Troppi punti oscuri sulla lista di proscrizione del Corriere

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Le dichiarazioni di Carlo Bartoli presidente OdG e i quesiti di Giorgio Bianchi uno della lista incriminata

“Apprediamo con sollievo che il bollettino sulla disinformazione non è frutto di attività di dossieraggio sui giornalisti. Certo non ci conforta come cittadini sapere che risorse, personale e dotazioni dello Stato, che dovrebbero contrastare la disinformazione, sono impiegate per compulsare le rassegne stampa, un attività da pensionati sulle panchine dei giardinetti!”

Questa la risposta del presidente dell’Ordine dei Giornalisti nazionale Carlo Bartoli alle dichiarazioni del sottosegretario alla Sicurezza Franco Gabrielli, in relazione all’articolo uscito sul Corriere della Sera, nel quale si stilava una lista di giornalisti putiniani.

Le dichiarazioni di Gabrielli

In una conferenza in video collegamento, in quanto positivo al Covid, Gabrielli ha dichiarato che non vi è alcuna volontà di schedare le persone. Nella mattina del 10 giugno ha diramato una nota molto severa a difesa dell’operato dell’Intelligence di cui fa parte, in merito al bollettino sulla disinformazione russa desecretato oggi.

«Non esiste un Grande Fratello, una Spectre in Italia: nessuno vuole investigare sulle opinioni delle persone».

«Il documento è arrivato nelle mani dei giornalisti non perché sceso dal cielo, è stato editato il 3 giugno, le stesse tempistiche fanno pensare che ci sia stata una mano solerte».

L’Autorità delegata per la sicurezza della Repubblica sottolinea il “perdurare di una campagna diffamatoria circa una presunta attività di dossieraggio da parte della comunità di intelligence (in realtà inesistente)“.

Da qui la decisione di “chiedere al Dis di declassificare il tanto evocato ed equivocato Bollettino sulla disinformazione. Che avrebbe ispirato il noto articolo apparso sul Corriere della Sera”.

L’intelligence nazionale e i mille interrogativi

«Auspico» – afferma Gabrielli – «che la sua lettura integrale porti alla definitiva cessazione di ogni infamante sospetto sull’attività dell’Intelligence nazionale. O su fantomatici indirizzi governativi volti a limitare il diritto di informazione».

Il Bollettino sulla disinformazione «compendia l’attività di uno specifico tavolo creato nel 2019, coordinato dal Dis» (Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, ndr) di cui «è dato conto in tutte le relazioni periodiche al Parlamento». Questo Bollettino riguarda «un’analisi del fenomeno basata unicamente su fonti aperte e non contiene, considerata la fisiologica diffusione, alcun elemento proveniente da attività di intelligence».

«Le opinioni sono rispettate sempre. Cosa diversa sono le fake news e la loro orchestrazione che, qualora accertata, potrebbe essere oggetto di un’attività di altro tipo», ha affermato Gabrielli, sottolineando che «l’unico antidoto alla propaganda è la libera informazione. Tutto ciò che è un diverso pensiero è una ricchezza».

«Il documento è arrivato nella mani dei giornalisti non perché sceso dal cielo. Editato il 3 giugno. Le stesse tempistiche fanno pensare che ci sia stata una mano solerte. Il fatto stesso che un documento classificato che doveva rimanere nell’ambito della disponibilità dei relatori è stato diffuso è una cosa gravissima. E nulla rimarrà impunito. Lo dobbiamo al Paese e alla credibilità di un comparto. Dovremo dare adeguate risposte».

Dopo l’annuncio di Franco Gabrielli di desecretare il bollettino sulla disinformazione, il Copasir ha espresso “compiacimento per la decisione presa”.

Un dossier che nasconde troppi punti oscuri

Il dossier era preparato per un tavolo creato nel 2019, coordinato dal Dis e al quale partecipano, oltre ad Aise e Aisi, l’Ufficio del consigliere militare del presidente del Consiglio, il ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, i ministeri dell’Interno e della Difesa. Come ha spiegato Gabrielli il tavolo è stato di recente esteso al Dipartimento dell’Informazione e dell’Editoria della presidenza del Consiglio dei ministri, al Mise, all’Agenzia per la cybersicurezza nazionale e all’Agcom.

Si è scoperto che nelle 7 pagine che compongono il rapport compaiono solo due dei nomi citati dalla lista del Corriere della Sera. Uno è quello del fotogiornalista Giorgio Bianchi e l’altro quello di Alberto Fazolo, il giornalista freelance che era andato combattere in Donbass.

Per far chiarezza sulla vicenda Eurocomunicazione ha sentito telefonicamente Giorgio Bianchi che ha così dichiarato:

«È molto strano da quando è uscito l’articolo del Corriere della Sera che tanti programmi tv e radio facciano parlare una moltitudine di giornalisti senza invece chiedere ai diretti interessati. Da una settimana la mia vita è cambiata. Sono stato sbattuto in prima pagina come un terrorista sul maggior quotidiano nazionale, senza avere nemmeno la possibilità di potermi difendere di persona. C’è tutta una serie di “avvocati d’ufficio” che stanno parlando in mia vece, ma di fatto nessuno conosce il nostro punto di vista sulla questione. Ci sono ancora troppi punti oscuri su questa vicenda. Uno scarico di colpe continuo senza ancora capire chi abbia commisionato il rapporto e chi lo abbia effettivamente stilato. Anche se la dicitura Hybrid Bulletin lascia sospettare che provenga da ambienti Nato (La dicitura Hybrid Fusion Cell dice qualcosa?)».

«E poi dove sarebbero le pagine mancanti? Perchè sono inserite nell’articolo altre persone che nel rapporto “ufficiale” non figurerebbero. Questa vicenda non è solo uno “sbaglio” giornalistico c’è molto di più dietro. E lo conferma il fatto che l’indagine non è iniziata con la guerra in Ucraina, ma come stesso dichiarato da Gabrielli ancora prima della pandemia del Covid, ovvero almeno 2/3 anni prima. Mi auguro si faccia luce sulla vicenda soprattutto lasciando parlare chi sta vivendo questo incubo che vede la propria professione oscurata dal fango per un non ben chiaro coinvolgimento nella questione russa».

Nonostante lo scarico di colpe e il voler chiudere la vicenda facendola passare semplicemente come un errore di “veemenza giornalistica” del Corriere sembra che la questione del Dossier e le indagini da parte dell’Intelligence su giornalisti nasconda ben altro.

Per rispetto non solo dei diretti interessati, ma anche dell’opinione pubblica stessa, sarebbe interessante, se non addirittura doveroso, renderlo noto.

 

 

Tiziana Ciavardini

Foto © Tiziana Ciavardini

Video © Eurocomunicazione

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