L’Ue contro il fast fashion e nel 2030 solo capi d’abbigliamento riciclabili e sostenibili
In Europa, la moda è la quarta industria per produzione di emissioni inquinanti, la terza per spreco di acqua e la quinta per sfruttamento di materie prime. Stando a una ricerca pubblicata sulla rivista Nature Reviews Earth & Environment questo settore è responsabile di circa il 10% delle emissioni globali di anidride carbonica.
Il fast fashion
Per fast fashion (moda veloce) si intende quel metodo di produzione intensiva di abbigliamento, che si rinnova continuamente, a prezzi relativamente bassi.
È la strategia alla base delle grandi catene di abbigliamento, la cui mission è quella di offrire ai propri consumatori le tendenze del momento a un buon prezzo.
Il fast fashion è considerato anche un processo di democratizzazione della moda, il cui scopo è quello di attrarre i compratori che, con un budget contenuto, possono avere un guardaroba sempre alla moda.
Il modello di business
Le tradizionali stagioni della moda sono quattro, non considerando le cruise per alcuni marchi. I cicli del fast fashion sono compresi in periodi più brevi che vanno dalle 4 alle 6 settimane. In un anno, quindi, si possono avere anche 12 collezioni, una per ogni mese. Il modello di business del fast fashion si basa sulla riduzione dei cicli temporali dalla produzione al consumo. In questo modo i consumatori sono coinvolti costantemente in più cicli e in qualsiasi periodo di tempo.
Problemi
Le situazioni da risolvere principalmente sono due: lo sfruttamento dei lavoratori e l’impatto ambientale.
Per sostenere i ritmi di una produzione così intensa, il processo avviene in Paesi dove il costo della manodopera è molto basso. Nella maggior parte dei casi la produzione è appaltata ad altre aziende di Paesi in via di sviluppo (Pakistan, India, Vietnam, Indonesia, Cina, Tunisia, Marocco) dove le condizioni dei lavoratori non sono minimamente garantite.
Anche l’impatto sull’ambiente è fondamentale. I tessuti sono scelti sul criterio del costo e non c’è attenzione sull’utilizzo di pesticidi che inquinano fiumi e terreni vicini alle fabbriche. Anche per tingere e trattare le stoffe si usano sostanze chimiche aggressive e nocive e coloranti tossici.
La situazione attuale
Tra il 2000 e il 2014 la produzione di vestiti nel Mondo è raddoppiata. Da questo dato emerge il problema dello smaltimento. Per far spazio alle nuove collezioni, i marchi di abbigliamento buttano e bruciano la merce invenduta. Nel complesso, il settore fast fashion dell’industria della moda sta inquinando il Pianeta a un ritmo continuo.
Una moda più sostenibile
Diverse aziende produttrici e distributrici stanno però lavorando, mettendo in atto una serie di programmi che incoraggiano il riciclo. Molti marchi incentivano la raccolta dei capi che non si usano più con l’applicazione di sconti sui nuovi acquisti. I capi dismessi, così raccolti, saranno trasformati in materiale isolante e imbottitura per tappeti, oltre a essere utilizzati per produrre altri indumenti.
Anche le nuove tecnologie presentano un grande potenziale nel ridurre l’impatto ambientale. Queste tecnologie offrono nuovi metodi per utilizzare i coloranti e per produrre fibre tessili riducendo l’uso di risorse naturali. Per diminuire il consumo di tessuti tradizionali si stanno producendo fibre ecologiche derivanti dal latte, dai chicchi di caffè, dai funghi e dal tè fermentato.
L’Action Plan
Nel marzo del 2020, l’Unione europea ha emanato l’Action Plan per il passaggio a un’economia circolare anche per i tessili. Ed è proprio di questi ultimi giorni la decisione di accelerare l’attuazione del programma mediante un pacchetto di iniziative da realizzare entro il 2030.
Lo scopo è quello di “definire progressivamente i requisiti per ciascun prodotto o gruppo di prodotti, evitando legislazioni divergenti tra gli Stati membri”. Il programma messo in atto è pensato a rendere la moda più sostenibile con una strategia mirata ad allungare il ciclo di vita dei capi d’abbigliamento, favorendone il riciclo, la riparazione e il riutilizzo.
Si sta lavorando anche per porre un freno a questa sovrapproduzione, garantendo che la distruzione dei tessuti invenduti e la loro creazione avvengano nel rispetto dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori.


Questi obiettivi dovranno essere portati a termine entro il 2030, ma in parallelo l’Unione europea si è espressa, e sta portando avanti, anche altri punti fondamentali affinché il passaggio a un’economia circolare sia completo ed efficiente.










