Si tratta di uno stadio della vita, non una malattia. Eppure mette spesso in predicato l’equilibrio della donna
Viaggiando, che sia treno o aereo, si vedono tante donne – in mezzo ad altrettanti uomini – impegnate a lavorare anche a tarda sera con la testa china sul PC. Immancabilmente, almeno ogni mezz’ora però, a lei arriva una telefonata. Ed anche se esordisce con un “Ciao tesoro, tutto bene? Dammi se possibile qualche minuto e ti richiamo, sto redigendo una relazione delicata” la persona dall’altra parte la tiene inchiodata al telefono. Che sia il marito, compagno/a, figli o altro, sta di fatto che lei si occupa di tutto: il cibo del cane, la lavatrice rotta, l’appuntamento con il dentista, la materna consolazione, e il suo lavoro. Ha al suo fianco un libro e alcune riviste, ma non ha un attimo di libertà per distrarsi per la quantità di richieste che le vengono fatte. Chiusa la telefonata, si scusa con chi le è fianco e quasi si giustifica. “Spero che la luce del computer non le dia fastidio, ma devo portarmi avanti prima di essere risucchiata al rientro a casa”.
Il tempo di una donna è di tutti
Questa è una doverosa premessa. Il lavoro femminile prevede molto più del solo lavoro pagato (spesso, peraltro, stessa posizione con minore retribuzione). La donna riveste più ruoli, non sempre scelti, ma attribuiti di default per cultura. Si pensi alla mansione di caregiver familiare, quasi esclusivamente declinato al femminile. Queste donne, secondo i dati esistenti, non si curano quanto dovrebbero. Antepongono a loro stesse le mansioni di cura della famiglia, suocere incluse. Ciononostante fanno meno assenze sul lavoro, dove sono percepite come empatiche e gentili, capaci di incentivare e stimolare il cambiamento, con maggiore attitudine al problem solving rispetto ai colleghi, capaci di portare fiducia e positività all’interno del team. Peccato, quindi, che non abbiano neppure il tempo di leggere la stampa. Vi troverebbero continui cenni o approfondimenti circa un argomento che tocca ogni donna e può servire a fare rete: la menopausa.
Un tempo non se ne parlava, ora è tra i temi più trattati e la sua presenza divide in primis proprio le donne: c’è chi la nasconde come fosse una colpa, chi vuole trattare il tema ben oltre l’aperitivo tra amiche. Su una cosa pare vi sia pieno accordo, è odiosa l’idea di essere stigmatizzate perché è giunto il climaterio e degradate a persone ormai senza scopo. Impazzano i misogini, fanno festa gli stereotipi.
Se l’800 era ancora Medioevo
A diffondere i primi stereotipi, forse, fu il dottor Edward Tilt che nel 1857 pubblicò il primo lavoro completo sulla menopausa. Il titolo del testo, in lingua inglese, era “The change of life in health and disease”, equivalente a Il cambiamento della vita in salute e malattia. Il sottotitolo poi, era assai eloquente: Un trattato pratico sulle manifestazioni nervose e altri effetti accessori per le donne al declino della vita.
Tilt, medico, descrisse la menopausa come “una perdita della grazia femminile” e prescrisse rimedi tra cui oppio, morfina e iniezioni vaginali di acetato di piombo. “La menopausa può causare alcolismo o mania e potrebbe persino rendere le donne violente in modo omicida” annotava tra le pagine. “Suggerisco un bicchierino di sherry prima di cena; se la donna diventa isterica allora può essere somministrato del cloroformio”. Chiariamolo subito: la menopausa non è una malattia, bensì uno stadio della vita. Lo attraversano tutte le donne che, meno care agli dei, varcano la soglia dei 50.
Latitudini
Il modo di affrontare la questione varia a seconda della latitudine. In Italia si fatica ancora molto a chiamare questa delicata fase della vita con il suo nome, e sembra che ci sia un meccanismo di rimozione collettiva sul tema. Come se menopausa, evento del tutto fisiologico per tutti i primati superiori, fosse una parolaccia. Renderlo un argomento di discussioni solo clandestine blocca il processo di acquisizione di consapevolezza, irrigidisce ulteriormente la conversazione, fa sentire sole.
Andando verso il Regno Unito il timore di essere discriminate non evapora. Soprattutto in ambito lavorativo le donne in menopausa – 4,5 milioni con età compresa tra 50 e 64 anni – sentono di essere meno performanti e temono – per così dire – di essere scoperte.
Raccolta dati
In che modo la menopausa colpisce le donne sul posto di lavoro?
Restando nel Regno Unito ascoltiamo la dottoressa Gaby Hinsliff. «Le donne sono riluttanti a rivelare i loro sintomi» – esordisce – «e per questa ragione può crearsi un circolo vizioso, in cui, non solo i sintomi rendono più difficile la vita lavorativa, ma anche la vita lavorativa rende più difficili i sintomi».
Purtroppo, anche qui, tornano gli stereotipi. Le donne hanno paura di perdere terreno sul lavoro se ammettono di avere sintomi che le facciano percepire come leader meno capaci, peggiori e in qualche modo superate. Difficile sentirsi all’altezza. La discriminazione sul posto di lavoro per questa fascia di popolazione è infatti assai diffusa e, tuttavia, solo 44 delle quasi 79.000 sentenze del tribunale britannico del lavoro ha menzionato – tra il 2017 e il 2021 – la menopausa come fattore significativo di fatica e stress. E nella realtà, sovente, incompatibile con una vita lavorativa efficiente. Tanto, che le donne che manifestano almeno un sintomo problematico della menopausa hanno il 43% di probabilità in più di lasciare il lavoro entro i 55 anni rispetto a quelle che non presentano sintomi gravi. 900.000 donne in menopausa lo hanno già lasciato.
Diritti
Purtroppo, emerge un altro elemento allarmante. Le indagini sul territorio – promosse da agenzie di assicurazione, Governo, industrie farmaceutiche o produttori di assorbenti – riguardano in gran parte “donne bianche con incarichi professionali o manageriali, della classe media e normodotate“. Lo ammette la professoressa Joanna Brewis, coautore nel 2017 del rapporto del Governo sugli effetti della transizione alla menopausa sulla partecipazione economica delle donne in UK. “È sottostimata la questione della menopausa per le donne di colore, che vi entrano in anticipo rispetto alle donne bianche, o ai rari casi delle più giovani. E ancora, delle persone LGBTQ, con pochissime prove disponibili sull’esperienza degli uomini trans e delle persone non binarie”.
“In molti casi, il contesto è un problema tanto quanto i sintomi“.
Inconsapevolezza
Nel 2018 il Censis ha diffuso alcuni numeri sulla menopausa in Italia, gli ultimi a disposizione della collettività. Per prima cosa segnala che il 38,5% delle donne che stanno vivendo questo stadio della vita ignora che può aumentare il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari. Che, per inciso, nel Belpaese sono la più alta causa di morte.
L’87,3% non usa farmaci per contrastarne i sintomi. Ciò è in contrasto con le raccomandazioni: l’uso della terapia ormonale sostitutiva nei dieci anni successivi all’inizio del climaterio protegge da una serie di problematiche complesse. La valutazione del suo impiego è determinata dal ginecologo, il quale, durante la visita, determina se ne sia opportuna la prescrizione.
Benché la menopausa non sia una malattia, ma un fatto fisiologico, occorre fare di più e meglio per informare sugli effetti che ha sulla salute nel suo insieme. Non solo, quindi, a livello fisico, ma anche psicologico e sociale, relazionale. Solo il 49,5% delle donne in menopausa nella fascia di età 45 – 65 (a mio personale avviso la forbice è forse troppo ampia perché il monitoraggio sia efficace) ha rapporti sessuali regolari, contro il 74,2% di quelle che non hanno ancora raggiunto il climaterio.
Solitudine
Torniamo all’inizio del discorso. Se ne parla poco anche tra donne e, soprattutto, non se ne parla con il partner. Quanto scritto relativamente al lavoro – la paura della ghettizzazione – diventa un macro argomento quando si affronta la questione di coppia.
Lui lo sa, non lo sa, se ne è accorto ma non lo dice per paura di ferire o, semplicemente, nega l’evidenza perché non lo vuole inconsciamente sapere? Ha gli strumenti per comunicare in maniera appropriata? La negazione della possibilità di condividere un momento così significativo della vita, e anche della coppia, isola la donna.
Due su tre affermano di non sentirsi supportate dal partner: ma come è possibile essere accolte se non vi è alcuna familiarità con questo tema? Il circolo è vizioso, manca amorevolezza, cultura, fors’anche intelligenza. Un antidoto c’è: dirlo almeno alle persone più vicine e care, ad esempio i figli oltre che il partner, le amiche del cuore, i colleghi con cui abbiamo confidenza. Magari con leggerezza, perché essere in menopausa non è un dramma senza rimedio, ma una condizione fisiologica come altre. In fondo, poi, c’è una pausa anche per gli uomini. Quando gli effetti della diminuzione progressiva della produzione degli ormoni sessuali maschili, in particolare del testosterone, si fa notare, non voltatevi dall’altra parte.
Chiara Francesca Caraffa
Foto © Studio Guastalla, Giovanna Pilotto, Profenix, UnaDonna.it













