattori combinati paralizzano il capo del Likud, intento a forzare il generale Winter affinché ritiri la sua candidatura e a evitare un simil effetto Vannacci. 

D’altro canto, il crollo elettorale degli ultra–ortodossi (che come tale comunque va inteso), ha costretto partiti come l’Utj (Ebraismo della Torah Unito) a convergere verso Netanyahu, blindando l’alleanza e rinviando ogni possibilità di correre da soli. Tagli di bilancio e sanzioni sulla leva militare hanno fatto il gioco del primo ministro.

Sul fronte opposto, il blocco d’opposizione – guidato da Yashar di Gadi Eisenkot (a pari merito con il Likud) – continua a scontrarsi con il tabù dei 13–15 seggi in dote solo in parte alle forze arabe. Nonostante il 64% degli elettori sia consapevole che Eisenkot potrebbe dover fare affidamento sulla Lista Araba Unita di Mansour Abbas, il netto rifiuto dei leader centristi di stringere patti con le rappresentanze arabe rischia di congelare la vittoria. 

Il  Blocco dei non allineati e il destino incerto di Tel Aviv

Med-OrTutti i principali sondaggi convergono perciò su un dato matematico inesorabile: né la coalizione di Netanyahu né il blocco di opposizione sionista possiedono i 61 seggi necessari per governare in autonomia. Sulla carta, la partita per la Knesset si gioca su un margine risicatissimo e su un’algebra parlamentare spietata. Nei principali sondaggi indipendenti, la coalizione di Governo guidata dall’attuale premier arranca intorno a una quota stimata di 50 contro i 52 della sinistra sionista, evidenziando un lento ma progressivo calo rispetto ai picchi di inizio anno – coincidente con l’inizio della guerra contro Teheran. 

Determinante per l’esito del voto sarà il posizionamento del cosiddetto Blocco dei non allineati e dai movimenti arabo-israeliani, capaci di muovere tra i 13 e i 15 seggi complessivamente, ma il cui orientamento non appare ancora certo. Se le forze arabe sembrano più orientate verso l’opposizione, sono i partiti centristi di Benny Gantz (Kahol Lavan) e di Yoaz Hendel (I Riservisti) a non avere ancora intrapreso una direzione chiara. 

L’ex alleato di Netanyahu, attualmente all’opposizione, esclude categoricamente un’alleanza con i partiti arabi, lasciando aperta la porta a un’ipotesi di scuola guidata dall’attuale premier. I Riservisti mantengono invece una perfetta equidistanza, ponendo un veto assoluto sia sulle formazioni filo-arabe che su quelle ultraortodosse.

Tra le ombre del 7 ottobre e lo spettro di una paralisi istituzionale, in Israele non si voterà semplicemente per una maggioranza parlamentare, ma per decidere se la guerra sarà l’unica via alla sopravvivenza politica di un uomo o a imporsi sarà la volontà di cambiamento e pacificazione col popolo palestinese.

 

Fabio Sinisi

Foto © Il Dubbio, Fondazione del Gariwo, CNN, Med-Or

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