Toscana di nascita e romana d’adozione è giornalista della Stampa Estera in Italia e ha rubriche culturali in magazine di cultura e spettacolo
Intervista alla giornalista della Stampa Estera Lisa Bernardini, che ha appena dato alle stampe un libellum giornalistico che sta facendo parlare tutta la Rete: “Tu ce l’hai Peter Pan? Appunti di viaggio in un tempo difficile” (Pegasus Edition).
Toscana di nascita e romana d’adozione, Lisa Bernardini è giornalista della Stampa Estera in Italia e tiene rubriche culturali fisse in magazine di cultura e spettacolo. Amante da sempre di tutto ciò che riguarda il cinema, la musica, la letteratura e le arti visive, si occupa di comunicazione e di pubbliche relazioni, è ideatrice di format culturali nazionali dedicati al variegato contenitore della modernità e le sono particolarmente cari i temi e le battaglie provenienti dal mondo femminile.
È al figlio Davide e a suo marito Marco, il rifugio d’amore della sua anima, che dedica il libro di interviste uscito da poco dal titolo “Tu ce l’hai Peter Pan? Appunti di viaggio in un tempo difficile” (Pegasus Edition), con la prefazione a cura del critico e saggista Filippo La Porta.
Lisa, partiamo proprio dal numero: diciassette incontri, diciassette dialoghi che hai raccolto in poco più di un anno, da settembre 2020 all’alba di questo 2022. Perché, ad esempio, non quindici o venti?
«Il diciassette è il mio numero preferito, essendo il giorno in cui è nato mio figlio. Non poteva che essere questo il numero finale delle interviste selezionate».
Da dove partita l’idea, qual è stato l’intento e dove sei giunta?
«Il tempo difficile a cui faccio riferimento nel sottotitolo è quello dell’urgenza sanitaria che ha sconvolto il Mondo. L’idea iniziale è partita dal cercare di attraversare positivamente il periodo e dargli un senso costruttivo. Abituata a una socialità molto sviluppata, la pandemia da Covid19 ha travolto la mia vita così come quella di tutti noi. Ho ricercato la leggerezza per non impazzire, e l’ho trovata continuando a esercitare il mio lavoro da giornalista nei modi in cui ho potuto farlo».
Come hai scelto i tuoi interlocutori?
«Qualcuno era già un amico, qualcun altro lo è diventato, altri ho avuto la gioia finalmente di incontrarli, perché magari era un mio forte desiderio da sempre. Sono tutti personaggi culturali e noti: dall’arte alla musica, dal cinema alla letteratura. Finanche alla scienza.
Già il titolo lascia intuire il fil rouge delle tue pagine: la figura di Peter Pan e il mito dell’infanzia. Tema scivoloso, ma al contempo fondamentale della società odierna. Qual è il tuo pensiero in merito?
«Il Peter Pan a cui non dovremmo mai rinunciare e che, se nascosto, dovremmo aiutare a far emergere, è quello che guarda alla vita con meraviglia, entusiasmo, stupore. Che ricorda i giochi dell’infanzia e gli attimi del cuore. Dovremmo coltivare questo aspetto del nostro bambino interiore, rinunciando ad alimentare l’egoismo, i capricci, la voglia di non diventare adulti».
In tutto ciò, un virus che ha sconvolto il Mondo a fare da invisibile spettatore. Come ne siamo usciti e come definiresti i tempi che stiamo vivendo?
«Pensi che ne siamo usciti? Io ho i miei dubbi. Sì, dall’urgenza stretta, ma la nostra vita e la nostra psiche ne sono state così travolte. Il Mondo in cui mi trovo oggi a vivere stento a riconoscerlo come familiare. Ringrazio le mie risorse interne che, nonostante i tempi bui che stiamo vivendo, mi hanno permesso di scrivere questo libro con finalità terapeutiche e catartiche. Il mio equilibrio l’ho salvato ricercando alla fine sempre il sorriso e i sentimenti buoni, sia in me stessa che nelle storie che ho ascoltato».
Nelle risposte dei tuoi interlocutori, hai trovato dei punti in comune tra di loro?
«Sì. La voglia di sognare. Di dare spazio alla creatività. Di non mollare e di farcela».
Quale domanda hai fatto loro che vorresti fosse rivolta a te o, al contrario, a cui ti rifiuteresti di rispondere?
«Penso che mi piacerebbe che qualcuno mi chiedesse quale personaggio vorrei incarnare se dovessi rinascere. Penso che non mi rifiuterei di rispondere a niente, perché non ho mai forzato i limiti che ho percepito e che mi erano via via posti tacitamente durante le conversazioni. Sono stata in ascolto, e ho rispettato chi avevo davanti».
Chiedi dell’importanza dei ricordi… per te che significato hanno?
«I ricordi sono la voce del cuore. Senza passato, non esiste presente degno e non può esistere nemmeno un futuro che meriti di essere vissuto».
E l’ascolto quanto lo ritieni importante?
«In un dialogo è la condizione per capirsi reciprocamente. Se il Mondo ascoltasse davvero l’altro, non ci sarebbero le guerre, e si troverebbe un modo per convivere serenamente, perché prevarrebbero altri valori di riferimento a cui guardare. L’egoismo, purtroppo, fa prevalere sete di potere, prevaricazione sull’altro, interessi economici al posto del cuore».
La fotografia e la scoperta della tua identità: ce lo confidi nella chiacchierata con il maestro Franco Fontana. Spiegaci
«Franco Fontana è stato, e lo è ancora, il mio Maestro di vita più che di fotografia. Mi ha stimolato la creatività, spronandomi a guardare dentro il mio mondo, per trovarvi la luce e ciò che ero e volevo. Una volta appreso il metodo che insegna Franco ai suoi corsi, che assomigliano molto a percorsi zen, con il tempo ci si trova cambiati, e non si va più nel Mondo a cercare, ma a trovare. Si impara ad essere in linea con il nostro sentire interno, e anche a fotografare quello che si pensa. Trovando il proprio stile. Incontrare Franco Fontana ha cambiato la mia vita. Gli sarò per sempre grata».
In una intervista affronti il tema del fotogiornalismo. Cosa pensi del giornalismo di oggi e dell’utilizzo delle immagini?
«Viviamo in un Mondo che è bombardato da suoni e immagini. Non tutto ciò che vediamo in Rete, purtroppo, avvicina alla realtà. Ho sicuramente una ammirazione immensa per chi rischia la propria vita per dimostrare con una fotografia anche un solo momento di storia, ma poi esistono i filtri scritti alle verità scomode. O i fake. Spesso, mi trovo a domandare quale sia il limite che narra da quello che, pur mostrando, in realtà ha funzione di dissimulare o fare demagogia. Invoco sempre attenzione, una sana capacità di autocritica, ricerca della attendibilità delle fonti».
In chiusura, possiamo aspettarci una seconda tornata di interviste?
«Certo. Non mi fermo più: mi diverto e continuo ad ascoltare il prossimo con autentica gioia. Lo ha detto anche Filippo La Porta: le mie sono interviste “empatiche”. Perché non continuare? Fanno bene a me che le faccio e ne scrivo, e non possono far certo male a chi le legge. Anzi: abbiamo tutti bisogno di tornare umani e gettare le maschere sociali».
Francesca Ghezzani
Foto © Leggo, Paolo Fani, Franco Fontana













